DARON ACEMOGLU, JAMES A. ROBINSON.
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PERCHÉ LE NAZIONI FALLISCONO.
Alle origini di potenza, prosperità e povertà.
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Parte 1.
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Titolo originale: Why nations fail.
Traduzione di: Marco Allegra e Matteo Vegetti.
2013. Il saggiatore editrice.
Collezione: La cultura. 
ISBN 978-88-428-1873-1. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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GLI AUTORI.
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Daron Kamer Acemoglu (3 settembre 1967, Istanbul, Turchia) è un accademico ed economista turco naturalizzato statunitense. Professore di economia al MIT, vincitore nel 2005 della John Bates Clark Medal, è fra i dieci economisti più citati al mondo. 
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James Alan Robinson, nato nel 1960, è un economista e politologo britannico. Attualmente è il reverendo Dr. Richard L. Pearson, professore di Global Conflict Studies e professore universitario presso la Harris School of Public Policy dell'Università di Chicago. 
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PERCHÉ LE NAZIONI FALLISCONO.
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Ad Arda e Asu, D.A.
Para María Angélica, mi vida y mi alma, J.R.
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Indice di questa parte.
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Prefazione.
Perché gli egiziani hanno riempito piazza Tahrir per rovesciare Hosni Mubarak e che cosa significa per la comprensione delle cause di prosperità e povertà.
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1. Così vicine, eppure così lontane: Nogales, Arizona, e Nogales, Sonora, hanno la stessa gente, cultura e geografia: perché una è ricca e l'altra è povera?
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2. Teorie che non funzionano: I paesi poveri non sono tali a causa della loro geografia o cultura, o perché i loro leader non sanno quali politiche arricchirebbero i cittadini.
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3. La costruzione di prosperità e povertà: Come prosperità economica e povertà sono determinate dagli incentivi creati dalle istituzioni e come la politica determina le istituzioni di una nazione.
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4. Piccole differenze e congiunture critiche: il peso della storia: Come le istituzioni cambiano con il conflitto politico e come il passato plasma il presente.
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5. "Ho visto il futuro e so che funziona": la crescita economica sotto regimi estrattivi: Ciò che Stalin, il re Shyaam, la rivoluzione neolitica e le città-stato maya hanno in comune, e come questo spiega perché l'attuale crescita economica cinese non può durare.
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Fine Indice.
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Prefazione.
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Questo libro tratta delle enormi differenze di reddito e tenore di vita che separano i paesi ricchi del mondo, come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania, dai paesi poveri, come quelli dell'Africa subsahariana, dell'America centrale e dell'Asia meridionale.
Mentre scriviamo questa prefazione, il Nordafrica e il Medio Oriente sono scossi dalla cosiddetta Primavera araba, cominciata il 17 dicembre 2010 con la rivoluzione dei gelsomini sull'onda del pubblico sdegno per il suicidio di un venditore ambulante, Mohamed Bouazizi. Il 14 gennaio 2011, il presidente Zine El Abidine Ben Ali, che governava la Tunisia dal 1987, è stato costretto a dimettersi, ma invece di diminuire, il fervore rivoluzionario contro il dominio di élite privilegiate è divenuto più
forte e si è diffuso al resto del Medio Oriente. Hosni Mubarak, che per quasi trent'anni aveva governato l'Egitto con il pugno di ferro, è stato estromesso dal potere l'11 febbraio 2011. Il destino dei regimi di
Bahrein, Libia, Siria e Yemen è ancora ignoto, mentre completiamo questa prefazione.
Le radici del malcontento di questi paesi sono da ricercare nella povertà che li caratterizza.
L'egiziano medio ha un livello di reddito che è circa il 12 per cento di quello del cittadino medio statunitense, e un'aspettativa di vita di dieci anni inferiore; il 20 per cento della popolazione vive in assoluta povertà. Benché queste differenze siano significative, sono piuttosto contenute, se paragonate a quelle esistenti fra gli Stati Uniti e i paesi più poveri del mondo, come la Corea del Nord, la Sierra
Leone e lo Zimbabwe, dove ben oltre metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà.
Perché l'Egitto è più povero degli Stati Uniti? Quali sono i vincoli che impediscono ai suoi
cittadini di arricchirsi? La povertà dell'Egitto è immutabile o può essere sradicata? Un modo naturale
per cominciare a dare qualche risposta è sentire che cosa dicono gli egiziani stessi dei problemi che si
trovano ad affrontare e delle ragioni per cui sono insorti contro il regime di Mubarak. Noha Hamed,
ventiquattro anni, impiegata in un'agenzia pubblicitaria del Cairo, ha espresso chiaramente le sue
opinioni manifestando in piazza Tahrir: "Soffriamo per la corruzione, per l'oppressione, per la cattiva
istruzione. Viviamo in un sistema corrotto che deve cambiare". Un altro giovane presente in piazza,
Mosaab El Shami, vent'anni, studente di farmacia, concordava: "Spero che entro la fine dell'anno
avremo un governo eletto, che le libertà universali siano applicate e che si metta fine alla corruzione
che si è impossessata del paese". I dimostranti di piazza Tahrir si sono detti tutti concordi sulla
corruzione dello stato, sulla sua incapacità di fornire servizi e sulla mancanza di pari opportunità nel
paese. Hanno lamentato la repressione e l'assenza di diritti politici. Come Mohamed El Baradei - ex
direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica - scrisse su Twitter il 13 gennaio 2011,
"Tunisia: repression + absence of social justice + denial of channels for peaceful change = a ticking
bomb" (Tunisia: repressione + assenza di giustizia sociale + negazione di canali per il cambiamento
pacifico = una bomba a orologeria). Gli egiziani e i tunisini pensavano entrambi che i propri problemi
economici fossero sostanzialmente causati dalla privazione dei diritti politici. Quando i dimostranti
iniziarono a formulare le proprie rivendicazioni in modo più sistematico, le prime dodici richieste
immediate - postate da Wael Khalil, l'ingegnere informatico e blogger emerso come uno dei leader del
movimento di protesta egiziano - si concentravano sul cambiamento politico. Questioni come
l'aumento del salario minimo sono apparse solo tra le rivendicazioni transitorie, che avrebbero dovuto
essere accolte più tardi.
Secondo gli egiziani, ad averli tenuti nell'arretratezza sono uno stato corrotto e inefficiente e
una società in cui non possono far fruttare il loro talento, la loro ambizione, il loro ingegno, né la
qualità dell'istruzione che ricevono. Ma riconoscono anche che le radici di questi problemi sono
politiche. Tutti gli impedimenti economici che si trovano di fronte derivano dal modo in cui in Egitto il
potere politico è esercitato e monopolizzato da una ristretta élite. Questa, si rendono conto, è la prima
cosa che deve cambiare.
Eppure, seguendo tale convinzione, chi protestava a piazza Tahrir è andato in una direzione
assai divergente rispetto all'opinione comune sull'argomento. Quando ragiona del perché un paese
come l'Egitto sia povero, gran parte degli accademici e degli osservatori enfatizza fattori
completamente diversi. Alcuni sottolineano come la povertà dell'Egitto sia determinata in primo luogo
dalla sua geografia, dal fatto che in gran parte il paese è desertico e privo di precipitazioni adeguate, e
che il suo suolo e il suo clima non permettono un'agricoltura produttiva. Altri invece puntano il dito
contro i tratti culturali degli egiziani, che si presume siano avversi allo sviluppo economico e alla
creazione di ricchezza. Essi, sostengono, non hanno quell'etica del lavoro e quei tratti culturali che
hanno permesso ad altri paesi di prosperare; ciò che li contraddistingue è invece l'adesione alla
religione musulmana, i cui fondamenti sono inconciliabili con il successo economico. Un terzo
approccio, che domina fra gli economisti e i commentatori economici, si basa sull'assunto per cui,
semplicemente, i governanti dell'Egitto non sanno di che cosa ci sia bisogno per arricchire il loro
paese, e in passato hanno seguito politiche e strategie fallimentari. Se tali governanti si facessero dare i
consigli giusti dai giusti consiglieri - questo è il ragionamento - ne conseguirebbe automaticamente la
prosperità. A questi accademici e editorialisti il fatto che l'Egitto sia stato governato da ristrette élite
ingrassatesi a spese della società sembra irrilevante per la comprensione dei problemi economici del paese.
In questo libro sosterremo invece che gli egiziani di piazza Tahrir, a dispetto di gran parte dei
professori e dei commentatori, si sono fatti un'idea corretta. L'Egitto è povero perché è stato governato
da una ristretta élite, che ha modellato la società sui propri interessi a danno della vasta maggioranza
delle persone. Il potere politico, concentrato in poche mani, è stato sfruttato per procurare grandi
ricchezze a coloro che lo controllano: basti pensare alla fortuna di 70 miliardi di dollari accumulata
dall'ex presidente Mubarak. Ad averci rimesso sono stati i cittadini egiziani, che lo capiscono fin troppo bene.
Mostreremo che questa interpretazione della povertà egiziana, la voce della gente, si rivela
capace di fornire una spiegazione generale del perché i paesi poveri sono tali. Che si tratti di Corea del
Nord, Sierra Leone o Zimbabwe, spiegheremo che il sottosviluppo dipende dalla stessa ragione per cui
l'Egitto è povero. Nazioni come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti sono diventate ricche perché i loro
cittadini hanno rovesciato le élite che controllavano il potere, dando vita a società in cui i diritti politici
sono distribuiti in modo molto più ampio, il governo è responsabile verso i cittadini e sensibile alle loro
istanze, e la gran massa delle persone può trarre vantaggio dalle opportunità economiche.
Dimostreremo che per capire la ragione delle grandi disuguaglianze a cui oggi assistiamo nel mondo,
bisogna scavare nel passato e studiare la dinamica storica delle società. Vedremo che se la Gran
Bretagna è più ricca dell'Egitto è perché nella prima (o per essere esatti in Inghilterra), nel 1688, ci fu
una rivoluzione che ne trasformò la politica, e quindi l'economia. La popolazione si batté per maggiori
diritti politici e li ottenne, utilizzandoli per espandere le proprie opportunità economiche. Il risultato fu
una traiettoria diversa, che culminò nella rivoluzione industriale.
La rivoluzione industriale e le tecnologie che sprigionò non si estesero all'Egitto perché il paese
era sotto il controllo dell'Impero ottomano, che lo governava come la famiglia Mubarak fece in
seguito. La dominazione ottomana cessò con l'intervento di Napoleone Bonaparte nel 1798, ma in
seguito il paese cadde sotto il controllo del colonialismo britannico, che, al pari dei sultani turchi, aveva
scarso interesse a promuoverne la prosperità. Anche se gli egiziani si scrollarono di dosso gli imperi
ottomano e britannico e nel 1952 rovesciarono la monarchia, queste non furono rivoluzioni come quella
inglese del 1688: invece di trasformare radicalmente la politica del paese, portarono al potere un'altra
élite, altrettanto disinteressata a perseguire il benessere degli egiziani comuni di quanto lo erano stati
ottomani e britannici. Di conseguenza, la struttura di base della società non cambiò e l'Egitto rimase povero.
Nel libro studieremo come questi meccanismi si riproducano nel tempo, e perché qualche volta
riescano a modificarsi, come avvenne nell'Inghilterra del 1688 e nella Francia del 1789. Questo ci
aiuterà a capire se oggi la situazione egiziana è cambiata, e se la rivoluzione che ha deposto Mubarak
condurrà a un nuovo insieme di istituzioni capaci di generare prosperità per tutti gli abitanti. In passato
l'Egitto ha affrontato rivoluzioni che non hanno cambiato le cose, perché coloro che le guidavano
presero semplicemente in mano le briglie del comando da chi avevano destituito, ricreando un sistema
simile. È davvero difficile, per i normali cittadini, riuscire ad acquisire un potere politico reale e
cambiare il funzionamento della società. Ma è possibile, e vedremo come ciò sia avvenuto in
Inghilterra, Francia e Stati Uniti, ma anche in Giappone, Botswana e Brasile. In sostanza, perché una
società povera diventi ricca è necessaria una trasformazione politica in questa direzione. Alcuni
elementi suggeriscono la possibilità che ciò stia attualmente accadendo in Egitto. Reda Metwaly, un
altro dimostrante di piazza Tahrir, faceva notare che: "Oggi vedi musulmani e cristiani insieme, vedi
giovani e vecchi insieme, tutti che vogliono la stessa cosa". Noteremo come un movimento sociale così
profondo sia stato un elemento chiave anche in altre trasformazioni politiche della storia. Se
comprendiamo quando e perché avvengono simili cambiamenti, saremo in una posizione migliore per
capire quando aspettarci un fallimento di questi movimenti - un esito frequente nella storia passata - e
quando invece sperare che abbiano successo, riuscendo a migliorare le vite di milioni di persone.

1. Così vicine, eppure così lontane.
L'economia del Rio Grande
La città di Nogales è tagliata in due da un muro. Se ci si avvicina e si guarda a nord è possibile
vedere Nogales, Arizona, parte della contea statunitense di Santa Cruz. Da quel lato il reddito di una
famiglia media è di circa 30000 dollari l'anno. Gran parte degli adolescenti va ancora a scuola e la
maggioranza degli adulti ha un diploma di istruzione superiore. Malgrado tutte le critiche che le
persone fanno al sistema sanitario statunitense per le sue carenze, la popolazione è relativamente in
buona salute, con un'alta aspettativa di vita secondo gli standard globali. Molti dei residenti hanno più
di sessantacinque anni e il diritto all'assistenza sanitaria pubblica di Medicare. Questo è solo uno dei
molti servizi che lo stato fornisce e che la maggior parte dei cittadini dà per scontati, come l'elettricità,
i telefoni, il sistema fognario, la rete di strade che li unisce al resto degli Stati Uniti e, ultima ma non
meno importante, la garanzia della legalità e dell'ordine. Gli abitanti di Nogales, Arizona, possono
svolgere le proprie attività quotidiane senza timore di attentati alla vita o alla sicurezza, e non devono
temere costantemente di essere vittime di furti, espropri e altre cose che potrebbero mettere a
repentaglio i loro investimenti in aziende e immobili. Altrettanto importante, i residenti di Nogales,
Arizona, danno per scontato che, pur con tutte le inefficienze e la corruzione occasionale, lo stato
agisca nel loro interesse. Possono votare per sostituire il loro sindaco, i loro deputati e senatori; si
esprimono alle elezioni presidenziali che determinano chi sarà il leader del paese. La democrazia è per
loro una seconda pelle.
La vita a sud del muro, solo pochi metri più in là, è piuttosto diversa. Anche se i residenti di
Nogales, Sonora, vivono in una zona relativamente prospera del Messico, il reddito della famiglia
media è circa un terzo rispetto a quello di Nogales, Arizona. Gran parte degli adulti di Nogales, Sonora,
non ha un diploma, e molti adolescenti non vanno a scuola. Le madri devono affrontare alti tassi di
mortalità infantile. Data la scarsa qualità del sistema sanitario pubblico, non sorprende che i residenti di
Nogales, Sonora, non vivano altrettanto a lungo dei loro omologhi del nord. Allo stesso modo, non
hanno accesso ad altri servizi pubblici. Le strade sono in cattive condizioni, a sud della frontiera. La
legalità e l'ordine pubblico stanno ancora peggio. Il tasso di criminalità è elevato e aprire un'azienda è
rischioso: non solo c'è il rischio di furti e rapine, ma ottenere tutti i permessi e "oliare" tutti gli
amministratori non è un'impresa facile, anche solo per avviare un'attività. I residenti di Nogales,
Sonora, convivono ogni giorno con la corruzione e l'inettitudine dei politici.
In contrasto con i vicini del nord, la democrazia è un'esperienza molto recente per loro. Fino
alle riforme politiche del 2000, Nogales, Sonora, come il resto del Messico, era sotto il corrotto
controllo politico del Pri, il Partito rivoluzionario istituzionale.
Come possono le due metà di quella che è in sostanza la stessa città essere così diverse? Non
c'è differenza nella geografia, nel clima, e neppure nelle malattie tipiche dell'area, dal momento che i
germi non devono affrontare le restrizioni esistenti per andare avanti e indietro tra Stati Uniti e
Messico. Naturalmente, le condizioni di salute sono molto diverse, ma questo non ha niente a che fare
con l'epidemiologia; la ragione è invece che le persone a sud del confine vivono in condizioni igieniche
peggiori e sono prive di un'assistenza sanitaria decente.
Ma forse il fatto è che i residenti sono molto diversi. Non sarà che gli abitanti di Nogales,
Arizona, sono i pronipoti dei migranti dall'Europa, mentre quelli a sud sono discendenti degli aztechi?
In realtà non è così. I retroterra delle persone da entrambi i lati del confine sono assai simili. Dopo che
il Messico si rese indipendente dalla Spagna nel 1821, l'area attorno a "Los dos Nogales" divenne
parte dello stato messicano della Vieja California, e tale rimase anche dopo la guerra
messicano-americana del 1846-1848. Fu solo dopo il cosiddetto Gadsden Purchase (letteralmente
l'acquisto di Gadsden) nel 1853, infatti, che il confine statunitense si estese fino a quest'area. Il tenente
Nathaniel Michler notò, mentre faceva la ricognizione della frontiera, la "bella, piccola valle di
Nogales". Lì furono fondate le due città, una su ciascun lato del confine. Gli abitanti di Nogales,
Arizona, e di Nogales, Sonora, condividono gli stessi antenati, amano lo stesso cibo e la stessa musica,
per cui ci possiamo arrischiare a dire che abbiano la stessa "cultura".
Naturalmente, esiste una spiegazione molto semplice e ovvia per la differenza fra le due
Nogales, che il lettore avrà intuito fin dall'inizio: l'esistenza della frontiera che divide le due metà.
Nogales, Arizona, è negli Stati Uniti. I suoi abitanti hanno accesso alle istituzioni economiche
statunitensi, che consentono loro di scegliere liberamente le rispettive occupazioni e di acquisire
istruzione e competenze, e che incoraggiano i loro datori di lavoro a investire nelle migliori tecnologie:
fattori che, nel loro insieme, consentono loro di ricevere salari più alti. Hanno anche accesso a
istituzioni politiche che permettono di partecipare al processo democratico, di eleggere i propri
rappresentanti e di rimpiazzarli se agiscono in modo sbagliato. Di conseguenza, i politici forniscono i
servizi di base (dalla sanità pubblica alle strade e all'ordine pubblico) che i cittadini esigono. Gli
abitanti di Nogales, Sonora, non sono altrettanto fortunati. Vivono in un mondo diverso, plasmato da
istituzioni diverse. Le istituzioni creano incentivi molto differenti per gli abitanti delle due Nogales e
per le aziende e gli imprenditori disposti a investirvi. Tali incentivi, determinati dalle differenti
istituzioni dei due paesi in cui sono situate, sono la ragione principale del divario di prosperità
economica di qua e di là dal confine.
Perché le istituzioni degli Stati Uniti sono tanto più adatte a promuovere il successo economico
di quelle del Messico e, oltretutto, dell'intera America Latina? La risposta a questa domanda risiede nel
modo in cui le diverse società si sono formate durante il primo periodo coloniale, allorché si determinò
un processo di divergenza istituzionale, le cui conseguenze perdurano ancora oggi. Per capire questa
differenziazione, dunque, dobbiamo cominciare dalla fondazione delle colonie in Nordamerica e
America Latina.

La fondazione di Buenos Aires
Nei primi mesi del 1516 il navigatore spagnolo Juan Díaz de Solís si avventurò in un ampio
estuario sulla costa orientale del Sudamerica. Approdando a riva, de Solís rivendicò la terra in nome
della Spagna, e diede al fiume il nome di Río de la Plata ("fiume d'argento"), dal momento che la
gente locale possedeva questo metallo. I popoli indigeni su entrambi i lati dell'estuario - i charrúa in
quello che oggi è l'Uruguay e i querandí nelle pianure poi divenute note come pampas nell'Argentina
moderna - mostrarono ostilità verso i nuovi arrivati. Gli amerindi locali erano cacciatori-raccoglitori
che vivevano in piccoli gruppi, senza una forte autorità politica centrale. Fu proprio una banda di
charrúa a bastonare a morte de Solís, mentre esplorava i nuovi territori che aveva tentato di occupare
per la Spagna.
Nel 1534, gli spagnoli, ancora ottimisti, inviarono una prima missione di coloni, con a capo
Pedro de Mendoza, e fondarono una città nel sito dove oggi sorge Buenos Aires. Avrebbe dovuto
essere un luogo ideale per gli europei. Buenos Aires ("aria buona") aveva un clima temperato, ospitale.
Eppure il primo soggiorno degli spagnoli durò poco. Essi non erano in cerca di aria buona, ma di
risorse di cui appropriarsi e indigeni da costringere ai lavori forzati. I charrúa e i querandí non erano
però dello stesso avviso. Si rifiutavano di fornire cibo agli spagnoli e, se catturati, di lavorare;
attaccavano il nuovo insediamento con archi e frecce. Gli spagnoli furono in breve ridotti alla fame, dal
momento che non avevano previsto di doversi procurare il cibo autonomamente. Buenos Aires non era
ciò che avevano sognato. Non si riusciva a costringere la gente locale a lavorare per i coloni. Non era
possibile sfruttare l'area per estrarre argento o oro; l'argento che de Solís aveva trovato era arrivato
direttamente dallo stato inca sulle Ande, lontano, a ovest.
Gli spagnoli, mentre cercavano di sopravvivere, cominciarono a inviare spedizioni per trovare
un altro luogo, che potesse offrire ricchezze più vaste e popolazioni più facili da sottomettere. Nel
1537, una di queste spedizioni, capeggiata da Juan de Ayolas, risalendo il fiume Paraná in cerca di una
via per il territorio inca entrò in contatto con i guaraní, popolo sedentario con un'economia agricola
basata sul mais e la manioca. De Ayolas si rese immediatamente conto che i guaraní erano tutt'altra
cosa rispetto ai charrúa e ai querandí. Dopo un breve conflitto, gli spagnoli prevalsero sulla resistenza
dei guaraní e fondarono una città, Nuestra Señora de Santa María de la Asunción, a tutt'oggi capitale
del Paraguay. I conquistadores sposarono principesse guaraní e rapidamente si instaurarono come la
nuova aristocrazia. Adattarono i sistemi di lavoro forzato e riscossione dei tributi dei guaraní, mettendo
sé stessi al timone. Questo era il tipo di colonia che volevano fondare, ed entro quattro anni Buenos
Aires fu abbandonata: tutti gli spagnoli che vi si erano stabiliti si trasferirono nella nuova città.
Buenos Aires, la "Parigi del Sudamerica", una città di ampi boulevard all'europea, che si
giovava della grande ricchezza agricola delle pampas, non fu più colonizzata fino al 1580. Il suo
abbandono e la conquista del territorio dei guaraní rivelano la logica della colonizzazione europea delle
Americhe. I primi coloni spagnoli e, come vedremo, anche i coloni inglesi non erano interessati a
lavorare la terra; volevano che altri lo facessero per loro, bramosi solo di ricchezze, oro e argento da
depredare.
Da Cajamarca...
Le spedizioni di de Solís, de Mendoza e de Ayolas avvennero sulla scia delle più note imprese
di Cristoforo Colombo, che avvistò un'isola delle Bahamas il 12 ottobre 1492. A dare il la
all'espansione e alla colonizzazione spagnola delle Americhe furono l'invasione del Messico da parte
di Hernán Cortés nel 1519, la spedizione di Francisco Pizarro in Perù una quindicina di anni più tardi e
la spedizione di Pedro de Mendoza nel Río de la Plata solo due anni dopo. Nel corso del secolo
successivo, la Spagna conquistò e colonizzò gran parte del Sudamerica centrale, occidentale e
meridionale, mentre il Portogallo rivendicò, più a est, il dominio sul Brasile.
La strategia di colonizzazione degli spagnoli fu molto efficace. Elaborata per la prima volta da
Cortés in Messico, si basava sull'idea che il miglior modo per vincere ogni resistenza fosse catturare il
capo indigeno. Ciò consentì agli spagnoli di appropriarsi delle ricchezze accumulate dai leader locali e
di costringere i popoli autoctoni a offrire cibo e tributi. Il passo successivo fu di ergersi a nuova élite
della società indigena e prendere il controllo dei sistemi di tassazione ed esazione dei tributi esistenti,
in particolare del lavoro forzato.
Quando Cortés e i suoi uomini arrivarono nella grande capitale azteca di Tenochtitlán, l'8
novembre 1519, furono ricevuti con benevolenza da Montezuma, l'imperatore azteco, che aveva
deciso, contro il parere dei suoi consiglieri, di accogliere gli spagnoli in pace. Che cosa accadde subito
dopo è ben descritto dal resoconto redatto dopo il 1545 dal frate francescano Bernardino de Sahagún,
nel suo famoso Codice fiorentino:
Improvvisamente [gli spagnoli] afferrarono Montezuma (...) e i cannoni esplosero un colpo
(...). Il panico si diffuse; fu come se tutti avessero il cuore in gola. Prima che calasse la notte si erano
diffusi terrore, stupore, apprensione e grande incredulità in tutti quanti.
E quando venne l'alba furono subito ufficializzate le richieste [degli spagnoli]: tortillas bianche,
tacchini arrostiti, uova, acqua, legna e carbonella (...). Questo era stato ordinato da Montezuma.
E quando gli spagnoli si furono ben sistemati, iniziarono a interrogare Montezuma a riguardo
del tesoro della città (...) e con grande insistenza essi chiedevano dell'oro. E Montezuma dunque
condusse con sé gli spagnoli, che lo seguirono circondandolo (...) e tutti lo tenevano stretto, tutti lo
afferravano.
E quando essi raggiunsero il palazzo del tesoro, in un posto chiamato Teocalco, radunarono tutti
gli oggetti preziosi; copricapi di piume di quetzal, strumenti, scudi, dischi d'oro (...) orecchini d'oro,
bracciali d'oro per braccia a e gambe, fasce dorate.
E immediatamente si procedette a separare l'oro (...) e subito gli spagnoli bruciarono tutti (...)
gli oggetti preziosi. E con l'oro ricavato vennero fusi lingotti (...). E gli spagnoli frugavano dappertutto
(...). E tutto quello che ritenevano utile e prezioso lo prendevano.
Giunsero infine al magazzino dello stesso Montezuma (...) a Teocalco (...) e si impadronirono
delle proprietà [di Montezuma] (...) e di tutti i suoi oggetti preziosi: collane con pendagli, bracciali
ornati con piume di quetzal, bracciali d'oro, braccialetti, fasce dorate decorate con conchiglie (...) e il
diadema di turchesi che era il simbolo del potere regale. Si impadronirono di tutto quanto.
La conquista militare degli aztechi nel 1521 era ormai completata. Cortés, in qualità di
governatore della provincia della Nuova Spagna, cominciò allora a ripartire la risorsa più preziosa, la
popolazione indigena, attraverso l'istituzione dell'encomienda. Questa aveva fatto la sua comparsa per
la prima volta nella Spagna del XV secolo come parte della riconquista del Sud del paese a danno dei
cosiddetti "mori", gli arabi che vi si erano stabiliti a partire dall'VIII secolo. Nel Nuovo Mondo prese
una forma assai più perniciosa: si trattava dell'assegnazione di un certo numero di indigeni a uno
spagnolo, il cosiddetto encomendero. Gli indigeni dovevano all'encomendero tributi e servizi di lavoro,
in cambio dei quali egli aveva la responsabilità di convertirli al cristianesimo.
Un primo, vivido resoconto del funzionamento dell'encomienda ci è pervenuto da Bartolomé de
las Casas, un frate domenicano che formulò la prima critica, e una delle più impietose, del sistema
coloniale spagnolo. De las Casas arrivò sull'isola di Hispaniola nel 1502 con una flotta di navi condotta
dal nuovo governatore, Nicolás de Ovando, restando sempre più deluso e turbato dal crudele
sfruttamento a danno dei popoli indigeni di cui era testimone quotidiano. Nel 1513 prese parte alla
conquista spagnola di Cuba come cappellano, per cui fu persino beneficiato di un'encomienda per i
servizi resi. Tuttavia, rinunciò alla donazione e cominciò una lunga campagna per riformare le
istituzioni coloniali spagnole. I suoi sforzi culminarono nella Brevissima relazione della distruzione
delle Indie, scritta nel 1542, che rappresenta un vibrante attacco alla barbarie della dominazione
spagnola. De las Casas riferisce quanto segue sull'encomienda, nel caso particolare del Nicaragua:
Gli spagnoli si stabilirono in ognuno [di quei villaggi] che erano stati loro assegnati o, come
essi dicono, affidati e vi facevano lavorare gli indios, sostentandosi con il loro misero cibo e
portandogli via tutta la terra e i poderi con cui si mantenevano. Cosicché gli spagnoli tenevano nelle
loro case tutti gli indios: anziani capi, vecchi, donne e bambini erano obbligati a servirli senza riposo,
giorno e notte.
A proposito della conquista di Nuova Granada, l'odierna Colombia, de las Casas offre una
descrizione completa della strategia spagnola:
Gli spagnoli si erano spartiti i villaggi, i signori e la popolazione con l'unico pretestuoso
obiettivo di raggiungere il fine cui mirano, cioè l'oro, assoggettando tutti alla consueta tirannia e
servitù. Il principale tiranno e capitano che comandava su quella terra senza alcun motivo prese e tenne
prigioniero il re e signore di tutto il regno e lo rinchiuse in prigione per sei o sette mesi, chiedendogli
oro e smeraldi. Quel re, che si chiamava Bogotá, per la paura disse che avrebbe dato loro una casa
piena di quell'oro che gli chiedevano, sperando così di liberarsi dalle mani di chi lo affliggeva, e
mandò gli indios a prenderlo, e costoro più volte portarono una gran quantità d'oro e pietre preziose;
ma siccome non consegnava la casa d'oro, gli spagnoli dicevano al capitano di ammazzarlo perché non
compiva ciò che aveva promesso. Il tiranno rispose che per giustizia avrebbero dovuto chiederglielo
davanti a quello stesso re, così gli spagnoli presentarono la loro querela accusando il sovrano di quella
terra, e il tiranno emise la sentenza, condannandolo alla tortura se non avesse consegnato la casa d'oro.
Gli inflissero la tortura della corda, gli versarono grasso ardente sulla pancia, gli chiusero ciascuno dei
piedi in dei ferri conficcati su un palo e il collo stretto in un altro palo mentre due uomini lo tenevano
per le mani e altri gli bruciavano i piedi. Di tanto in tanto entrava il tiranno e gli diceva che lo avrebbe
fatto morire a poco a poco tra i supplizi se non gli avesse dato l'oro. Fu di parola e ammazzò quel
signore con le torture.
La strategia e le istituzioni della conquista perfezionate in Messico furono prontamente adottate
anche nel resto dell'Impero spagnolo. E mai si rivelarono più efficaci di quanto lo furono durante la
conquista del Perù da parte di Pizarro. De las Casas inizia così il suo resoconto:
Nell'anno 1531 un altro gran tiranno andò con certi suoi uomini nei regni del Perù, dove entrò
con lo stesso titolo e gli stessi propositi e intenzioni di tutti gli altri (era uno di quelli che meglio e in
più di un'occasione si erano esercitati in tutte le crudeltà e le carneficine commesse in Terra Ferma a
partire dall'anno 1510).
Pizarro partì dal tratto di costa vicino alla città peruviana di Tumbes e iniziò a marciare verso
sud. Il 15 novembre 1532 raggiunse la città montana di Cajamarca, dove l'imperatore inca Atahualpa si
era accampato con il suo esercito. Il giorno successivo Atahualpa - che aveva appena sconfitto suo
fratello Huáscar in una lotta per la successione al trono del padre defunto, Huayna Cápac - si diresse
con il proprio seguito al campo degli spagnoli. Atahualpa era irritato perché gli era giunta notizia di
atrocità commesse dagli spagnoli, come per esempio la violazione del tempio di Inti, il dio del sole. I
fatti seguenti sono ben noti. Gli spagnoli tesero una trappola e uccisero la guardia di Atahualpa,
assieme forse ad altre duemila persone, catturando l'imperatore. Per riconquistare la propria libertà,
Atahualpa promise di riempire una stanza d'oro e altre due delle stesse dimensioni d'argento. Riuscì a
farlo; tuttavia, gli spagnoli rinnegarono gli accordi presi e lo strangolarono nel luglio del 1533. Nel
novembre di quell'anno gli spagnoli conquistarono Cuzco, la capitale inca, dove i membri
dell'aristocrazia, ricevendo lo stesso trattamento di Atahualpa, furono tenuti prigionieri e costretti a
fornire oro e argento. Quando non riuscivano a soddisfare le richieste spagnole, venivano bruciati vivi.
I tesori dell'arte inca a Cuzco, tra cui il Coricancha, il tempio del dio sole, furono spogliati di tutti gli
arredi d'oro, che vennero fusi in lingotti.
A questo punto gli spagnoli si concentrarono sull'Impero inca e sulla sua popolazione. Come in
Messico, i cittadini dell'impero furono suddivisi in encomiendas, ciascuna assegnata a uno dei
conquistadores che avevano accompagnato Pizarro. Nel primo periodo coloniale l'encomienda era la
principale istituzione per il controllo e l'organizzazione del lavoro, ma presto si trovò di fronte un forte
concorrente. Nel 1545, un nativo di nome Diego Gualpa stava cercando una reliquia indigena sulle
Ande, in quella che oggi è la Bolivia, quando, gettato a terra da un'improvvisa folata di vento, si trovò
di fronte a un giacimento nascosto di argento. Era parte di una grande montagna ricolma del prezioso
minerale, ribattezzata dagli spagnoli Cerro Rico (collina ricca). Fu così che attorno crebbe la città di
Potosí, la quale al suo apice, nel 1650, raggiunse una popolazione di 160000 persone, superiore a quella
di Lisbona e Venezia.
Per estrarre l'argento, gli spagnoli avevano bisogno di minatori - un gran numero di minatori.
Fu inviato un nuovo viceré, la massima autorità coloniale spagnola, nella persona di Francisco de
Toledo, con la missione di risolvere il problema. Arrivato in Perù nel 1569, egli trascorse i primi cinque
anni viaggiando per conoscere la sua nuova giurisdizione. Commissionò anche un ampio censimento
della popolazione. Per trovare la manodopera di cui aveva bisogno, de Toledo iniziò deportando la
quasi totalità della popolazione indigena, e concentrandola in nuove città chiamate reducciones
(riduzioni), che avrebbero facilitato lo sfruttamento del lavoro da parte della corona spagnola. Lì
reintrodusse un'istituzione locale nota come mita, termine che nella lingua degli inca, il quechua,
significa "una curva". Con il sistema della mita, gli inca avevano impiegato il lavoro forzato nelle
piantagioni che fornivano cibo ai templi, all'aristocrazia e all'esercito. In cambio, l'élite inca forniva
sicurezza e soccorso in caso di carestie. Nelle mani di de Toledo la mita, e in particolare la mita di
Potosí, divenne il più grande e oneroso piano di sfruttamento del lavoro di tutto il periodo coloniale
spagnolo. De Toledo definì un'enorme area di reclutamento, che dall'odierno Perù centrale giungeva a
comprendere gran parte dell'attuale Bolivia, estendendosi per oltre cinquecentomila chilometri
quadrati. In tale area, a un settimo degli abitanti di sesso maschile, appena trasferiti nelle reducciones,
venne ordinato di lavorare nelle miniere di Potosí. La mita di Potosí fu tenuta in vita per l'intero
periodo coloniale e venne abolita solo nel 1825.
Cartina 1. L'Impero inca, la sua rete stradale e l'estensione dell'area interessata dal regime della
mita nelle miniere.
La cartina 1 mostra l'area di reclutamento della mita sovrapposta all'estensione dell'Impero
inca all'epoca della conquista spagnola, e ci dà la misura in cui la mita coincideva con il cuore
dell'impero, comprendendo la capitale Cuzco.
È interessante osservare come l'eredità della mita sia ancora presente nel Perù di oggi. Si
prendano le differenze tra le vicine province di Calca e Acomayo: a prima vista, le due province non
sembrano molto diverse. Entrambe sono in alta montagna e ciascuna è abitata da discendenti degli inca
di lingua quechua. Eppure Acomayo è molto più povera, e i suoi abitanti hanno consumi di circa un
terzo inferiori a quelli di Calca. Le persone lo sanno. Ad Acomayo chiedono agli avventurosi
viaggiatori stranieri: "Non lo sapete che la gente qui è più povera che a Calca? Perché mai siete voluti
venire fin qui?". E bisogna esserlo, un po' avventurosi, perché dalla capitale regionale di Cuzco,
l'antico centro dell'Impero inca, è molto più difficile raggiungere Acomayo che non Calca. La strada
per Calca è pavimentata, quella per Acomayo versa in un terribile stato di incuria. Per andare oltre
Acomayo, serve un cavallo o un mulo. A Calca e Acomayo le persone coltivano gli stessi raccolti, ma a
Calca li vendono sul mercato in cambio di denaro, mentre ad Acomayo le colture bastano solo per la
sussistenza. Queste evidenti disuguaglianze, ben visibili anche alla popolazione locale, possono essere
comprese considerando le differenze istituzionali fra le due province, differenze che hanno radici
storiche risalenti a de Toledo e al suo piano per un efficace sfruttamento del lavoro indigeno. La più
grande è che Acomayo rientrava nella mita di Potosí, e Calca ne era al di fuori.
Oltre alla concentrazione del lavoro e alla mita, de Toledo consolidò l'encomienda con una
tassa pro capite, una somma fissa in argento che ogni maschio adulto doveva pagare alla fine dell'anno.
Anche questa strategia era pensata allo scopo di costringere le persone a entrare nel mercato del lavoro
e ridurre i salari pagati dai possidenti spagnoli. Durante la reggenza di de Toledo si diffuse un'altra
istituzione, il repartimiento de mercancias. Il repartimiento (letteralmente distribuzione) consisteva
nella vendita forzosa di beni ai nativi, a prezzi imposti dagli spagnoli. Infine, de Toledo introdusse il
trajin (fardello) che obbligava gli indigeni a portare carichi pesanti di merci come vino, foglie di coca o
tessuti in sostituzione delle bestie da soma, a beneficio degli affari dell'élite spagnola.
In tutte le colonie spagnole delle Americhe emersero simili istituzioni e strutture sociali. Dopo
la fase iniziale, caratterizzata dal saccheggio e dalla febbre dell'oro e dell'argento, gli spagnoli
crearono una ragnatela di istituzioni progettate allo scopo di sfruttare i popoli indigeni. L'insieme di
encomienda, mita, repartimiento e trajin era concepito per ridurre al livello di sussistenza il tenore di
vita dei nativi, e quindi far confluire nelle mani degli spagnoli tutto il reddito restante. Ciò fu ottenuto
attraverso l'esproprio della terra, il lavoro forzato, salari bassissimi, l'imposizione di pesanti tributi e di
prezzi alti per beni che non erano neanche acquistati volontariamente dagli indigeni. Queste istituzioni,
pur portando grandi ricchezze alla corona spagnola e rendendo molto agiati i conquistadores e i loro
discendenti, trasformarono l'America Latina nel continente più disuguale al mondo e minarono gran
parte del suo potenziale economico.
... A Jamestown
Quando gli spagnoli si apprestavano a cominciare la loro conquista delle Americhe alla fine del
XV secolo, l'Inghilterra era una potenza europea di secondo piano, che solo allora si stava riprendendo
dagli effetti devastanti di un conflitto civile, la Guerra delle due rose. All'epoca non era certo nella
condizione di prendere parte alla corsa al saccheggio dell'oro americano, né di sfruttare con profitto le
popolazioni del continente. Tuttavia, più o meno cent'anni dopo, nel 1588, la vittoria sull'"Armada" -
la flotta con cui Filippo II di Spagna tentò di invadere l'Inghilterra - scatenò un terremoto politico le
cui scosse furono avvertite in tutta Europa. Per quanto fortunosa, questa vittoria rappresentava anche un
segnale del crescente protagonismo inglese in campo navale, protagonismo che avrebbe finalmente
consentito all'Inghilterra di costruire un impero coloniale.
Non è dunque una coincidenza se gli inglesi stabilirono le loro prime colonie in Nordamerica
esattamente nello stesso periodo. Ma erano già in ritardo. Il Nordamerica fu scelto non perché
rappresentasse un'opportunità particolarmente attraente, ma poiché all'epoca era tutto ciò che restava.
Le regioni più "desiderabili" delle Americhe, dove la popolazione da sfruttare era abbondante e dove
giacevano miniere d'oro e d'argento, erano già state occupate. Gli inglesi presero ciò che gli altri
avevano lasciato sul piatto. Nel riflettere su dove si trovassero quelli che definiva "prodotti di base" -
categoria che includeva i raccolti agricoli destinati all'esportazione -, lo scrittore e agronomo inglese
del XVIII secolo Arthur Young scriveva:
Sembra che, nel complesso, il valore di questi prodotti decresca in modo inversamente
proporzionale alla loro distanza dal sole. Nelle Indie occidentali, la regione più calda di tutte, la resa
media pro capite è di 8 sterline, 12 scellini e un pence. Nelle regioni continentali meridionali, 5 sterline
e 10 scellini. In quelle centrali, le rese ammontano a 9 sterline e 6 pence e mezzo. Nelle colonie
settentrionali, 2 scellini e 6 pence. Questa scala suggerisce senz'altro la più importante delle lezioni:
evitare la colonizzazione delle regioni settentrionali.
Il primo tentativo inglese di insediare una colonia, a Roanoke, Carolina del Nord, tra il 1585 e il
1587, fu un completo fallimento. Nel 1607 ci fu un secondo tentativo. Poco prima della fine del 1606
tre vascelli, la Susan Constant, la Godspeed e la Discovery, salparono per la Virginia al comando del
capitano Christopher Newport. I coloni, sotto l'egida della Virginia Company, entrarono nella
Chesapeake Bay e risalirono il fiume, che ribattezzarono James, dal nome dell'allora monarca inglese
Giacomo I. Il 14 maggio 1607 fondarono la colonia di Jamestown.
Benché a bordo delle navi della Virginia Company ci fossero degli inglesi, il modello coloniale
di cui si facevano portatori era pesantemente influenzato da quello elaborato da Cortés, Pizarro e de
Toledo. Il loro piano iniziale era dunque di catturare il capo locale e usare questa leva per ottenere
provviste e costringere la popolazione a produrre cibo e altri beni per loro.
Al loro arrivo a Jamestown, i coloni inglesi non sapevano di essere sbarcati nel territorio della
confederazione Powhatan, un'associazione di una trentina di stati-tribù indigeni fedeli a un re chiamato
Wahunsunacock. La capitale di Wahunsunacock era la città di Werowocomoco, ad appena trenta
chilometri da Jamestown. Il piano dei coloni era di raccogliere informazioni sulle pratiche e le
istituzioni locali. Nel caso in cui non fosse stato possibile costringere gli indigeni a fornire cibo e
manodopera, almeno avrebbero potuto commerciare con loro. Sembra che l'idea che gli stessi coloni
potessero lavorare producendo il cibo necessario al proprio sostentamento non sia mai passata per la
testa degli inglesi: non era così che si erano comportati i primi conquistatori del Nuovo Mondo.
Wahunsunacock, dal canto suo, fu ben presto consapevole della presenza dei coloni, e guardò
alle loro intenzioni con grande sospetto. A capo di quello che, per gli standard del Nordamerica,
costituiva un impero di dimensioni ragguardevoli, egli tuttavia aveva molti nemici; inoltre non
disponeva di un sistema politico fortemente centralizzato come l'Impero inca. Inizialmente,
Wahunsunacock decise di attendere, per capire meglio quali fossero le intenzioni degli inglesi, e mandò
loro dei messaggeri dichiarando la sua decisione di intrattenere relazioni amichevoli con la colonia.
Con l'approssimarsi dell'inverno del 1607, i coloni di Jamestown cominciarono a essere a corto
di cibo, mentre il leader dell'insediamento, Edward Marie Wingfield, temporeggiava confuso. La
situazione fu allora risolta dal capitano John Smith. Smith, i cui scritti rappresentano una delle
principali fonti di informazioni sullo sviluppo della colonia nelle sue prime fasi, fu un personaggio
dalla vita romanzesca. Nato in Inghilterra, nella regione rurale del Lincolnshire, disattese il desiderio
paterno di vederlo avviato alla carriera commerciale e divenne invece un mercenario. Combatté
dapprima con l'esercito inglese nei Paesi Bassi, dopodiché si unì alle armate austriache che in Ungheria
combattevano contro l'Impero ottomano. Catturato in Romania, fu venduto come schiavo e impiegato
come bracciante, fino a quando, rubando i vestiti e il cavallo del suo padrone, non riuscì a fuggire e
ritornare in territorio austriaco. Smith si mise nei guai anche durante il viaggio verso la Virginia, tanto
che dopo aver disobbedito agli ordini di Wingfield fu imprigionato sulla Susan Constant per
ammutinamento. Il piano, una volta raggiunto il Nuovo Mondo, era di sottoporlo a processo. Per
l'orrore di Wingfield, Newport e degli altri membri dell'élite della colonia, al momento dell'apertura
delle buste sigillate con gli ordini della Virginia Company si scoprì, tuttavia, che tra i membri nominati
nel consiglio direttivo che avrebbe dovuto governare Jamestown c'era proprio Smith.
Con Newport di ritorno in Inghilterra per recuperare provviste e altri volontari e Wingfield
incerto sul da farsi, fu quindi Smith a salvare la colonia. Egli organizzò una serie di spedizioni
commerciali, che procurarono le necessarie scorte di cibo. Durante una di queste fu catturato da
Opechancanough, uno dei fratelli minori di Wahunsunacock, e condotto alla presenza del re a
Werowocomoco. Smith fu il primo inglese a incontrare Wahunsunacock; durante questo primo
incontro, secondo alcuni resoconti, la sua vita fu salvata solo dall'intercessione della giovane figlia del
re, Pocahontas. Liberato il 2 gennaio 1608, Smith ritornò a Jamestown, dove il cibo scarseggiava
ancora gravemente prima dell'arrivo, più tardi lo stesso giorno, della nave di Newport dall'Inghilterra.
I coloni di Jamestown non impararono subito la lezione impartita da quelle prime esperienze.
Per tutto il 1608 continuarono la loro spasmodica ricerca di oro e metalli preziosi. Ancora non
sembravano rendersi conto che per sopravvivere non potevano procurarsi cibo dagli indigeni,
minacciandoli o commerciando con loro. Fu Smith il primo a comprendere che il modello coloniale che
aveva funzionato così bene per Cortés e Pizarro non avrebbe dato gli stessi risultati in Nordamerica. La
situazione era semplicemente troppo diversa. Smith notò innanzitutto che, a differenza di aztechi e
inca, gli indigeni locali non possedevano oro. Scrisse nel suo diario che "le provviste di cibo
costituiscono la loro esclusiva ricchezza". Anas Todkill, uno dei primi coloni e autore di un ricco
diario, espresse bene la frustrazione di Smith e degli altri che avevano raggiunto questa stessa
conclusione:
Non si parlava, né si sperava, né si lavorava, non si faceva niente eccetto che pensare a scavare
oro, sgrezzare oro, caricare oro.
Quando Newport salpò per l'Inghilterra nell'aprile del 1608 portava con sé un carico di pirite, il
cosiddetto "oro degli sciocchi". Ritornò alla fine di settembre, recando ordini della Virginia Company
che esortavano a stabilire un controllo più fermo sulle popolazioni locali. Il piano prevedeva
l'incoronazione di Wahunsunacock, un atto che, si sperava, lo avrebbe reso obbediente vassallo del re
inglese Giacomo I. I coloni lo invitarono dunque a Jamestown, ma Wahunsunacock, ancora
profondamente sospettoso, non aveva alcuna intenzione di rischiare la cattura per mano degli inglesi.
John Smith riporta la risposta di Wahunsunacock: "Se il vostro re mi manda doni, ricordate che anch'io
sono un re e questa è la mia terra... Spetta a vostro padre venire da me e non il contrario, né io mi
getterò sull'esca che voi agitate". Dato che Wahunsunacock non era intenzionato ad abboccare all'esca
inglese, Newport e Smith dovettero recarsi a Werowocomoco per l'atto formale di incoronazione.
L'evento sembra si sia risolto in un fiasco assoluto, il cui unico risultato fu convincere lo stesso
Wahunsunacock che era venuto il momento di sbarazzarsi degli inglesi. Sulla colonia fu dunque
imposto un embargo commerciale, che impedì alla popolazione di Jamestown di commerciare per
procurarsi il cibo. Wahunsunacock voleva prenderli per fame.
Newport si recò ancora una volta in Inghilterra, nel dicembre 1608, portando con sé una lettera
di Smith per i direttori della Virginia Company in cui si domandavano cambiamenti drastici nel
modello di gestione della colonia. Non c'era alcuna possibilità di realizzare un rapido e profittevole
sfruttamento della Virginia, seguendo il modello del Messico e del Perù. Non c'erano oro né metalli
preziosi, e la popolazione indigena non poteva essere costretta a lavorare o a procurare cibo. Smith
comprese che, se si voleva creare una colonia autosufficiente, sarebbero stati i coloni a dover lavorare.
Scrisse quindi ai direttori della compagnia di mandare nuovi individui, dotati del profilo appropriato:
"Quando invierete nuovi coloni, vi prego di mandare una trentina tra falegnami, agricoltori, pescatori,
fabbri, muratori e robusti boscaioli per il taglio della legna, di cui abbiamo grandi riserve".
Smith non voleva altri inutili cercatori d'oro. Ancora una volta, Jamestown sopravvisse solo
grazie al suo ingegno. Alternando lusinghe e minacce, riuscì a persuadere gruppi locali di indigeni a
commerciare con lui, imponendosi con la forza quando questo non bastava. Nella colonia, dove il suo
potere era quasi assoluto, impose la regola per la quale "colui che non lavora non mangerà".
Jamestown sopravvisse al suo secondo inverno.
La Virginia Company era stata concepita come un'impresa redditizia, ma dopo due anni
disastrosi non si vedeva l'ombra di un profitto. Il direttivo della compagnia decise dunque che c'era
bisogno di un nuovo modello di gestione, e sostituì il consiglio con un unico governatore. Il primo a
ricoprire la nuova carica fu Sir Thomas Gates. Seguendo alcuni consigli di Smith, si stabilì che era
giunto il momento di provare strade diverse. Il nuovo corso fu rafforzato dagli eventi dell'inverno del
1609-1610, il cosiddetto "periodo della fame". Il nuovo sistema di governo chiuse ogni spazio
all'azione di Smith che, scontento e demoralizzato, ritornò in Inghilterra nell'autunno del 1609. Senza
il suo ingegno e la sua inventiva, e con Wahunsunacock che limitava i rifornimenti di cibo, i coloni di
Jamestown iniziarono a morire. Dei cinquecento che si trovarono ad affrontare l'inverno, solo sessanta
arrivarono a marzo. La situazione era talmente disperata che i coloni ricorsero al cannibalismo.
Il "nuovo modello" applicato alla colonia da Gates e dal suo vice, Sir Thomas Dale, consisteva
nell'imporre un regime draconiano di lavoro ai coloni - anche se certo non all'élite che governava la
colonia. Fu Dale a far approvare le Lawes Divine, Morall and Martiall ("Leggi divine, morali e
marziali"), che includevano le seguenti prescrizioni:
Nessun uomo o donna, pena la morte, abbandonerà la colonia per unirsi agli Indiani.
Chiunque derubi un orto, pubblico o privato, o un vigneto, o rubi del granturco, sarà punito con
la morte.
Nessun membro della colonia, pena la morte, venderà o cederà alcuna merce a capitani, ufficiali
o marinai affinché sia trasportata al di fuori della colonia per il loro uso privato.
Se la popolazione indigena non poteva essere sfruttata, così ragionava la Virginia Company,
forse sarebbe stato possibile sfruttare almeno i coloni. Il nuovo modello di sviluppo le assegnava la
proprietà di tutti i terreni. Gli uomini erano alloggiati in caserme e il cibo razionato; i coloni lavoravano
in squadre, ciascuna sotto il controllo di un agente della compagnia. La situazione poteva essere
paragonata a un regime di legge marziale, dove la pena di morte era applicata con frequenza e
immediatezza. Nell'illustrare le nuove istituzioni della colonia, la prima delle prescrizioni citate è
particolarmente significativa: la compagnia minacciava di applicare la pena di morte a chiunque
fuggisse. Considerata la severità del nuovo regime, la fuga per andare a vivere con gli indigeni divenne
una possibilità sempre più allettante per i coloni costretti a lavorare; per di più, restava sempre aperta,
data la scarsa densità delle stesse popolazioni indigene, l'opzione di tentare la fortuna da soli nei
territori fuori dal controllo della Virginia Company. La possibilità per la compagnia di impedire questi
comportamenti restava limitata; in definitiva, non poteva costringere i coloni inglesi a lavorare
duramente al prezzo di scarse razioni di cibo.
Cartina 2. Densità di popolazione del continente americano nel 1500.
La cartina 2 mostra una stima della densità abitativa nelle diverse regioni americane al tempo
della conquista spagnola. La densità di popolazione degli Stati Uniti, al di là di poche limitate aree, era
inferiore a 0,3 abitanti per chilometro quadrato. Nelle regioni centrali del Messico e nelle Ande
peruviane, superava i 150 abitanti per chilometro quadrato, un valore oltre cinquecento volte più
elevato. Di conseguenza, ciò che era possibile in Messico o in Perù non era possibile in Virginia.
Ci volle un po' perché la Virginia Company riconoscesse che il suo modello coloniale
originario non avrebbe funzionato; e altro tempo fu necessario perché il fallimento delle Lawes Divine,
Morall and Martiall fosse chiaro. A partire dal 1618 fu adottata una strategia completamente nuova.
Non essendo possibile costringere né gli indigeni né i coloni a lavorare, l'unica alternativa era dare a
questi ultimi degli incentivi. La compagnia introdusse quindi l'headright system, consegnando a
ciascun individuo cinquanta acri di terra e altri cinquanta per ogni membro della sua famiglia o
servitore che si fosse trasferito in Virginia. I coloni furono liberati dai loro precedenti contratti, e a
ciascuno fu assegnata una casa; nel 1619 fu istituita un'assemblea generale, che garantì a tutti gli
uomini adulti di dire la loro sulle leggi e sulle istituzioni che governavano la colonia. Fu il primo
esempio di democrazia negli Stati Uniti.
Trascorsero in tutto dodici anni prima che la Virginia Company imparasse una prima
fondamentale lezione, cioè che il modello che aveva funzionato per gli spagnoli in Messico e
nell'America centrale e meridionale non avrebbe funzionato nel Nord. Il resto del XVII secolo offrì,
pur tra molte resistenze, un secondo insegnamento: l'unica via per una colonia produttiva era creare
istituzioni che dessero ai coloni incentivi per investire e lavorare duramente.
Man mano che il Nordamerica si sviluppava, l'élite inglese provò diverse volte a reintrodurre
istituzioni che riservavano il godimento di pieni diritti politici ed economici a una ristretta minoranza
dei coloni, allo stesso modo degli spagnoli. Tuttavia, questo modello fallì in ogni occasione, proprio
come era successo in Virginia.
Uno dei tentativi più ambiziosi in questo senso cominciò subito dopo il cambio di strategia della
Virginia Company. Nel 1632, il re inglese Carlo I assegnò a Cecilius Calvert, Lord Baltimore, dieci
milioni di acri di terreno dell'alta Chesapeake Bay. La Charter of Maryland, il cui articolo 7 conferiva a
Lord Baltimore, "allo scopo di garantire un giusto e felice Governo della Provincia, libero, pieno e
assoluto Potere, in forza di questa Carta, di promulgare Leggi della più varia natura", gli diede mano
libera per creare nuove istituzioni di governo.
Baltimore elaborò un dettagliato progetto di società feudale, una variante nordamericana e
idealizzata dell'Inghilterra rurale del XVII secolo. Questo comportava la divisione della terra
assegnatagli in grandi appezzamenti di migliaia di acri, ciascuno dei quali sarebbe stato amministrato
da un nobile. I signori avrebbero reclutato degli affittuari, che a loro volta avrebbero lavorato la terra
pagando un canone all'élite che controllava i terreni. Un analogo piano fu adottato tempo dopo, nel
1663, con la fondazione della Carolina da parte di otto grandi proprietari, tra cui Sir Anthony
Ashley-Cooper. Questi, assieme al suo segretario, il grande filosofo inglese John Locke, scrisse le
Fundamental Constitutions della Carolina. Tale documento, esattamente come la precedente Charter of
Maryland, delineava un modello di società verticista e gerarchico, fondato sul controllo della terra da
parte di una ristretta élite. Il preambolo della Charter esplicitava che "il governo di questa provincia
deve essere conforme alle istituzioni della monarchia sotto la quale viviamo, e di cui questa stessa
provincia è parte; e dunque evitare di instaurare una democrazia".
Gli articoli dalle Fundamental Constitutions prevedevano una rigida struttura sociale. Alla base
della piramide c'erano i leet-men (una categoria assimilabile alla servitù della gleba), riguardo ai quali
l'articolo 23 prevedeva: "Tutti i figli dei leet-men saranno essi stessi leet-men, e così per tutte le
generazioni future". Sopra i leet-men, privi di diritti politici, c'erano landgraves e caziques, due classi
di aristocratici. Ciascun landgrave avrebbe ricevuto 48000 acri di terra, e ciascun cazique 24000. In
seguito sarebbe stato creato un parlamento che avrebbe rappresentato landgraves e caziques, ma in cui
dibattere solo le misure già approvate dagli otto grandi proprietari.
Così come in Virginia, anche in Maryland e Carolina il tentativo di introdurre un modello
coloniale più autoritario fallì. Le ragioni di questo insuccesso sono simili. In tutti i casi si rivelò
impossibile costringere i coloni in uno schema sociale rigido e gerarchico, poiché per loro c'erano
semplicemente troppe alternative disponibili nel Nuovo Mondo. Occorreva invece fornire loro incentivi
per farli lavorare nelle colonie. E questo significava aprire la porta alle crescenti domande di libertà
economica e diritti politici. Anche nel Maryland i coloni insisterono per ottenere la proprietà della
terra, e costrinsero Lord Baltimore a istituire un'assemblea rappresentativa. Nel 1691, questa assemblea
spinse il re a dichiarare il Maryland colonia della corona, annullando così i privilegi politici di
Baltimore e dei suoi grandi lords. Una lotta simile si svolse anche in Carolina, e vide di nuovo sconfitti
i latifondisti. La Carolina del Sud divenne una colonia della corona nel 1729.
A partire dagli anni venti del Settecento, tutte le colonie da cui poi sarebbero nati gli Stati Uniti
d'America avevano strutture di governo simili. In ciascuna esistevano un governatore e un'assemblea
elettiva basata sul suffragio maschile, limitato da requisiti di censo. Non erano democrazie: donne,
schiavi e nullatenenti non godevano del diritto di voto. Tuttavia, i diritti politici erano molto ampi se
confrontati con la maggior parte delle società contemporanee. Furono queste assemblee e i loro leader a
unirsi per formare nel 1774 il primo Congresso continentale, preludio all'indipendenza degli Stati
Uniti. Ritenevano di avere il diritto di stabilire tanto la loro composizione quanto il livello della
tassazione: com'è noto, questo determinò un problema fondamentale per il governo coloniale inglese.
Le due costituzioni
Dovrebbe essere ormai evidente che non è per una coincidenza che gli Stati Uniti, e non il
Messico, adottarono e applicarono una costituzione che abbracciava i principi democratici, stabiliva
limiti all'esercizio del potere politico e distribuiva diffusamente tale potere nella società stessa. Il
documento che i delegati scrissero a Philadelphia nel maggio 1787 rappresentò il risultato finale di un
lungo processo, iniziato con la formazione dell'Assemblea generale di Jamestown nel 1619.
Il contrasto tra il processo costituente che si avviò con l'indipendenza statunitense e quello
sviluppatosi in Messico qualche anno dopo è estremamente marcato. Nel febbraio 1808, le armate
francesi di Napoleone Bonaparte invasero la Spagna, conquistando Madrid a maggio. Già a settembre
fu catturato il re spagnolo Ferdinando, che abdicò. Un comitato di salvezza nazionale, la Junta central,
prese dunque il suo posto, continuando la lotta contro i francesi. La Junta si riunì una prima volta ad
Aranjuez, ma di fronte all'avanzata delle armate napoleoniche fu costretta a ritirarsi a sud. Si trasferì
quindi a Cadice, che nonostante l'assedio aveva resistito alle truppe francesi. Qui la Junta istituì un
parlamento, detto Cortes, che nel 1812 promulgò quella che divenne nota come Costituzione di Cadice.
Questa introduceva un modello di monarchia costituzionale basato sul concetto di sovranità popolare, e
aboliva i privilegi speciali garantendo l'uguaglianza davanti alla legge: princìpi che suonavano come
un'aperta disapprovazione nei confronti delle élite sudamericane, le quali erano al vertice di una
struttura istituzionale modellata sull'encomienda, sul lavoro forzato e sul potere assoluto di cui
godevano nello stato coloniale.
Il collasso dello stato spagnolo seguito all'invasione napoleonica scatenò una crisi
costituzionale che attraversò tutta l'America Latina. C'era un vivace dibattito sull'opportunità di
riconoscere l'autorità della Junta central, e, come risposta, in molte aree dell'America Latina iniziarono
a formarsi juntas autonome. A questo punto, fu solo questione di tempo, prima che iniziasse a
diffondersi la percezione che una vera e propria indipendenza dalla Spagna era possibile. La prima
dichiarazione di indipendenza fu quella di La Paz, in Bolivia, nel 1809, ma il moto fu stroncato
rapidamente dalle truppe spagnole arrivate dal Perù. In Messico gli orientamenti politici dell'élite
presero forma a partire dalla rivolta guidata nel 1810 da un prete, padre Miguel Hidalgo. Quando le
truppe di Hidalgo saccheggiarono Guanajuato, il 23 settembre, prima uccisero l'alto ufficiale che
rappresentava la monarchia spagnola, e quindi iniziarono a massacrare indiscriminatamente tutti i
bianchi. Più che un movimento di indipendenza, fu una guerra di classe, o addirittura un conflitto a
sfondo etnico, e tutte le élite si unirono per contrastarlo. Se il progetto indipendentista si coniugava con
un aumento della partecipazione popolare alla vita politica, allora avrebbe trovato contrari non solo gli
spagnoli, ma anche l'élite locale. Di conseguenza, la classe dirigente messicana guardò con estremo
sospetto alla Costituzione di Cadice, che apriva la strada alla partecipazione popolare. Non ne avrebbe
mai riconosciuto la legittimità.
Nel 1815, quando l'impero europeo di Napoleone crollò, re Ferdinando VII ritornò al potere e
la Costituzione di Cadice fu abrogata. Quando la corona spagnola iniziò a rivendicare di nuovo le
proprie colonie americane, non incontrò alcuna resistenza da parte del Messico lealista. Tuttavia, negli
anni venti dell'Ottocento, il corpo armato spagnolo costituito a Cadice, con lo scopo di salpare per le
Americhe e restaurare il controllo della madrepatria, si ribellò all'autorità di Fernando VII. Vi si
unirono presto altre unità dell'esercito in tutto il paese e il re fu costretto a reintrodurre la Costituzione
di Cadice e riconvocare le Cortes. Il nuovo parlamento si rivelò ancora più radicale di quello che aveva
redatto la Costituzione: propose l'abolizione completa di tutte le forme di lavoro forzato e attaccò
anche il regime di privilegi concessi ad alcune classi, come per esempio il diritto dei militari a essere
giudicati in corti marziali separate. Quando si prospettò loro l'estensione di questo documento alle
colonie, le élite messicane decisero di separarsi dalla madrepatria e di dichiarare l'indipendenza.
Il movimento indipendentista fu guidato da Augustín de Iturbide, un ex ufficiale dell'esercito
spagnolo, che il 24 febbraio 1821 pubblicò il Plan de Iguala, in cui articolava la propria idea di un
Messico indipendente. Il piano prevedeva una monarchia costituzionale sotto la guida di un imperatore
messicano, senza però introdurre le clausole della Costituzione di Cadice che all'élite coloniale
sembravano intaccare il suo status privilegiato. Il piano di Iturbide raccolse da subito consensi nel
paese, e la Spagna realizzò rapidamente che non poteva opporsi all'inevitabile. Iturbide, tuttavia, non si
accontentò di guidare il processo di secessione messicana. Sfruttando il vuoto di potere, si avvantaggiò
del sostegno di cui godeva presso l'esercito per farsi incoronare imperatore, un titolo che il grande
leader indipendentista sudamericano Simón Bolívar descrisse come acquisito "per grazia di Dio e della
baionetta". Il potere di Iturbide non era soggetto al controllo di istituzioni politiche simili a quelle che
limitavano il potere del presidente degli Stati Uniti: si trasformò presto in un dittatore, e già nell'ottobre
1822 smantellò il parlamento previsto dalla Costituzione, rimpiazzandolo con una giunta da lui stesso
nominata. Anche se il potere di Iturbide non sarebbe durato a lungo, analoghe sequenze di eventi si
sarebbero ripetute molte altre volte nel Messico del XIX secolo.
La Costituzione degli Stati Uniti non istituì una democrazia secondo gli standard odierni. Ai
singoli stati fu lasciata la possibilità di stabilire chi avrebbe goduto del diritto di voto. Mentre gli stati
del Nord estesero rapidamente il suffragio a tutti gli uomini bianchi, a prescindere dal loro reddito e
patrimonio, gli stati del Sud introdussero questo principio solo gradualmente. Nessuno stato diede il
diritto di voto alle donne o agli schiavi; e se per i bianchi le restrizioni basate sul censo vennero
eliminate, furono introdotti criteri razziali per limitare il diritto di voto dei neri. Com'è noto, la
schiavitù aveva ricevuto una sanzione costituzionale quando, al momento di redigere la Costituzione a
Philadelphia, gli stati avevano condotto un ignobile negoziato sull'assegnazione dei seggi alla Camera
dei rappresentanti. Tali seggi dovevano essere assegnati a ciascuno stato in proporzione alla sua
popolazione,* ma i rappresentati sudisti chiesero che anche gli schiavi fossero conteggiati. I
rappresentanti del Nord si opposero, ma alla fine fu raggiunto un compromesso per cui, al fine di
stabilire il numero di seggi assegnati, ogni schiavo avrebbe contato come tre quinti di una persona
libera. I conflitti tra il Nord e il Sud degli Stati Uniti furono risolti nel corso del processo costituente
dalla definizione della regola dei tre quinti e di altri compromessi fra le parti. Con il tempo si
raggiunsero nuovi accordi: per esempio il Missouri Compromise, secondo il quale, per mantenere
l'equilibrio in Senato tra sostenitori e oppositori della schiavitù, per ogni nuovo stato abolizionista
l'Unione avrebbe dovuto includerne anche uno schiavista. Questi espedienti resero le istituzioni
americane capaci di funzionare pacificamente, fino a quando la guerra di secessione risolse il conflitto
a favore del Nord.
La guerra civile americana fu sanguinosa e distruttiva. Ma sia prima che dopo il conflitto, per
gran parte della popolazione ci furono ampie opportunità economiche, specie nella parte occidentale e
settentrionale degli Stati Uniti. La situazione del Messico fu molto diversa. Se gli Stati Uniti
sperimentarono cinque anni di instabilità politica tra il 1860 e il 1865, nel paese ispanofono l'instabilità
caratterizzò in modo pressoché continuativo i primi cinquant'anni di indipendenza, come ben dimostra
la carriera di Antonio López de Santa Anna.
Santa Anna, figlio di un ufficiale coloniale di Veracruz, si affacciò sulla scena come soldato
durante le guerre di indipendenza messicane. Nel 1821 si unì definitivamente al movimento
indipendentista di Iturbide. Divenne presidente del Messico nel maggio 1833, ma restò al potere
soltanto un mese, preferendo lasciare la carica a Valentín Gómez Farías. La presidenza di Gómez
Farías, a sua volta, durò appena quindici giorni, dopodiché Santa Anna riprese il potere; anche stavolta,
però, la sua permanenza al vertice fu brevissima, e venne di nuovo sostituito da Gómez Farías ai primi
di luglio. I due proseguirono questo balletto fino alla metà del 1835, quando Santa Anna fu deposto da
Miguel Barragán. Ma l'ex soldato non era uomo da arrendersi facilmente. Ritornò presidente nel 1839,
nel 1841, nel 1844, nel 1847 e, infine, ancora tra il 1853 e il 1855. In tutto, fu a capo dello stato undici
volte; c'era Santa Anna in carica, quando il Messico perse Alamo e il Texas e, a seguito di un
disastroso conflitto con gli Stati Uniti, i territori che sarebbero divenuti New Mexico e Arizona. Tra il
1824 e il 1867, in Messico si succedettero cinquantadue diversi presidenti, pochi dei quali assunsero il
potere tramite le procedure previste dalla Costituzione.
Le conseguenze di questa instabilità politica senza precedenti sulle istituzioni e sulla struttura
degli incentivi economici dovrebbero essere chiare. La situazione determinò un alto grado di
insicurezza dei diritti di proprietà, nonché un grave indebolimento dello stato messicano, che si trovò
senza l'autorità e la capacità necessarie a riscuotere tasse e fornire servizi pubblici. Nonostante Santa
Anna fosse presidente del Messico, buona parte del territorio del paese non era sotto il suo controllo, il
che permise agli Stati Uniti di annettere il Texas. In più, come abbiamo appena visto, la ragione
fondamentale dietro la dichiarazione d'indipendenza messicana era proteggere il sistema di istituzioni
economiche sviluppatosi durante il periodo coloniale, che aveva fatto del Messico, nelle parole del
grande esploratore e geografo tedesco dell'America Latina, Alexander von Humboldt, "il paese delle
disuguaglianze". Queste istituzioni, fondando la società sullo sfruttamento delle popolazioni indigene e
sulla creazione di monopoli, ridussero drasticamente gli incentivi e la capacità d'iniziativa economica
della maggior parte della popolazione. Nella prima metà del XIX secolo, quando negli Stati Uniti stava
cominciando l'esperienza della rivoluzione industriale, il Messico diventò invece più povero.
Avere un'idea, fondare un'azienda, ottenere un prestito
La rivoluzione industriale prese avvio in Inghilterra. Il suo primo successo fu uno
stravolgimento nella fabbricazione dei tessuti di cotone, attraverso l'utilizzo di nuove macchine
azionate da mulini e motori a vapore. La meccanizzazione della produzione cotoniera incrementò in
modo esponenziale la produttività dei lavoratori, dapprima nel tessile e poi in altri settori industriali. Il
motore di questi progressi tecnologici nel campo economico era l'innovazione, guidata da una classe di
nuovi imprenditori e uomini d'affari ansiosi di mettere in pratica le loro nuove idee. Presto questo
nuovo fenomeno si diffuse oltreatlantico, contagiando gli Stati Uniti. In molti videro allora le enormi
opportunità economiche offerte dall'adozione delle nuove tecnologie sviluppate in Inghilterra e ne
trassero ispirazione per sviluppare le loro proprie invenzioni.
Possiamo comprendere meglio la natura di queste invenzioni osservando chi erano le persone
che le brevettavano. Il sistema dei brevetti, che protegge i diritti di proprietà nel campo delle idee, fu
sistematizzato nello Statuto dei monopoli emanato dal Parlamento inglese nel 1623, in parte come
tentativo di impedire al re di distribuire in modo arbitrario patenti di brevetti a chiunque desiderasse,
garantendo così il diritto esclusivo di esercitare alcune attività o commerci. La cosa sorprendente dei
dati sul sistema americano è che le persone che registravano brevetti venivano da ogni sorta di
retroterra ed esperienze di vita, e non si collocavano solo tra le classi alte o tra i ricchi. Molti
costruirono la propria fortuna personale sui loro brevetti. Prendiamo per esempio Thomas Edison,
inventore del fonografo e della lampadina a incandescenza e fondatore della General Electric, ancora
oggi una delle maggiori compagnie del mondo. Edison era l'ultimo di sette fratelli. Suo padre, Samuel,
fece una gran quantità di mestieri diversi durante la sua vita, dal tagliatore di tegole al sarto, fino
all'oste. Thomas ricevette una scarsa istruzione formale, a parte quella impartita dalla madre.
Tra il 1820 e il 1845, solo il 19 per cento di coloro che registrarono brevetti negli Stati Uniti
aveva genitori liberi professionisti o apparteneva a importanti famiglie di proprietari terrieri. Nello
stesso periodo, il 40 per cento di loro aveva un livello di istruzione uguale o inferiore a quello
elementare, come lo stesso Edison. Nel XIX secolo gli Stati Uniti erano più democratici di quasi ogni
altra nazione dal punto di vista politico, e lo furono anche nell'accogliere l'innovazione tecnologica.
Questo dato fu determinante nel tracciare il sentiero che li avrebbe portati a diventare il paese più
innovatore del mondo in campo economico.
Per un povero con una buona idea, una cosa era registrare un brevetto, un atto dopo tutto non
troppo costoso, un'altra essere in grado di utilizzare quel brevetto per arricchirsi. Una possibile strada
era, ovviamente, vendere il brevetto a qualcun altro. Questo fu ciò che Edison fece agli inizi della sua
carriera per raccogliere capitali, vendendo il suo telegrafo a modulazione di polarità alla Western
Union per 10000 dollari. Vendere i propri brevetti, tuttavia, era una buona soluzione solo per Edison,
che produceva idee a un ritmo superiore alle sue possibilità di metterle in pratica (arrivò alla cifra
record di 1093 brevetti registrati negli Stati Uniti e più di 1500 in tutto il mondo). Il modo migliore di
arricchirsi con un brevetto era avviare una propria attività, ma per farlo erano necessari capitali e
banche che potessero prestarli.
Ancora una volta, gli inventori americani furono fortunati. Durante il XIX secolo, si verificò
una rapida espansione dell'attività bancaria e dell'intermediazione finanziaria, un fattore cruciale nel
facilitare la rapida crescita e l'industrializzazione che interessarono l'economia. Mentre nel 1818
operavano negli Stati Uniti 338 banche, con attività totali per 160 milioni di dollari, nel 1914 il loro
numero era salito a 27864, per un totale di 27 miliardi di dollari di attività. I potenziali investitori
potevano dunque contare su un facile accesso al capitale per avviare la loro impresa. In più, l'intensa
concorrenza tra banche e istituzioni finanziarie negli Stati Uniti significava che questo capitale era
disponibile a tassi di interesse piuttosto bassi.
Lo stesso non poteva dirsi per il Messico. Nel 1910, l'anno in cui scoppiò la Rivoluzione
messicana, nel paese c'erano solo 42 banche, e due di queste controllavano il 60 per cento di tutte le
attività creditizie. Non c'era di fatto concorrenza tra le banche messicane, al contrario degli Stati Uniti,
dove era invece molto serrata. L'assenza di competizione fece sì che le banche messicane potessero far
pagare tassi di interesse molto alti ai propri clienti, e che di solito i prestiti fossero concessi solo a chi
era già ricco e alle élite, le quali a loro volta usavano l'accesso al credito per rafforzare il proprio
controllo sui vari settori dell'economia.
Il modo in cui il sistema bancario messicano si sviluppò nel XIX e XX secolo fu il risultato
diretto degli assetti politico-istituzionali creatisi dopo l'indipendenza. Al caos dell'era di Santa Anna
seguì, tra il 1864 e il 1867, il tentativo del governo francese di Napoleone III, poi abortito, di creare un
regime coloniale sotto l'imperatore Ferdinando Massimiliano. I francesi furono cacciati e fu redatta una
nuova costituzione. Ma il regime costituito da Benito Juárez e, dopo la sua morte, da Sebastián Lerdo
de Tejada fu immediatamente sfidato da un giovane militare chiamato Porfirio Díaz. Generale
vittorioso nella guerra contro i francesi, Díaz aveva sviluppato ambizioni politiche. Formata un'armata
ribelle, nel novembre 1876 sconfisse le forze governative nella battaglia di Tecoac. Nel maggio dello
stesso anno Díaz si fece eleggere presidente. Continuò a governare il Messico quasi interrottamente, e
in modo sempre più autoritario, fino allo scoppio della rivoluzione trentaquattro anni dopo.
Come Iturbide e Santa Anna prima di lui, Díaz era stato un militare. Questo percorso,
dall'esercito alla carriera politica, non era certo ignoto negli Stati Uniti. Il primo presidente, George
Washington, era stato un brillante generale nella guerra contro gli inglesi. Ulysses S. Grant, uno dei
generali che avevano condotto il Nord alla vittoria nella guerra di secessione, divenne presidente nel
1869, e Dwight D. Eisenhower, il comandante in capo delle forze alleate in Europa durante la Seconda
guerra mondiale, ricoprì la massima carica degli Stati Uniti dal 1953 al 1961. A differenza di Iturbide,
Santa Anna e Díaz, tuttavia, nessuno di questi militari utilizzò la forza per conquistare il potere, o per
evitare di doverlo lasciare. Si conformarono a quanto prescritto dalla Costituzione. Benché il Messico
abbia avuto diverse costituzioni durante il XIX secolo, queste furono inefficaci nel limitare la libertà
d'azione di Iturbide, Santa Anna e Díaz, i quali lasciarono il potere esattamente nel modo in cui
l'avevano conquistato, e cioè in seguito a scontri militari.
Díaz violò ripetutamente i diritti di proprietà delle persone favorendo l'espropriazione di grandi
quantità di terra, e garantì ai suoi sostenitori concessioni monopolistiche e altri favori in tutti i campi,
incluso il sistema bancario. Non c'era niente di nuovo nel suo modo di comportarsi: gli spagnoli
avevano fatto esattamente lo stesso e Santa Anna ne seguì le orme.
La ragione per cui gli Stati Uniti avevano un sistema bancario nettamente migliore ai fini della
prosperità economica del paese non aveva niente a che fare con le motivazioni di chi possedeva le
banche. Certo, l'obiettivo del profitto, su cui poggiava il sistema monopolistico delle banche
messicane, era presente anche negli Stati Uniti. Ma qui la tensione verso il profitto era incanalata
diversamente, per via della radicale diversità delle istituzioni americane, che obbligavano i banchieri ad
affrontare una maggiore concorrenza. E questo fu perlopiù determinato dal fatto che i politici che
legiferavano sul settore bancario agivano anch'essi in un sistema di incentivi diverso, creato da
istituzioni politiche diverse. In realtà, alla fine del Settecento, poco dopo l'entrata in vigore della
Costituzione, negli Stati Uniti iniziò a emergere un sistema bancario simile a quello che si sarebbe poi
imposto in Messico. Gli uomini politici tentarono di stabilire un sistema monopolistico di banche
statali, la cui gestione poteva essere affidata ad amici e soci in cambio di una quota di profitti. Le
banche presero rapidamente l'abitudine di prestare denaro agli stessi politici che dovevano regolarle,
proprio come in Messico. Ma questa situazione si dimostrò insostenibile negli Stati Uniti, perché i
politici che avevano creato i monopoli bancari, al contrario dei loro equivalenti messicani, dovevano
essere eletti e rieletti. Creare monopoli bancari per ottenere prestiti rappresenta un buon affare per i
politici, ma solo se possono farla franca. In ogni caso, non è un sistema particolarmente vantaggioso
per la popolazione. A differenza del caso messicano, negli Stati Uniti i cittadini potevano controllare i
loro rappresentanti e liberarsi di quelli che usavano la propria carica per arricchimento personale o per
creare monopoli per i loro amici. Per questo motivo, i monopoli bancari si sgretolarono. L'ampia
distribuzione dei diritti politici negli Stati Uniti, soprattutto se comparata a quella del Messico, garantì
un accesso equo a credito e prestiti. A sua volta, ciò consentì a chi aveva idee innovative di trarne
benefici.
Cambiamenti "path-dependent"
Il mondo, tra gli anni settanta e ottanta dell'Ottocento, stava cambiando. L'America Latina, in
questo senso, non faceva eccezione: le istituzioni create da Porfirio Díaz non erano quelle di Santa
Anna o dello stato coloniale spagnolo. Verso la seconda metà del XIX secolo ci fu un boom
dell'economia mondiale, e le innovazioni nel campo dei trasporti, come la nave a vapore o la ferrovia,
avviarono una grande espansione del commercio internazionale. Questa ondata di globalizzazione
comportava che le nazioni ricche di risorse come il Messico - o meglio, le élite di questi paesi -
potevano arricchirsi esportando materie prime e risorse naturali verso regioni in via
d'industrializzazione come il Nordamerica o l'Europa occidentale. Díaz e i suoi amici si ritrovarono
così in un mondo in rapida evoluzione, e compresero che anche il Messico avrebbe dovuto cambiare.
Ma ciò non significava necessariamente sradicare le istituzioni coloniali e sostituirle con altre, simili a
quelle degli Stati Uniti. Il cambiamento promosso da Díaz e dalla sua cerchia fu invece
"path-dependent"**, e portò solo allo stadio successivo le istituzioni che avevano già reso povera e
disuguale gran parte dell'America Latina.
La globalizzazione rese preziosi i grandi spazi, le "frontiere aperte", delle Americhe. Spesso
l'apertura di queste frontiere era più che altro un mito, poiché si trattava di territori abitati da
popolazioni indigene brutalmente espropriate. In ogni caso, la corsa alla conquista di questa importante
risorsa fu un processo determinante nelle Americhe del XIX secolo. L'improvvisa apertura di queste
preziose frontiere, tuttavia, non portò a una convergenza tra Stati Uniti e America Latina, ma a
un'ulteriore divergenza causata dalle differenze istituzionali già esistenti, soprattutto quelle riguardanti
l'accesso alla terra. Negli Stati Uniti, una lunga serie di atti legislativi, dalla Land Ordinance del 1785
allo Homestead Act del 1862, estese in modo significativo la possibilità di accedere alla terra nelle
regioni di frontiera. Se si eccettua il fatto che ciò avvenne a danno delle popolazioni indigene, tale
processo rese la frontiera un ambiente socialmente egualitario ed economicamente dinamico. Nella
maggior parte dei paesi latinoamericani, invece, le istituzioni politiche arrecarono un risultato molto
diverso. Le terre della frontiera furono assegnate a chi deteneva il potere politico, ai ricchi e a chi aveva
i contatti giusti, il che rese queste persone ancora più potenti.
Lo stesso Díaz iniziò a smantellare molte delle istituzioni che, ereditate dal periodo coloniale,
ostacolavano il commercio internazionale, il quale, come intuiva, avrebbe potuto arricchire fortemente
lui e i suoi sostenitori. Il suo modello, tuttavia, continuò a essere più simile a quello di Cortés, Pizarro e
de Toledo, per cui l'élite accumulava enormi fortune mentre il resto della popolazione restava esclusa,
che non al percorso di sviluppo seguito a nord del Rio Grande. Quando l'élite investiva, entro una certa
misura l'economia cresceva. Ma era una crescita che lasciava a desiderare, e che peraltro veniva
realizzata a spese di chi nel nuovo ordinamento non godeva di diritti formali, come le popolazioni
yaqui di Sonora, nell'area di Nogales. Tra il 1900 e il 1910, circa trentamila yaqui furono deportati,
schiavizzati e messi al lavoro nelle piantagioni di agave dello Yucatán (le fibre della pianta erano una
pregiata merce da esportazione, perché servivano per spaghi e cordami).
Il persistere fino al XX secolo di un regime istituzionale avverso alla crescita in Messico e
America Latina è ben illustrato dalla continua stagnazione economica e instabilità politica, e dai
numerosi colpi di stato e conflitti civili innescati dalle lotte tra fazioni per il potere. Díaz, infine, fu
deposto dalle forze rivoluzionarie nel 1910. La Rivoluzione messicana fu seguita da quelle in Bolivia
nel 1952, a Cuba nel 1959 e in Nicaragua nel 1979. Nello stesso periodo, lunghe guerre civili agitavano
paesi come Colombia, El Salvador, Guatemala e Perù. Le espropriazioni, o quantomeno la loro
minaccia, continuarono a essere praticate, con grandi riforme o tentate riforme agrarie in Bolivia,
Brasile, Cile, Colombia, Guatemala, Perù e Venezuela. Rivoluzioni, minacce alla proprietà privata e
instabilità politica si associavano spesso a regimi militari e varie forme di dittatura. Sebbene ci fosse
stato anche un impulso a una maggiore estensione dei diritti politici, fu solo negli anni novanta che i
paesi dell'America Latina divennero per la maggior parte democratici, il che peraltro non pose fine alla
tradizionale instabilità della regione.
Tale instabilità era spesso abbinata a pratiche repressive e omicidi di massa. Nel 1991, la
relazione della Commissione nazionale per la verità e la riconciliazione cilena concluse che durante la
dittatura di Pinochet, tra il 1973 e il 1990, 2279 persone erano state assassinate per motivi politici.
Forse cinquantamila persone erano state imprigionate e torturate, mentre centinaia di migliaia avevano
perso il posto di lavoro. In Guatemala, la Commissione per il chiarimento storico identificò nella sua
relazione del 1999 un totale di 42275 vittime, anche se altre fonti sostengono che furono ben
duecentomila le persone uccise nel paese centroamericano tra il 1962 e il 1996, settantamila delle quali
durante il regime del generale Efraín Ríos Montt. Questi fu libero di commettere simili crimini nella
più totale impunità, e arrivò addirittura a presentarsi come candidato alle elezioni presidenziali del
2003, fortunatamente senza vincerle. In Argentina, la Commissione nazionale sulla scomparsa delle
persone stimò il numero delle persone assassinate dall'esercito in circa novemila unità per il periodo
dal 1976 al 1983, notando tuttavia che la cifra reale potrebbe essere più alta (le stime delle
organizzazioni umanitarie parlano di trentamila vittime).
Guadagnare un paio di miliardi
Le conseguenze durature dell'organizzazione sociale delle colonie e la loro eredità istituzionale
si riflettono sulle odierne differenze tra gli Stati Uniti e il Messico, e perciò anche tra le due Nogales. Il
contrasto tra come Bill Gates e Carlos Slim sono diventati due tra gli uomini più ricchi del mondo -
Warren Buffett è un altro pretendente al titolo - spiega bene i fattori in gioco. La storia dell'ascesa di
Gates e della Microsoft è ben nota. Ma il fatto che Gates fosse la persona più ricca del mondo e il
fondatore di una delle compagnie tecnologicamente più innovative non impedì al dipartimento di
Giustizia americano di fare causa alla Microsoft l'8 maggio 1998, accusando la compagnia di aver
abusato della propria posizione di monopolio. Nello specifico, l'accusa si fondava sul modo in cui
Microsoft aveva imposto sul mercato il proprio browser, Internet Explorer, legandolo al sistema
operativo Windows. Lo stato aveva iniziato a tenere d'occhio Gates da qualche tempo, e già nel 1991 la
Federal Trade Commission aveva aperto un'indagine per capire se Microsoft stesse sfruttando in modo
illegittimo la propria posizione dominante nel mercato dei sistemi operativi per pc. Nel novembre 2001,
Microsoft raggiunse un accordo con il dipartimento di Giustizia: anche se le sanzioni furono meno
severe di quanto molti avevano richiesto, la sua libertà d'azione sul mercato fu notevolmente ridotta.
In Messico, Carlos Slim non ha accumulato la sua fortuna attraverso l'innovazione. All'inizio,
le sue specialità erano gli investimenti in borsa e l'acquisto di società in perdita a scopo di
ristrutturazione. Il suo principale successo fu l'acquisizione della Telmex, il monopolio di stato
messicano delle telecomunicazioni privatizzato dal presidente Carlos Salinas nel 1990. Il governo
annunciò la propria intenzione di vendere il 20,4 per cento delle azioni della compagnia (equivalente al
51 per cento in termini di voti nell'assemblea degli azionisti) nel settembre 1989, e ricevette le offerte
nel novembre 1990. Anche se Slim non presentò l'offerta più alta, un consorzio guidato dal suo Grupo
Carso vinse l'asta. Invece di sborsare subito il prezzo delle azioni, Slim riuscì a ritardare il pagamento,
usando i dividendi della stessa Telmex per completare l'acquisto. Quello che era stato un monopolio
pubblico diventò un monopolio nelle mani di Slim, rivelandosi estremamente redditizio.
Le istituzioni economiche che hanno contribuito a fare di Carlos Slim uno degli uomini più
ricchi al mondo sono assai differenti rispetto a quelle degli Stati Uniti. Se sei un imprenditore
messicano, le barriere all'entrata presenti sul mercato giocheranno un ruolo cruciale in ogni momento
della tua carriera. Tra gli ostacoli, licenze molto costose, la necessità di districarsi in lunghe e
complicate procedure burocratiche, le azioni di contrasto di uomini politici e imprenditori già operanti
nel settore e la difficoltà di accedere al credito di un sistema bancario spesso in combutta con i tuoi
concorrenti già affermati. A seconda dei casi, questi ostacoli possono essere insuperabili, escludendoti
da settori economici redditizi, oppure rivelarsi i tuoi migliori alleati, se tengono alla porta i tuoi
competitor. La differenza tra i due scenari è data ovviamente da chi conosci e chi puoi influenzare - e
certo, da chi è possibile corrompere. Carlos Slim, un uomo ambizioso e di talento, proveniente da una
famiglia d'immigrati libanesi di origini piuttosto umili, è stato un maestro nell'ottenere contratti
esclusivi; è riuscito a creare un monopolio sul lucroso mercato delle telecomunicazioni messicano e ha
poi esteso il proprio raggio d'azione a tutta l'America Latina.
Certo, il monopolio della Telmex di Slim è stato sfidato più volte, ma senza successo. Nel 1996,
la Avantel, un operatore telefonico su lunga distanza, chiese all'agenzia antitrust messicana di
verificare se la Telmex godesse di un'illegittima posizione dominante sul mercato delle
telecomunicazioni. Nel 1997, la commissione dichiarò, tra le altre cose, che la Telmex esercitava un
monopolio nel campo della telefonia locale e in quello delle chiamate interurbane e internazionali. Ma
ogni tentativo delle autorità di regolare questi monopoli si è rivelato vano. Una delle ragioni di questo
fallimento è che Slim e la Telmex possono utilizzare il cosiddetto recurso de amparo, letteralmente
traducibile come "appello a protezione". L'amparo è in effetti un ricorso presentato per richiedere che
una determinata legge non si applichi al proprio caso specifico. Il concetto risale alla Costituzione
messicana del 1875, e in origine fu previsto come strumento per la tutela dei diritti e delle libertà
individuali. Nelle mani della Telmex e di altri potentati economici messicani, però, l'amparo è
divenuto un formidabile strumento per rinsaldare il potere monopolistico. Piuttosto che proteggere i
diritti delle persone, offre una scappatoia al principio di uguaglianza davanti alla legge.
Slim ha costruito la sua ricchezza in Messico in gran parte grazie alle relazioni politiche.
Quando si è spinto negli Stati Uniti, non ha ottenuto molti successi. Nel 1999, il suo Grupo Carso
acquistò la CompUsa, una società di rivenditori di computer. Al tempo, la CompUsa aveva realizzato
un accordo di franchising con un'altra società, la Coc Services, per la vendita dei propri prodotti in
Messico. Slim violò immediatamente i termini di questo contratto, con l'intenzione di creare una
propria catena di negozi e fare affari senza la concorrenza della Coc, ma quest'ultima portò la
CompUsa in tribunale a Dallas. Non essendoci a Dallas alcun amparo, Slim perse la causa e fu multato
per 454 milioni di dollari. L'avvocato della Coc, Mark Werner, dichiarò in seguito che "il messaggio
lanciato da questo verdetto è che, nell'economia globale, le aziende che vogliono operare negli Stati
Uniti devono rispettare le leggi locali". Quando Slim si è confrontato con le istituzioni americane, le
sue solite strategie affaristiche non hanno funzionato.
Verso una teoria della disuguaglianza globale
Viviamo in un mondo di disuguaglianze. Le differenze tra le nazioni sono simili a quelle
esistenti tra le due Nogales, solo su scala maggiore. Nei paesi ricchi gli individui godono di miglior
salute, vivono più a lungo e sono molto più istruiti. Nella loro vita hanno accesso a molti agi e
alternative, dalle vacanze ai percorsi professionali, che gli abitanti dei paesi poveri possono solo
sognare. Nei paesi ricchi le persone guidano su strade senza buche e nelle loro case hanno a
disposizione bagni, elettricità e acqua corrente. Di solito i loro governi non compiono arresti arbitrari,
né esercitano la loro autorità in modo invadente e repressivo; al contrario, forniscono servizi come
istruzione, assistenza sanitaria, strade e sicurezza. Di pari importanza è il fatto che i cittadini possano
votare alle elezioni e abbiano voce in capitolo nelle scelte politiche dei propri paesi.
Le grandi disuguaglianze su scala globale sono evidenti a tutti, anche agli abitanti dei paesi più
poveri, sebbene molti non abbiano accesso alla televisione o a internet. È la percezione di queste
disuguaglianze che spinge molte persone ad attraversare illegalmente il Rio Grande o il Mediterraneo
per provare a raggiungere gli standard di vita e le opportunità offerte dai paesi ricchi. Tali
disuguaglianze non hanno effetti solo sulla vita delle persone nei paesi poveri; generano anche
recriminazioni e risentimenti, con pesanti ripercussioni politiche sugli Stati Uniti e non solo.
Comprendere perché esistono simili disuguaglianze e quali siano le loro cause è l'obiettivo di questo
libro. Sviluppare questa consapevolezza non è solo un'azione fine a sé stessa, ma anche il primo passo
verso la definizione di strategie più efficaci per migliorare l'esistenza dei miliardi di persone che
ancora vivono in povertà.
Le disparità che abbiamo osservato ai due lati del confine di Nogales rappresentano solo la
punta di un iceberg. Come nel resto del Messico settentrionale, che beneficia del commercio con gli
Stati Uniti - non sempre di tipo legale -, gli abitanti di Nogales sono più ricchi della media dei
messicani, il cui reddito familiare medio si aggira attorno ai 5000 dollari. Il relativo benessere di
Nogales, Sonora, viene dalle maquiladoras, impianti manifatturieri delocalizzati dalle imprese
nordamericane, che si trovano all'interno di parchi industriali. Il primo di questi venne fondato da
Richard Campbell Jr., un produttore di cestini californiano, e la prima società ad affittarvi uno spazio fu
la Coin-Art, un'azienda di strumenti musicali appartenente a Richard Bosse, proprietario anche di
un'impresa produttrice di flauti e sassofoni, la Artley di Nogales, Arizona. A Coin-Art seguì Memorex
(cavi per computer), Avant (indumenti ospedalieri), Grant (occhiali da sole), Chamberlain (che
produceva dispositivi per garage per conto di Sears) e Samsonite (valige). È indicativo che la lista
includa solo aziende e imprenditori statunitensi, che utilizzavano capitali e know-how statunitensi. La
maggior prosperità di Nogales, Sonora, rispetto al resto del Messico ha dunque radici oltreconfine.
Le differenze tra Stati Uniti e Messico, d'altra parte, sono relativamente modeste, se paragonate
a quelle che ritroviamo su scala globale. Il cittadino medio degli Stati Uniti è sette volte più ricco di un
messicano e oltre dieci volte più di un peruviano o di chi vive in America centrale; venti volte più ricco
della media degli abitanti dell'Africa subsahariana e quasi quaranta più di quelli dei paesi africani più
poveri come Mali, Etiopia e Sierra Leone. E non si tratta solo degli Stati Uniti. C'è un piccolo gruppo
di paesi ricchi - perlopiù in Europa e Nordamerica, con l'aggiunta di Australia, Giappone, Nuova
Zelanda, Singapore, Corea del Sud e Taiwan - i cui cittadini conducono vite molto diverse da quelle
degli abitanti del resto del pianeta.
La ragione per cui Nogales, Arizona, è molto più prospera di Nogales, Sonora, è semplice. Lo è
a causa delle diverse istituzioni operanti su ciascun lato del confine, istituzioni che a loro volta
determinano una struttura d'incentivi diversa per i residenti delle due città. Gli Stati Uniti sono oggi
molto più ricchi del Messico o del Perù proprio grazie al modo in cui le loro istituzioni, economiche e
politiche, creano incentivi per le imprese, gli individui e i politici. Ciascuna società funziona grazie
all'insieme di regole create e applicate dallo stato e dai cittadini nel loro insieme. Le istituzioni
economiche generano incentivi in campo economico, a istruirsi, a risparmiare e investire, a innovare e
adottare nuove tecnologie, e così via. È poi il processo politico a definire all'interno di quali istituzioni
economiche si svolge la vita dei cittadini, e sono le istituzioni politiche a stabilire come funziona
questo processo. Per esempio, dalle istituzioni politiche di un paese dipende la possibilità per i cittadini
di controllare i politici e influenzare il modo in cui si comportano. E ciò può rendere i politici
rappresentanti, anche se in modo imperfetto, dei cittadini stessi, o al contrario metterli nella condizione
di abusare del potere che è stato loro concesso - o che hanno usurpato - per accumulare ricchezze e
seguire un'agenda del tutto sganciata dagli interessi dei cittadini. Tra le istituzioni politiche va
considerata l'esistenza di una costituzione scritta e di un regime democratico, ma non solo. Includono
anche il potere e la capacità dello stato di regolare e governare la società. È inoltre necessario
esaminare i fattori più ampi che orientano la distribuzione del potere politico nella società stessa, e in
particolare l'efficacia dei diversi gruppi nell'agire collettivamente per raggiungere i propri obiettivi o
impedire ad altri di realizzare i loro.
Influenzando i comportamenti e gli incentivi nella vita quotidiana, le istituzioni sono all'origine
del successo o del fallimento delle nazioni in cui operano. Il talento individuale è importante a ogni
livello sociale, ma anch'esso ha bisogno di una struttura istituzionale per trasformarsi in una forza
positiva. Bill Gates, come altre figure leggendarie dell'industria informatica (Paul Allen, Steve
Ballmer, Steve Jobs, Larry Page, Sergey Brin e Jeff Bezos), aveva un grandissimo talento e molta
ambizione, ma, in ultima analisi, era condizionato dalla struttura degli incentivi. Il sistema scolastico
degli Stati Uniti consentì a Gates e ad altri come lui di acquisire un prezioso bagaglio di competenze a
complemento del loro ingegno. Le istituzioni economiche del paese diedero la possibilità di avviare
facilmente le loro aziende, senza dover superare ostacoli insormontabili, e di ottenere finanziamenti per
i loro progetti. Il mercato del lavoro americano permise loro di assumere personale qualificato, mentre
l'ambiente di mercato relativamente competitivo li rese capaci di espandere le proprie aziende e di
vendere i loro prodotti. Fin dall'inizio, questi imprenditori erano fiduciosi che i progetti da loro
immaginati potessero realizzarsi: si fidavano delle istituzioni e del modo in cui garantivano la legalità,
e non dovevano preoccuparsi della sicurezza dei loro diritti di proprietà. Infine, le istituzioni politiche
assicuravano stabilità e continuità. Da una parte, annullavano il rischio che un dittatore prendesse il
potere cambiando le regole del gioco, privandoli dei beni, imprigionandoli o minacciandone le vite o i
mezzi di sostentamento. Dall'altra, garantivano che nessun interesse particolare potesse imporsi sul
governo, spingendolo verso azioni economicamente e politicamente disastrose, perché il potere politico
era sia limitato, sia distribuito in modo abbastanza ampio da assicurare istituzioni economiche capaci di
promuovere gli incentivi giusti per la prosperità.
Questo libro mostrerà come le istituzioni economiche siano cruciali per determinare la povertà
o la prosperità di un paese, e come, al contempo, la qualità delle istituzioni economiche dipenda dalla
politica e dalle istituzioni politiche. In ultima analisi, le buone istituzioni economiche degli Stati Uniti
derivano dal complesso di istituzioni politiche che si consolidarono gradualmente dopo il 1619. La
nostra teoria della disuguaglianza globale mostra come le istituzioni politiche e quelle economiche
interagiscano generando povertà e prosperità, e come diverse parti del mondo abbiano sviluppato
sistemi istituzionali così differenti. Il nostro breve excursus sulla storia delle Americhe ha appena
cominciato a illustrare quali forze diano forma a questo processo. Le diverse strutture istituzionali di
oggi sono profondamente radicate nel passato, a causa dell'inerzia con cui ogni società, una volta
assunta una certa forma, tende a preservare le proprie caratteristiche. Vedremo come questo fenomeno
derivi dal modo in cui le istituzioni politiche ed economiche interagiscono fra loro.
La presenza dell'inerzia e delle forze su cui si fonda spiega anche perché sia così difficile
eliminare le disuguaglianze globali e far sì che i paesi poveri si arricchiscano. Benché la differenza tra
le istituzioni sia il fattore chiave per comprendere le disparità tra le due Nogales e tra Messico e Stati
Uniti, ciò non significa che in Messico ci sia un consenso sull'esigenza di riformare le istituzioni. Non
necessariamente una società sviluppa o adotta le istituzioni migliori per la crescita economica o per il
benessere dei suoi cittadini, perché altri strumenti possono essere più utili a chi controlla la politica e le
sue istituzioni. I potenti da un lato, e il resto della società dall'altro, saranno spesso in disaccordo su
quali istituzioni debbano essere mantenute e quali cambiate. Carlos Slim non sarebbe stato contento di
veder tagliare le sue entrature politiche e sgretolare le barriere che proteggevano la sua azienda, e poco
importa che un aumento della competizione potesse arricchire milioni di messicani. Dato che non esiste
un consenso su questo tema, in definitiva le regole di ogni società sono stabilite dalla politica: ciò che
conta è chi ha il potere e come il potere viene esercitato. Carlos Slim ha il potere di ottenere ciò che
vuole; il potere di Bill Gates è molto più limitato. Ecco perché la nostra teoria non comprende solo la
sfera economica, ma anche quella politica. Si occupa del ruolo delle istituzioni nel determinare il
successo o il fallimento di un paese - ed è quindi una teoria economica della povertà e della ricchezza
-, ma anche del modo in cui le istituzioni nascono e si trasformano nel tempo, e di come a volte restino
uguali a sé stesse pur contribuendo a condannare milioni di persone alla povertà e alla miseria. È quindi
anche una teoria politica della povertà e della ricchezza.
* Al Senato, invece, ciascuno stato elegge due rappresentanti. [N.d.T.]
** Dipendente dal percorso storico, cioè dalla precedente struttura di relazioni sociali e in
sostanziale continuità. [N.d.T.]
2. Teorie che non funzionano
La geografia della disuguaglianza
Questo libro tenta di spiegare le disuguaglianze globali, oltre che alcune delle tendenze più
visibili che a esse si accompagnano. Il primo paese a sperimentare una fase di crescita economica
duratura fu l'Inghilterra - o per meglio dire la Gran Bretagna, come dal 1707 è nota l'unione formata
da Inghilterra, Galles e Scozia. Tale crescita si avviò piano piano nella seconda metà del XVIII secolo,
quando, a partire da importanti innovazioni tecnologiche e dalla loro applicazione nel settore
produttivo, la rivoluzione industriale iniziò ad affermarsi. L'industrializzazione dell'Inghilterra fu
presto seguita da analoghi processi in gran parte dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti. La
ricchezza della madrepatria si propagò rapidamente anche alle settler colonies (cioè le colonie abitate
da una consistente popolazione di origine europea) britanniche in Canada, Australia e Nuova Zelanda.
Oggi, la lista dei trenta paesi più ricchi include tutte le aree appena menzionate, con l'aggiunta di
Giappone, Singapore e Corea del Sud. La ricchezza di questi ultimi è parte di un più ampio trend di
crescita repentina in numerosi paesi asiatici, tra cui Taiwan e in seguito la Cina.
Guardando in fondo alla classifica mondiale della distribuzione del reddito, l'immagine è
altrettanto chiara e definita. Se elenchiamo i trenta paesi attualmente più poveri del pianeta, scopriremo
che quasi tutti si trova nell'Africa subsahariana. A questi si aggiungono paesi come Afghanistan, Haiti
e Nepal, i quali, pur non trovandosi in Africa, condividono, come vedremo in seguito, importanti
elementi con gli stati del continente nero. Se provassimo a tornare indietro di cinquant'anni, i paesi in
cima e in fondo alla lista non cambierebbero in modo significativo. Singapore e la Corea del Sud non
sarebbero fra i più ricchi e riscontreremmo alcune variazioni nella categoria dei più poveri, ma
l'immagine complessiva sarebbe decisamente coerente con quella attuale. E tornando alla classifica di
cento o centocinquanta anni fa, ritroveremmo più o meno gli stessi paesi nelle stesse posizioni.
Cartina 3. Distribuzione della ricchezza mondiale nel 2008.
La cartina 3 mostra la geografia della disuguaglianza nel 2008. Le aree più scure indicano i
paesi più poveri del globo, quelli in cui il reddito pro capite annuale (definito dagli economisti come
Prodotto interno lordo, o Pil) è inferiore a 2000 dollari. La maggior parte dell'Africa si colloca in
questo gruppo, insieme ad Afghanistan, Haiti, e alcuni stati del Sudest asiatico (come per esempio
Cambogia e Laos). Anche la Corea del Nord appartiene a questa categoria. Le aree bianche della
cartina indicano i paesi più ricchi, dove il reddito pro capite annuale è uguale o superiore ai 20000
dollari. Qui troviamo i soliti sospetti: Nordamerica, Europa occidentale, Australia, Nuova Zelanda e
Giappone.
Un altro accostamento cromatico interessante è quello visibile nelle Americhe. Elencando i
paesi di quest'area dal più ricco al più povero, troviamo che in cima ci sono Stati Uniti e Canada,
seguiti da Cile, Argentina, Brasile, Messico, Uruguay e, a seconda dell'andamento del prezzo del
petrolio, anche dal Venezuela. Dopodiché incontriamo Colombia, Repubblica Dominicana, Ecuador e
Perù. In fondo c'è un altro gruppo ben distinto di paesi molto più poveri, che comprende Bolivia,
Guatemala e Paraguay. Tornando indietro di cinquant'anni, la classifica sarebbe la stessa. Cent'anni:
stesso risultato. Centocinquant'anni: ancora nessun cambiamento. Ciò non significa solo che Stati Uniti
e Canada sono più ricchi degli stati latinoamericani: c'è anche un evidente e duraturo gap tra i paesi
latinoamericani più ricchi e quelli più poveri.
Altrettanto interessante è, infine, l'accostamento di colori che possiamo osservare in Medio
Oriente. Nella regione troviamo paesi con abbondanti riserve di petrolio, come l'Arabia Saudita e il
Kuwait, che godono di livelli di reddito simili a quelli dei trenta paesi più ricchi. Se il prezzo del
petrolio crollasse, comunque, essi perderebbero rapidamente posizioni in classifica. Gli stati
mediorientali privi di petrolio o quasi, come Egitto, Giordania e Siria, formano un gruppo paragonabile,
in termini di reddito, a quello di Guatemala o Perù. Senza petrolio, i paesi del Medio Oriente sarebbero
tutti piuttosto poveri, anche se a un livello più simile a quello dell'America centrale e della regione
andina che a quello dell'Africa subsahariana.
Anche se è innegabile che questa gerarchia nei livelli di reddito abbia una certa persistenza nel
tempo, tale stato di cose non è eterno né immutabile. In primo luogo, come abbiamo già sottolineato,
queste disuguaglianze sono emerse a partire dalla fine del XVIII secolo, come conseguenza della
rivoluzione industriale. Fino alla metà del XVIII secolo le disparità di reddito erano meno pronunciate
di quanto non siano state in seguito, ma non solo: la stabile classifica degli ultimi centocinquant'anni
sarebbe molto diversa se tornassimo ancora più indietro nel tempo. Nelle Americhe, per esempio, la
posizione dei vari paesi si è completamente ribaltata, rispetto a cinque secoli fa. In secondo luogo,
molti paesi hanno vissuto fasi di rapida crescita durate decenni, come gran parte dell'Asia orientale
dopo la Seconda guerra mondiale, e, più di recente, la Cina. Per alcuni, la crescita si è bruscamente
interrotta. L'Argentina, per esempio, si sviluppò in modo molto veloce per circa cinquant'anni fino al
1920, diventando uno dei paesi più ricchi al mondo, ma poi imboccò la strada del declino. L'Unione
Sovietica rappresenta un caso ancora più eclatante in questo senso, con il brusco collasso seguito al
periodo di robusta crescita realizzata tra il 1930 e il 1970.
Che cosa spiega queste grandi differenze in materia di povertà, ricchezza e cicli di crescita
economica? Perché i paesi dell'Europa occidentale e le loro derivazioni coloniali abitate da una
popolazione di origine europea iniziarono a crescere nel XIX secolo senza più fermarsi? Perché gli stati
dell'Africa subsahariana e del Medio Oriente non sono mai riusciti ad avviare lo stesso trend di
sviluppo economico dell'Europa occidentale, mentre gran parte dell'Asia orientale è cresciuta a rotta di
collo?
Si potrebbe pensare che dietro a una disuguaglianza globale così pronunciata, corrispondente a
tendenze storiche così nette, ci sia una spiegazione comunemente accettata dai più. Non è così. La
maggior parte delle ipotesi proposte dagli scienziati sociali rispetto alle origini della prosperità e della
povertà semplicemente non sembra funzionare a dovere, ed è incapace di spiegare la geografia della
disuguaglianza.
L'ipotesi geografica
Una teoria molto diffusa sulle cause della disuguaglianza globale è quella che definiamo ipotesi
geografica, la quale, appunto, spiega il gap tra paesi ricchi e paesi poveri a partire dalla loro diversità in
termini geografici. Molti paesi poveri, come quelli di Africa, America centrale e Asia meridionale si
estendono tra i tropici del Cancro e del Capricorno. I paesi più ricchi, in contrasto, tendono a trovarsi a
latitudini caratterizzate da un clima temperato. Questa concentrazione geografica di povertà e ricchezza
conferisce un certo, superficiale fascino all'ipotesi geografica, che è il punto di partenza di teorie e
opinioni diffuse tra molti scienziati sociali e commentatori. Ma ciò non la rende meno infondata.
Già nel tardo XVIII secolo, il grande filosofo francese Montesquieu aveva notato la
concentrazione geografica di povertà e ricchezza, proponendo una spiegazione a riguardo. Egli riteneva
che le popolazioni che vivono in aree climatiche tropicali fossero di solito pigre e intellettualmente
poco curiose. Di conseguenza non lavoravano sodo e non erano innovative, e da ciò derivava la loro
povertà. Montesquieu ipotizzò anche che le persone pigre tendessero a essere governate da despoti;
dunque la geografia dei tropici non spiegava solo la povertà in sé, ma anche alcuni dei tratti politici
associabili ai fallimenti economici, come la presenza di regimi dittatoriali.
La teoria per cui i paesi caldi sono destinati alla povertà, sebbene contraddetta dal recente
rapido sviluppo economico di Singapore, Malesia e Botswana, è ancora sostenuta con vigore da alcuni
studiosi, come per esempio l'economista Jeffrey Sachs. La versione moderna di questa idea non
sottolinea tanto l'effetto diretto del clima sull'attitudine al lavoro o sullo sviluppo intellettuale, ma
piuttosto due ulteriori argomenti: il primo è che le malattie tropicali, e in particolare la malaria, hanno
pesanti conseguenze sulla salute pubblica e quindi sulla produttività; il secondo, che le caratteristiche
del suolo nelle aree tropicali sono avverse alla produttività nel settore agricolo. La conclusione, però,
resta la stessa: le aree temperate godono di un vantaggio relativo rispetto a quelle tropicali e
subtropicali.
La disuguaglianza globale, tuttavia, non può essere spiegata dal clima o dalla presenza di
malattie, o da qualsiasi altra versione dell'ipotesi geografica. Basti pensare al caso delle due Nogales.
Ciò che realmente le separa non è il clima, la geografia o il contesto epidemiologico, bensì il confine
tra Messico e Stati Uniti.
Ma se l'ipotesi geografica non può spiegare le differenze tra le due Nogales, o quelle tra Corea
del Nord e Corea del Sud, o tra Berlino Est e Berlino Ovest prima della caduta del muro, è possibile
invece che questa teoria possa aiutarci a comprendere le disuguaglianze tra Nordamerica e
Sudamerica? O tra Europa e Africa? La risposta è semplicemente no.
La storia dimostra che non c'è una relazione diretta e duratura tra clima e geografia da un lato, e
successo economico dall'altro. Non è vero, per esempio, che le aree tropicali sono sempre state più
povere di quelle temperate. Come abbiamo visto nel capitolo precedente, al momento della scoperta
dell'America di Colombo, le aree comprese tra il tropico del Cancro e il tropico del Capricorno, che
oggi includono Messico, America centrale, Perù e Bolivia, ospitavano le grandi civiltà azteca e inca.
Questi imperi erano politicamente complessi e centralizzati, costruivano strade e garantivano il loro
intervento in caso di carestie. Gli aztechi avevano una loro moneta e una lingua scritta, mentre gli inca,
benché sprovvisti di entrambe queste tecnologie chiave, riuscivano a conservare grandi quantità di
informazioni attraverso i quipos, cordicelle annodate utilizzate come archivi. Per contro, all'epoca degli
aztechi e degli inca, le aree che circondavano a sud e a nord questi imperi - che oggi includono Stati
Uniti, Canda, Argentina e Cile - erano abitate da civiltà rimaste all'Età della pietra, completamente
prive di simili tecnologie. Le zone tropicali delle Americhe erano dunque molto più ricche di quelle
temperate, il che suggerisce che la "realtà evidente" della povertà tropicale non è né evidente né reale.
Il maggior benessere raggiunto da Stati Uniti e Canada rappresenta invece un drammatico ribaltamento
delle sorti di queste aree, rispetto a quelle che gli europei trovarono al loro arrivo.
Un tale stravolgimento non ha nulla a che fare con la geografia e, come abbiamo già visto, è
invece collegato al modo in cui questi territori furono colonizzati. Né il fenomeno si è limitato alle
Americhe. Le popolazioni dell'Asia meridionale, in particolare nel subcontinente indiano e in Cina,
erano più ricche di quelle che abitavano molte altre parti dell'Asia, e di sicuro più di quelle stanziate in
Australia e Nuova Zelanda. Anche questa situazione si trasformò radicalmente: Corea del Sud,
Singapore e Giappone sono divenuti i paesi più ricchi dell'Asia, mentre Australia e Nuova Zelanda
hanno superato quasi tutto il continente in termini di prosperità. Anche nell'Africa subsahariana si è
assistito a un simile processo. Prima che fra Europa e Africa si stabilissero intensi contatti, le aree
meridionali del continente erano le meno popolate e le più lontane dallo sviluppo di veri e propri stati
dotati di sovranità territoriale. Tuttavia, il Sudafrica è oggi uno dei paesi più ricchi dell'Africa
subsahariana. Anche in epoche storicamente più lontane possiamo osservare periodi di grande
prosperità nelle regioni tropicali: alcune delle grandi civiltà premoderne, come quelle di angkor
nell'odierna Cambogia, vijayanagara nell'India meridionale e Aksum in Etiopia, fiorirono in quelle
zone, così come le grandi civiltà della valle dell'Indo, mohenjo-daro e harappa, nell'odierno Pakistan.
La storia lascia dunque pochi dubbi sul fatto che non ci sia alcun collegamento diretto tra la geografia
dei tropici e le dinamiche di sviluppo economico.
Naturalmente le malattie tropicali sono fonte di molte sofferenze e degli alti tassi di mortalità
infantile dell'Africa, ma non costituiscono la causa della sua povertà. Al contrario, le malattie sono, in
gran parte, l'effetto della povertà, e dell'incapacità o del disinteresse dei governi ad attuare le politiche
sanitarie necessarie a sconfiggerle. Anche l'Inghilterra del XIX secolo era un luogo assai poco salubre,
ma gradualmente i governi investirono nelle infrastrutture necessarie alla distribuzione dell'acqua
corrente e al trattamento delle acque reflue, e, più avanti, nella costruzione di un sistema sanitario
funzionante. Il miglioramento della salute pubblica e l'aumento della speranza di vita non furono tra le
ragioni del successo economico inglese, ma piuttosto i frutti di trasformazioni politiche ed economiche
avvenute in precedenza. Lo stesso si può dire per Nogales, Arizona.
L'altro caposaldo dell'ipotesi geografica è che le aree tropicali siano povere perché l'agricoltura
è intrinsecamente poco produttiva. I terreni agricoli tropicali, secondo la teoria, sarebbero troppo sottili
e incapaci di trattenere le sostanze nutritive, aggravando la forte dinamica di erosione provocata dalle
piogge torrenziali. C'è sicuramente del vero in questo ragionamento, ma, come dimostreremo, il
principale fattore della scarsa produttività agricola (misurabile in quantità di prodotto ottenuta per
ettaro) di molti paesi poveri, e in particolare dell'Africa subsahariana, ha poco a che fare con le qualità
del suolo. Le ragioni sono invece da ricercare nella struttura della proprietà terriera e negli incentivi che
governi e istituzioni mettono a disposizione degli agricoltori di quei paesi. Dimostreremo anche che la
disuguaglianza globale non può essere spiegata a partire dalle differenze nella produttività agricola. Le
marcate disparità che caratterizzano il mondo moderno già dal XIX secolo hanno le loro radici nella
diffusione asimmetrica delle tecnologie e della produzione industriale, e non nelle diverse performance
nel settore agricolo.
Un'altra influente versione dell'ipotesi geografica è quella formulata dall'ecologo e biologo
dell'evoluzione Jared Diamond. Diamond sostiene che le origini della disuguaglianza tra continenti
all'inizio dell'età moderna, cinquecento anni fa, fossero insite nella diversa distribuzione delle specie
animali e vegetali, che influì sulla produttività agricola. In alcune aree, come la Mezzaluna Fertile in
Medio Oriente, l'uomo aveva potuto incontrare molte specie addomesticabili o coltivabili. Altrove, per
esempio in America, ciò non era avvenuto. La presenza di queste risorse rendeva più attraente, per le
comunità umane, la prospettiva di passare dalla caccia e dalla raccolta all'allevamento e alla
coltivazione. Pertanto, l'agricoltura si sviluppò prima nella Mezzaluna Fertile che nelle Americhe. La
densità della popolazione crebbe, creando le condizioni per la specializzazione del lavoro, il
commercio, l'urbanizzazione e lo sviluppo di nuovi modelli politici. Altra caratteristica fondamentale
delle aree in cui prevaleva l'agricoltura fu un percorso d'innovazione tecnologica molto più rapido
rispetto al resto del mondo. In buona sostanza, per Diamond la diversa disponibilità di piante e animali
creò un divario fra i sistemi agricoli, cosa che a sua volta determinò le diverse traiettorie d'innovazione
tecnologica e crescita economica dei continenti.
Sebbene il modello di Diamond sappia dare una risposta convincente alle domande su cui si
concentra (che riguardano prevalentemente l'epoca premoderna), non può essere applicato con
successo all'analisi dell'odierna disuguaglianza globale. Per esempio, Diamond sostiene che gli
spagnoli furono in grado di dominare le Americhe grazie al portato di una più lunga pratica
dell'agricoltura e alla conseguente superiorità tecnologica. Ciò che ora ci interessa spiegare, però, è
come mai i messicani e i peruviani, che oggi abitano le terre che furono di aztechi e inca, siano poveri.
Benché la disponibilità di grano, orzo e cavalli possa aver reso gli spagnoli più ricchi degli inca, le
differenze tra i due popoli in termini di reddito non erano allora così elevate. Il reddito medio di uno
spagnolo era all'epoca meno del doppio di un suddito dell'Impero inca. La tesi di Diamond implica
che, una volta acquisito il patrimonio zootecnico e le tecnologie che non erano stati in grado di
sviluppare da soli, gli inca dovessero raggiungere in breve tempo gli standard di vita degli spagnoli.
Eppure niente di tutto ciò è avvenuto. Al contrario, nel XIX e XX secolo si creò un divario molto più
profondo tra Spagna e Perù; oggi in media uno spagnolo è circa sei volte più ricco di un peruviano.
Queste differenze di reddito sono strettamente connesse a una distribuzione asimmetrica delle moderne
tecnologie industriali, ma hanno poco a che fare sia con la disponibilità di piante e animali domestici,
sia con le differenze strutturali di produttività agricola tra Spagna e Perù.
Mentre la Spagna, anche se in ritardo, adottò tecnologie quali il vapore, le ferrovie, l'elettricità,
la meccanizzazione e la produzione su scala industriale, la stessa cosa non avvenne in Perù, o
quantomeno avvenne in modo molto lento e parziale. Questo gap tecnologico dura ancora oggi, e si
riproduce su scala maggiore, dal momento che le nuove tecnologie, e in particolare quelle legate
all'informatica, costituiscono un ulteriore stimolo alla crescita economica di molti paesi ricchi e di altri
in via di rapido sviluppo. La teoria di Diamond non ci dice perché queste fondamentali tecnologie non
si stanno diffondendo in tutto il mondo, e non fanno diminuire le differenze di reddito; non spiega le
ragioni per cui la parte nord di Nogales è molto più ricca della sua gemella a sud del confine,
nonostante cinquecento anni fa entrambe facessero parte della stessa civiltà.
La storia di Nogales mette in luce un altro problema nell'applicazione della teoria di Diamond:
come abbiamo notato, quali che fossero gli svantaggi comparati degli Imperi inca e azteco nel 1532,
Messico e Perù erano sicuramente più ricchi delle regioni americane che sarebbero poi diventati gli
Stati Uniti e il Canada. Il Nordamerica diventò più prospero proprio perché adottò con entusiasmo le
tecnologie e le innovazioni della rivoluzione industriale. La popolazione si fece più istruita e la ferrovia
si estese lungo le grandi pianure nordamericane, al contrario di quanto avvenne in Sudamerica. Questo
non può essere spiegato dalle diverse caratteristiche geografiche di Nord e Sudamerica, le quali,
semmai, avrebbero favorito quest'ultimo.
La disuguaglianza nel mondo moderno è in gran parte il risultato di una distribuzione e di
un'adozione asimmetrica delle tecnologie, e la teoria di Diamond avanza una serie di interessanti tesi a
riguardo. Partendo dal lavoro dello storico William McNeill, Diamond ipotizza che la direttrice
est-ovest dell'Eurasia abbia consentito la diffusione di colture, animali domestici e tecnologie dalla
Mezzaluna Fertile all'Europa occidentale, mentre la direttrice nord-sud delle Americhe fu la ragione
per cui i sistemi di scrittura creati in Messico non si estesero al Nordamerica o alle Ande. Eppure
l'orientamento dei continenti non ci aiuta a capire le sperequazioni globali di oggi. Anche se il deserto
del Sahara rappresentava in effetti un ostacolo significativo per il movimento di merci e idee dal
Nordafrica all'Africa subsahariana, non era una barriera insuperabile. I portoghesi e altri europei,
navigando lungo la costa occidentale del continente, eliminarono il divario esistente nel campo della
conoscenza, in un periodo in cui le differenze di reddito erano assai ridotte, rispetto a quelle odierne.
Da allora, l'Africa non ha mai raggiunto l'Europa, e, al contrario, oggi ci sono disparità di reddito
molto più radicali tra la maggior parte dei paesi africani ed europei.
Inoltre dovrebbe essere evidente che la tesi di Diamond, che riguarda il divario fra i continenti,
non è adatta a spiegare le differenze interne a ciascuno di essi - una componente fondamentale della
moderna disuguaglianza globale. Per esempio, mentre l'orientamento del continente eurasiatico può
spiegare come per l'Inghilterra sia stato possibile avvantaggiarsi delle innovazioni prodotte in Medio
Oriente senza doverle reinventare, non spiega come mai la rivoluzione industriale si sia avviata in
Inghilterra invece che, supponiamo, in Moldavia. Per di più, come nota lo stesso Diamond, Cina e India
trassero grandi benefici da un ricco patrimonio zootecnico e dall'orientamento dell'Eurasia, eppure la
maggioranza dei poveri del pianeta risiede oggi in questi due paesi.
Il criterio migliore per giudicare l'applicabilità della teoria di Diamond è osservare quelli che lo
studioso indica come variabili esplicative dello sviluppo.
Cartina 4. Distribuzione storica di bovini e maiali selvatici.
La cartina 4 mostra le informazioni sulla distribuzione geografica della Sus scrofa e del Bos
tauros primigenius, rispettivamente antenati selvatici degli odierni maiali e bovini. Entrambe le specie
erano ampiamente presenti in tutta l'Eurasia e in Nordamerica.
Cartina 5. Distribuzione storica di riso, grano e orzo selvatici.
La cartina 5 mostra invece la diffusione di alcuni dei precursori selvatici delle colture moderne,
come l'Oryza sativa, l'antenato del riso, e quelli del grano e dell'orzo. La cartina dimostra che il
progenitore selvatico del riso era ampiamente diffuso nell'Asia meridionale e sudorientale, mentre
quelli di orzo e grano erano distribuiti lungo un ampio arco che, partendo dal Mediterraneo orientale, si
allungava fino all'Iran, all'Afghanistan e al gruppo degli "stan" (Turkmenistan, Tagikistan e
Kirghizistan). Queste specie ancestrali erano presenti in gran parte dell'Eurasia. Ma proprio la loro
ampia diffusione suggerisce che in questo continente la disuguaglianza non può essere spiegata da una
teoria basata sull'incidenza del patrimonio zootecnico.
L'ipotesi geografica non solo non serve a ricostruire le origini della ricchezza nella storia e a
indicarne i fattori più rilevanti; è anche incapace di spiegare la geografia della disuguaglianza da cui
siamo partiti in questo capitolo. Si potrebbe obiettare che qualsiasi fenomeno stabile, come la gerarchia
del reddito pro capite nelle Americhe o le radicali e durature differenze tra Europa e Medio Oriente,
può essere riconducibile alla stabilità delle caratteristiche geografiche di queste aree. Ma non è così.
Abbiamo già visto come difficilmente i processi operanti nelle Americhe possano essere interpretati
alla luce di fattori geografici. Prima del 1492 le civiltà della valle centrale del Messico, dell'America
centrale e delle Ande avevano un livello tecnologico e standard di vita superiori a quelli del
Nordamerica o di altre regioni, come l'Argentina e il Cile. La geografia rimase la stessa, mentre le
istituzioni imposte dai coloni europei scatenarono un "ribaltamento delle sorti" di queste regioni. Per
ragioni simili, le caratteristiche geografiche non possono spiegare la povertà del Medio Oriente.
Dopotutto, il Medio Oriente fu la culla della rivoluzione neolitica, e le prime città della storia sorsero
nell'odierno Iraq. Il ferro venne fuso per la prima volta in Turchia e fino al Medioevo questa fu una
regione tecnologicamente dinamica. Come mostreremo nel quinto capitolo, non fu la geografia del
Medio Oriente a innescare la rivoluzione neolitica, né a renderlo successivamente povero. La causa è
invece da ricercarsi nell'espansione e nel consolidamento dell'Impero ottomano: è l'eredità di
quest'ultimo a mantenere la regione nella sua povertà.
I fattori geografici, infine, sono incapaci di farci comprendere non solo le differenze che oggi
notiamo fra le varie aree del globo, ma anche perché molti paesi, come Cina e Giappone, abbiano
attraversato lunghe fasi di immobilismo per poi avviare un rapido sviluppo economico. Ciò di cui
abbiamo bisogno è un'altra, migliore teoria.
L'ipotesi culturale
Una seconda ipotesi molto diffusa, che definiamo culturale, mette in relazione ricchezza e
cultura. Esattamente come quella geografica, questa teoria ha una nobile genealogia, che risale almeno
al grande sociologo tedesco Max Weber, per il quale la Riforma e l'etica protestante giocarono un
ruolo fondamentale nel favorire l'ascesa delle moderne società industriali dell'Europa occidentale.
Oggi l'ipotesi culturale non si fonda più soltanto sulla religione, ma considera più in generale altri tipi
di credenze, valori e modelli etici.
Sebbene non sia politicamente corretto parlarne in pubblico, molti pensano ancora che gli
africani siano poveri perché non possiedono un'etica del lavoro, credono alla stregoneria e alla magia o
rifiutano le tecnologie occidentali. Molti credono anche che l'America Latina non sarà mai ricca perché
i suoi abitanti sono intrinsecamente squattrinati e spendaccioni, e perché afflitti dalla cultura "iberica"
o "mañana".* E ovviamente, un tempo, molti credevano che la cultura cinese o i valori confuciani
fossero avversi alla crescita economica, benché oggi l'importanza dell'etica del lavoro cinese come
motore dello sviluppo in Cina, Hong Kong e Singapore sia strombazzata ai quattro venti.
L'ipotesi culturale è dunque utile per comprendere le disuguaglianze globali? Sì e no. Sì, nel
senso che le norme sociali, che sono legate alla dimensione culturale, hanno la loro importanza e
possono essere difficili da cambiare, cosa che talvolta incide sulle differenze istituzionali, e cioè sul
fattore con cui questo libro spiega le disuguaglianze. Ma soprattutto no, perché i tratti culturali che
vengono spesso enfatizzati da questa teoria - la religione, la cultura nazionale, i valori latini o africani
- non sono significativi per comprendere come si è arrivati allo stato attuale e perché il divario resiste
tutt'oggi. Altri fattori, come la misura in cui le persone si fidano le une delle altre e sono in grado di
cooperare, hanno un certo rilievo, ma derivano dalla dimensione istituzionale e non sono cause
indipendenti dello sviluppo.
Torniamo a Nogales. Come abbiamo notato in precedenza, molti aspetti culturali sono gli stessi
sia a nord che a sud della frontiera. Ciononostante, ci possono essere marcate differenze in materia di
pratiche, norme e valori, ma queste non sono la causa, bensì il prodotto dei sentieri di sviluppo
divergenti intrapresi dalle due Nogales. Per esempio, nei sondaggi i messicani dichiarano di fidarsi
delle altre persone meno di quanto non facciano gli americani. Tuttavia, la mancanza di fiducia dei
messicani non dovrebbe essere una sorpresa se consideriamo che il loro governo non è in grado di
contrastare i cartelli dei narcos o di far funzionare un sistema giudiziario efficiente e al di sopra delle
parti. Lo stesso, come approfondiremo nel prossimo capitolo, vale per le due Coree. Mentre la Corea
del Sud è uno dei paesi più ricchi al mondo, la Corea del Nord è alle prese con periodiche carestie e
povertà assoluta. La "cultura" delle due Coree è oggi molto diversa, ma non ha giocato alcun ruolo nel
determinare le loro diverse sorti economiche. La penisola coreana ha una lunga storia comune. Prima
della guerra di Corea e della divisione lungo il trentottesimo parallelo, presentava un raro grado di
omogeneità in termini linguistici, etnici e culturali. Come nel caso di Nogales, ciò che ha cambiato le
cose è stato un confine. A nord troviamo un regime diverso, istituzioni diverse, una struttura di
incentivi diversa. Qualsiasi differenza culturale tra le aree a sud e a nord della frontiera che divide le
due Nogales o le due Coree non è dunque la ragione delle divergenze nello sviluppo economico, ma
piuttosto una loro conseguenza.
Che cosa possiamo dire, invece, dell'Africa e della cultura africana? Storicamente, l'Africa
subsahariana è sempre stata più povera della maggior parte delle altre aree del globo; le sue antiche
civiltà non svilupparono la ruota, né la scrittura (con l'eccezione di Etiopia e Somalia) o l'aratro.
Nonostante queste tecnologie non fossero molto diffuse prima dell'avvio della colonizzazione europea
tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, le società africane le conoscevano già da molto
tempo. Gli europei iniziarono a costeggiare l'Africa occidentale verso la fine del XV secolo, mentre
l'Africa orientale era tra le mete abituali dei navigatori asiatici già da molto tempo.
Per cogliere le ragioni per cui le tecnologie che abbiamo menzionato non furono adottate
possiamo partire dalla storia del regno del Congo, situato presso la foce dell'omonimo fiume, che ha
dato il nome anche all'odierna Repubblica Democratica del Congo.
Cartina 6. Regni del Congo e di Kuba e i territori di bushong e lele.
La cartina 6 mostra questo e un altro importante stato dell'Africa centrale di allora, il regno di
Kuba, di cui discuteremo in seguito.
Il regno del Congo avviò intensi contatti con i portoghesi dopo la prima visita del navigatore
Diogo Cão, nel 1483. All'epoca il regno era uno stato fortemente centralizzato, rispetto agli standard
africani; la sua capitale, Mbanza, aveva una popolazione di sessantamila abitanti, ed era dunque simile
per dimensioni alla capitale portoghese, Lisbona, e più grande di Londra, che nel 1500 contava circa
cinquantamila abitanti. Il re del Congo, Nzinga a Nkuwu, si convertì al cattolicesimo e cambiò il suo
nome in João I. Più tardi, il nome della capitale, Mbanza, fu cambiato in São Salvador. Grazie ai
portoghesi, gli abitanti del Congo conobbero la ruota e l'aratro, la cui adozione fu incoraggiata anche
attraverso apposite missioni per lo sviluppo dell'agricoltura nel 1491 e nel 1512. Queste iniziative
fallirono; in generale, però, i congolesi dimostrarono di essere tutt'altro che avversi alle nuove
tecnologie. Furono anzi molto rapidi nell'introdurre una fra le più importanti innovazioni europee: le
armi da fuoco. E usarono questo nuovo e potente strumento in modo coerente con la struttura degli
incentivi offerti dal mercato di allora: per catturare ed esportare schiavi. Non ci sono segnali che i
valori o la cultura dell'Africa abbiano mai impedito l'adozione di nuovi usi e costumi e tecnologie.
Man mano che i loro contatti con gli europei si intensificavano, i congolesi fecero proprie altre pratiche
europee: alfabetizzazione, modi di vestire e stili architettonici. Nel XIX secolo, anche molte altre
società africane trassero vantaggi dalle opportunità offerte dalla rivoluzione industriale, cambiando i
loro sistemi di produzione. Nell'Africa occidentale si assisté a un rapido sviluppo economico basato
sulla vendita all'estero di olio di palma e arachidi; in tutta l'Africa del sud si affermò poi un'economia
legata all'esportazione verso le aree minerarie e industriali del Rand in Sudafrica, allora in fase di
rapida ascesa. Questi promettenti esperimenti economici non furono cancellati dalla cultura africana o
dall'incapacità degli africani di agire per il loro proprio interesse, ma dal colonialismo europeo e in
seguito dai governi del post indipendenza.
La vera ragione per cui i congolesi non adottarono le più avanzate tecnologie europee è che non
avevano incentivi a farlo. Tutti correvano il rischio di essere espropriati dei loro guadagni da un re
onnipotente, a prescindere dal fatto che si fosse convertito al cattolicesimo oppure no. E certo non
erano solo i diritti di proprietà a essere fragili. La vita stessa degli abitanti era appesa a un filo. Molti
congolesi furono catturati e venduti come schiavi. È difficile considerare un simile contesto adatto a
incoraggiare gli investimenti necessari a un aumento della produttività nel lungo periodo. Anche il
sovrano stesso non aveva alcun interesse a introdurre l'uso dell'aratro su vasta scala o a considerare
prioritario l'aumento della produttività agricola. Esportare schiavi era molto più redditizio.
Che oggi gli africani si fidino meno del prossimo rispetto alle popolazioni di altre aree del globo
può essere vero. Ma questo rappresenta il portato di una lunga storia, della presenza in quel continente
di istituzioni avverse ai diritti umani e di proprietà. Senza dubbio, la possibilità di essere catturati e
venduti come schiavi ha influenzato storicamente il grado di fiducia che gli africani ripongono in altre
persone.
E che dire dell'"etica protestante" di Max Weber? In effetti, paesi a maggioranza protestante,
come i Paesi Bassi e l'Inghilterra, sono stati i primi campioni dello sviluppo economico nell'era
moderna, ma è difficile riscontrare una correlazione tra religione e successo in campo economico. La
Francia, un paese perlopiù cattolico, imitò molto rapidamente la performance di olandesi e inglesi nel
XIX secolo, e oggi l'Italia è altrettanto ricca. Se guardiamo più a est, non troviamo neanche un caso di
forte sviluppo economico che abbia una relazione con una qualsiasi forma di cristianesimo. Non
esistono dunque prove a supporto dell'idea che il protestantesimo abbia un particolare legame con i
successi in campo economico.
Concentriamoci ora sull'area del pianeta preferita dai sostenitori entusiasti dell'ipotesi culturale:
il Medio Oriente. Qui i paesi sono prevalentemente musulmani e, come abbiamo già osservato, se si
eccettuano quelli ricchi di petrolio sono tutti piuttosto poveri. I produttori di petrolio sono più agiati,
ma in Arabia Saudita e Kuwait tale improvvisa ricchezza non ha posto le basi per un sistema
economico moderno e diversificato. Questa vicenda non dimostra forse che la religione conta? Benché
plausibile, anche questa tesi non regge. Certo, nazioni come Siria ed Egitto sono povere e la loro
popolazione è in massima parte musulmana. Ma questi paesi hanno altre caratteristiche strutturali molto
più importanti per la prosperità. Per prima cosa, tutti furono province dell'Impero ottomano, cosa che
influenzò in modo assai negativo il loro sviluppo. A seguito del collasso del dominio ottomano, il
Medio Oriente venne assorbito dagli imperi coloniali inglese e francese, il che, ancora una volta,
ridusse le loro possibilità di crescita. Dopo l'indipendenza, questi paesi seguirono la scia di molte altre
aree decolonizzate, instaurando regimi politici gerarchici e autoritari, con poche di quelle istituzioni
politiche ed economiche che, come mostreremo, sono cruciali per raggiungere la prosperità. Questo
modello di sviluppo fu in gran parte la conseguenza della storia del dominio ottomano ed europeo,
mentre la relazione tra islam e povertà del Medio Oriente è sostanzialmente spuria.
Il ruolo di questi eventi storici, e non culturali, nel delineare la traiettoria economica del Medio
Oriente emerge con evidenza anche considerando le aree che si emanciparono temporaneamente dal
dominio ottomano ed europeo - come l'Egitto tra il 1805 e il 1848 sotto Muhammad Ali -, le quali
riuscirono a spostarsi su un sentiero di rapida crescita economica. Muhammad Ali prese il potere dopo
il ritiro delle forze francesi che avevano occupato l'Egitto sotto la guida di Napoleone Bonaparte.
Sfruttando l'allora debole controllo ottomano sul territorio egiziano, Ali fu capace di fondare una
dinastia che avrebbe regnato in varie forme fino alla rivoluzione egiziana guidata da Nasser nel 1952.
Le sue riforme, sebbene imposte in modo autoritario, portarono l'Egitto a crescere. Burocrazia, esercito
e sistema fiscale furono modernizzati, e si svilupparono l'agricoltura e l'industria. Questo processo,
tuttavia, si arrestò con la morte di Ali, quando cioè l'Egitto cadde sotto l'influenza europea.
Ma forse è il modo di pensare la cultura a essere sbagliato. Forse i fattori culturali davvero
importanti non sono legati alla religione, bensì all'esistenza di particolari "culture nazionali". Non è
allora l'influenza della cultura inglese l'elemento decisivo, che spiega perché paesi come Stati Uniti,
Canada e Australia siano così ricchi? Anche questa ipotesi, per quanto attraente, è infondata.
Certamente Canada e Stati Uniti erano colonie inglesi, ma lo erano anche Sierra Leone e Nigeria. Le
discrepanze economiche tra le ex colonie inglesi sono pronunciate tanto quanto quelle globali.
L'eredità inglese non è una spiegazione per il successo del Nordamerica.
Esiste un'altra versione dell'ipotesi culturale: forse non è il confronto tra colonie inglesi e non
inglesi a essere determinante, ma piuttosto il contrasto tra europei e non europei. Non potrebbe darsi
che gli europei siano in qualche modo superiori grazie alla loro etica del lavoro, alla loro visione del
mondo, ai valori giudaico-cristiani o all'eredità dell'Impero romano? È vero che l'Europa occidentale e
il Nordamerica, perlopiù abitati da popolazioni di origini europee, sono le regioni più ricche del mondo.
Forse allora è una superiore eredità culturale europea la radice ultima della ricchezza, nonché l'ultimo
bastione dell'ipotesi culturale. Ahinoi, anche questa versione dell'ipotesi culturale ha un potere
esplicativo non superiore alle altre. Rispetto a Canada e Stati Uniti, in Argentina e Uruguay una
percentuale di popolazione ancora maggiore ha origini europee, ma la performance economica di questi
due paesi lascia molto a desiderare. In Giappone e a Singapore il numero di abitanti di origine europea
è sempre stato trascurabile, eppure questi paesi sono ricchi quanto quelli dell'Europa occidentale.
La Cina, nonostante i molti limiti del suo sistema economico e politico, è stato il paese con la
crescita più rapida degli ultimi tre decenni. La povertà cinese sotto Mao Zedong non aveva niente a che
fare con la cultura nazionale; era invece dovuta al modo disastroso in cui lo stesso Mao gestiva
economia e politica. Negli anni cinquanta promosse il Grande balzo in avanti, una radicale politica
d'industrializzazione che provocò gravi carestie e la morte di milioni di persone. Negli anni sessanta
avviò la Rivoluzione culturale, durante la quale furono perseguitati in modo sistematico intellettuali e
persone istruite: tutti coloro di cui si potesse mettere in discussione la lealtà al partito. Tutto ciò, ancora
una volta, creò un'atmosfera di terrore e determinò un gigantesco spreco delle risorse e dei talenti di cui
la società disponeva. Allo stesso modo, l'attuale crescita economica esula dai valori cinesi, e non è
stata messa in moto da cambiamenti nella cultura nazionale: è il risultato di un processo di
trasformazione economica cominciato con le riforme di Deng Xiaoping e dei suoi alleati, i quali, dopo
la morte di Mao Zedong, abbandonarono gradualmente le istituzioni e le politiche economiche
socialiste, prima in campo agricolo e poi nell'industria.
Come l'ipotesi geografica, neanche quella culturale ci è utile a interpretare altri aspetti
dell'odierna geografia delle disuguaglianze. Com'è ovvio ci sono differenze di atteggiamenti culturali,
credenze e valori, tra gli Stati Uniti e l'America Latina, ma - proprio come quelle che intercorrono tra
Nogales, Arizona, e Nogales, Sonora, o tra Corea del Nord e Corea del Sud - tali differenze sono il
risultato della diversa storia istituzionale delle due aree. I fattori culturali considerati da chi enfatizza il
ruolo della cultura "ispanica" o "latina" nel forgiare l'Impero spagnolo non ci aiutano a capire le
diversità interne al contesto latinoamericano, per esempio il fatto che Argentina e Cile siano più ricchi
di Perù e Bolivia. Per altre teorie culturali - come quelle che si soffermano sulla cultura indigena
contemporanea - il discorso è analogo. In effetti, Argentina e Cile hanno una scarsa popolazione
indigena, se confrontata con quella di Perù e Bolivia. Ma la presenza di una cultura indigena non spiega
nulla. Colombia, Ecuador e Perù hanno livelli di reddito simili, ma la Colombia ha oggi una
popolazione indigena scarsa, che è invece consistente in Ecuador e Perù. Infine, i tratti culturali, che in
genere si modificano lentamente, non sembrano la chiave giusta per interpretare i miracoli economici
dell'Asia orientale e della Cina. Come vedremo, anche se nei sistemi istituzionali c'è una certa
tendenza alla persistenza, in date situazioni si trasformano molto in fretta.
L'ipotesi dell'ignoranza
Infine, una teoria molto popolare sul perché alcuni paesi siano ricchi e altri poveri è l'ipotesi
dell'ignoranza, secondo cui le disuguaglianze globali esistono perché noi, o i nostri governanti, non
sappiamo come rendere ricco un paese povero. Questa teoria è sostenuta da molti economisti, che
fanno loro la celebre definizione dell'economia proposta dallo studioso inglese Lionel Robbins nel
1935: "La scienza che studia la condotta umana come una relazione tra fini e mezzi scarsi applicabili a
usi alternativi".
Partendo da questa definizione, il passo verso la conclusione che la scienza economica
dovrebbe concentrarsi sull'uso efficiente di risorse scarse per soddisfare gli obiettivi della società è
breve. In effetti, il più famoso principio teorico di questa scienza, il cosiddetto "primo teorema
dell'economia del benessere", identifica le premesse necessarie perché ci sia all'interno di
un'"economia di mercato" un'allocazione di risorse socialmente ottimale dal punto di vista economico.
L'idea di economia di mercato è un'astrazione che dovrebbe definire la situazione in cui tutti gli
individui e le imprese sono in grado di produrre, comprare e vendere liberamente i prodotti o i servizi
che desiderano. Quando tali circostanze non si verificano, siamo di fronte a un "fallimento del
mercato". Questi fallimenti rappresentano una spiegazione della disuguaglianza globale, poiché meno
li si affronta, più un determinato paese si ritroverà povero. L'ipotesi dell'ignoranza sostiene che i paesi
poveri siano tali perché sperimentano numerosi fallimenti del mercato, e perché economisti e politici
senza un'idea di come correggerli hanno seguito in passato consigli sbagliati. I paesi ricchi, invece,
sono tali perché hanno saputo elaborare politiche migliori e porre fine a questi fallimenti.
L'ipotesi dell'ignoranza può spiegare la disuguaglianza globale? Possiamo dire che i paesi
africani siano più poveri del resto del mondo perché i loro leader tendono a condividere le stesse ricette
sbagliate su come governare, portandoli così alla povertà, mentre i leader dei paesi occidentali sono
meglio preparati o consigliati, cosa che è all'origine del loro maggiore successo? Anche se ci sono
celebri esempi di leader che hanno adottato politiche disastrose mal giudicandone le conseguenze,
l'ignoranza può spiegare tutt'al più una piccola parte della disuguaglianza globale.
A un'analisi superficiale, il forte declino economico avviatosi in Ghana subito dopo
l'indipendenza dalla Gran Bretagna fu causato dall'ignoranza. L'economista britannico Tony Killick,
che allora lavorava come consigliere del governo di Kwame Nkrumah, esaminò molti dei problemi
economici in dettaglio. Le politiche di Nkrumah si concentravano sullo sviluppo di un'industria di
stato, che si rivelò assai inefficiente. Killick ricorda:
La pelle destinata alla fabbrica di scarpe proveniva dallo stabilimento per la produzione della
carne che si trovava ottocento chilometri più a nord della conceria; il cuoio doveva quindi essere
ritrasportato alla fabbrica di scarpe di Kumasi, situata al centro del paese, a sua volta a più di trecento
chilometri a nord della conceria. Dato che il principale mercato per le scarpe è nell'area metropolitana
di Accra, queste dovevano essere trasportate per altri trecento chilometri verso sud.
Killick conclude, in modo abbastanza minimalistico, che si trattava di un progetto "la cui
sostenibilità era compromessa dalla scelta sbagliata dei siti di produzione". Quello della fabbrica di
scarpe era solo uno dei molti progetti, come quello per un impianto di inscatolamento del mango in una
regione del Ghana dove questo frutto non cresceva, il cui output previsto sarebbe stato superiore
all'intera domanda mondiale del prodotto. All'origine di questa interminabile serie di progetti di
sviluppo economicamente irrazionali non c'era il fatto che Nkrumah o i suoi consiglieri fossero male
informati o non conoscessero politiche economiche migliori. Potevano contare su persone come Killick
e sui consigli del premio Nobel Sir Arthur Lewis, ben consapevoli dell'insensatezza di queste politiche.
A tracciare le linee delle strategie economiche fu la necessità, per Nkrumah, di utilizzarle come merce
di scambio per garantire il consenso al proprio regime antidemocratico.
Né la scarsa performance economica del Ghana dopo l'indipendenza, né gli altri infiniti casi di
apparenti errori nella gestione delle politiche economiche possono essere semplicemente attribuiti
all'ignoranza. Dopo tutto, se il problema fosse l'ignoranza, tutti i leader ben intenzionati avrebbero
rapidamente imparato quali politiche possono accrescere il reddito e il benessere dei loro cittadini, e le
avrebbero fatte proprie.
Consideriamo i diversi percorsi di Stati Uniti e Messico. Attribuire questa divergenza
all'ignoranza delle classi dirigenti dei due paesi è, come minimo, assai poco plausibile. Non furono
certo il divario di conoscenze o i diversi obiettivi di John Smith e Cortés a porre le basi di questa
divergenza nel periodo coloniale. E più tardi, tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, non furono le
analoghe differenze tra presidenti americani come Teddy Roosevelt o Woodrow Wilson e Porfirio Díaz
a spingere il Messico verso istituzioni economiche che arricchirono l'élite a spese del resto della
società, mentre negli Stati Uniti avveniva il contrario. Influirono piuttosto le differenze nella struttura
istituzionale entro cui i presidenti e le élite dei due paesi si trovavano a operare. Allo stesso modo, le
classi dirigenti dei paesi africani, che negli ultimi cinquant'anni hanno traccheggiato in una situazione
di insicurezza dei diritti di proprietà, con istituzioni economiche traballanti e il conseguente
impoverimento di gran parte della popolazione, hanno lasciato che questo accadesse non perché
convinte che la loro condotta fosse economicamente adeguata; hanno agito così per potersi arricchire
impunemente a spese di tutti gli altri, o perché pensavano si trattasse di un buon investimento politico,
un mezzo per mantenere il proprio potere comprando il sostegno dell'élite o di altri gruppi influenti.
L'esperienza, nel 1971, del primo ministro ghanese Kofi Busia mostra come l'ipotesi
dell'ignoranza possa essere fuorviante. Busia si trovò davanti a una grave crisi economica. Dopo essere
giunto al potere nel 1969 perseguì, come Nkrumah prima di lui, un'insostenibile politica di
investimenti, calmierando i prezzi tramite dei "marketing board" (enti per l'amministrazione
controllata del commercio) e un tasso di cambio sopravvalutato. Nonostante Busia fosse stato un
oppositore di Nkrumah e presiedesse un governo democratico, si trovò dinnanzi a un contesto politico
molto simile. Al pari del predecessore, le sue politiche non furono dettate dall'"ignoranza" o dalla
convinzione che fossero valide in termini economici o costituissero un ideale viatico per la crescita del
paese. Furono adottate in quanto efficaci da un punto di vista politico, dato che consentivano a Busia di
trasferire risorse a gruppi politicamente influenti - per esempio nelle aree urbane - che egli doveva
ingraziarsi. Il controllo dei prezzi spremeva il settore agricolo, garantendo cibo a prezzi ridotti alla
popolazione urbana e un gettito fiscale in grado di finanziare gli investimenti governativi. Un simile
regime dei prezzi era però insostenibile, e il Ghana iniziò presto a soffrire una serie di crisi della
bilancia dei pagamenti e una scarsità di valuta estera. Di fronte a questi problemi, il 27 dicembre 1971
Busia firmò un accordo con il Fondo monetario internazionale, che prevedeva una drastica svalutazione
della moneta ghanese.
Il Fondo monetario, la Banca mondiale e l'interna comunità internazionale esercitarono
pressioni su Busia affinché attuasse le riforme contenute nell'accordo. Sebbene le istituzioni
internazionali non ne fossero affatto consapevoli, Busia sapeva di giocare un'importante e delicata
partita politica. La svalutazione della moneta portò subito a proteste e scontri nella capitale, Accra, che
si intensificarono fino a quando Busia non fu spodestato dall'esercito guidato dal tenente colonnello
Acheampong, il quale revocò immediatamente la svalutazione.
L'ipotesi dell'ignoranza differisce da quella geografica perché suggerisce una ricetta già pronta
per "risolvere" il problema della povertà: se l'ignoranza ci ha portato in una certa situazione, leader e
policy maker illuminati, dotati delle informazioni appropriate, ci tireranno fuori. La prosperità
economica di tutto il mondo potrebbe essere "progettata a tavolino", così da fornire i giusti consigli ai
politici e convincerli della bontà di alcune misure economiche. Eppure, la storia di Busia mette in
evidenza come il maggior ostacolo all'adozione di politiche capaci di ridurre i fallimenti del mercato e
incoraggiare la crescita economica non sia l'ignoranza dei politici, bensì la struttura di incentivi e limiti
istituzionali entro cui essi si muovono nei propri paesi.
Nonostante l'ipotesi dell'ignoranza continui a regnare incontestata tra la maggioranza degli
economisti e nei circoli delle classi dirigenti occidentali - che si interessano quasi esclusivamente a
come "ingegnerizzare" la prosperità economica -, si tratta sempre di una teoria inadeguata. Non spiega
né le origini della ricchezza nel mondo né la geografia della disuguaglianza - per esempio, perché paesi
come Messico e Perù, ma non Stati Uniti o Inghilterra, abbiano scelto istituzioni e politiche che hanno
impoverito la maggior parte dei loro cittadini, o perché la quasi totalità dell'Africa subsahariana o
dell'America centrale sia molto più povera dell'Europa occidentale o dell'Asia orientale.
Quando le nazioni si distaccano dalle strutture istituzionali che le condannano alla povertà e
riescono a imboccare un sentiero di crescita economica, ciò non accade perché la loro classe dirigente,
da ignorante che era, diventa improvvisamente meglio informata o meno egoista, oppure perché ha
ricevuto consigli da economisti migliori. La Cina, per esempio, è tra i paesi che hanno compiuto questa
transizione, passando da politiche che causarono la povertà e la fame di milioni di persone ad altre che
hanno favorito la crescita economica. Ma, come approfondiremo in seguito, ciò non avvenne perché il
Partito comunista cinese capì finalmente che la proprietà collettiva della terra agricola e delle fabbriche
creava un sistema di incentivi economici negativi. Deng Xiaoping e i suoi alleati, che non erano meno
egoisti dei loro rivali, ma avevano interessi e obiettivi politici diversi, sconfissero i potenti avversari
all'interno del partito e portarono abilmente a termine una sorta di rivoluzione politica, trasformando in
modo radicale la leadership e la linea del partito. Le loro riforme economiche, che introdussero
incentivi di mercato nel settore agricolo e poi in quello industriale, furono conseguenti a questa
rivoluzione politica. In Cina sono stati gli eventi politici a dettare l'abbandono del modello comunista
in favore di incentivi di mercato, e non migliori consigli o una maggiore comprensione di come
funzioni l'economia.
Nel corso del libro sosterremo che per comprendere la disuguaglianza globale dobbiamo prima
capire perché alcune società siano organizzate in modo inefficiente e socialmente fallimentare. Talvolta
gli stati riescono a adottare istituzioni efficienti e a conseguire la prosperità, ma purtroppo si tratta di
casi rari. La maggior parte degli economisti e dei politici si è concentrata su come "risolvere i
problemi", mentre quello che serve veramente è una spiegazione del perché nei paesi poveri i problemi
si creano. Problemi che non hanno a che fare con ignoranza o cultura. Come vedremo, i paesi poveri
sono tali perché chi detiene il potere fa scelte che producono povertà; sbaglia non per incompetenza o
per ignoranza, ma di proposito. Per capirlo, occorre andare oltre la teoria economica e i consigli degli
esperti su quale sia la cosa migliore da fare, e studiare invece come vengono effettivamente prese le
decisioni, da chi e sulla base di quali fattori. Questo significa studiare la politica e i processi politici.
Tradizionalmente, l'economia ha ignorato la dimensione politica, ma la comprensione di quest'ultima è
decisiva per spiegare la disuguaglianza globale. Come scrisse l'economista Abba Lerner negli anni
settanta: "L'economia si è guadagnata il titolo di regina delle scienze sociali scegliendo i problemi
politici già risolti come proprio campo d'azione".
La nostra tesi è che il raggiungimento della prosperità dipende dalla soluzione di alcuni
fondamentali problemi politici. Proprio perché ha sempre accantonato la dimensione politica, la teoria
economica non è stata in grado di fornire un'interpretazione convincente alla disuguaglianza globale.
Per spiegare queste sperequazioni abbiamo sempre bisogno degli studi economici su come le diverse
politiche e organizzazioni sociali condizionino gli incentivi e il comportamento economico. Ma ci
occorre anche un'analisi politica.
* Letteralmente "domani" in spagnolo; mañana culture indica l'abitudine alla pigrizia, alla
scarsa puntualità e al mancato rispetto di orari, impegni e scadenze. [N.d.T.]
3. La costruzione di prosperità e povertà
L'economia del trentottesimo parallelo
Nell'estate del 1945, mentre la Seconda guerra mondiale giungeva al termine, il regime
coloniale giapponese in Corea era al collasso. Meno di un mese dopo la resa incondizionata del
Giappone il 15 agosto, la Corea fu divisa in due sfere di influenza lungo il trentottesimo parallelo. La
regione meridionale fu posta sotto l'amministrazione americana, quella settentrionale sotto la Russia.
La fragile pace della guerra fredda venne infranta nel giugno del 1950, quando l'esercito della Corea
del Nord invase il Sud. Nonostante la loro iniziale, consistente avanzata, che giunse fino alla capitale
Seul, già nell'autunno i nordcoreani erano in fase di ritirata. Fu in quel momento che Hwang
Pyong-won e suo fratello vennero separati. Hwang Pyong-won riuscì a nascondersi ed evitare di essere
arruolato nell'esercito nordcoreano. Restò così a Seul, lavorando da farmacista. Suo fratello, che faceva
il medico nella capitale, fornendo assistenza ai feriti dell'esercito sudcoreano, fu deportato nel Nord
durante il ritiro dell'esercito nordcoreano. Separati nel 1950, si incontrarono per la prima volta dopo
cinquant'anni a Seul nel 2000, quando finalmente i due governi trovarono un accordo per l'avvio di un
programma limitato di ricongiungimento familiare.
In qualità di dottore, il fratello di Hwang Pyong-won finì a lavorare per l'aviazione, un buon
impiego in una dittatura militare. In Corea del Nord, tuttavia, neanche una vita privilegiata rappresenta
una grande attrattiva. Quando i due fratelli si incontrarono, Hwang Pyong-won chiese al fratello come
fosse la vita a nord del trentottesimo parallelo. Possedeva un'automobile, al contrario di suo fratello.
"Hai il telefono?" gli domandò. "No" rispose il fratello "mia figlia, che lavora al ministero degli
Esteri, possiede un telefono, ma se non conosci l'apposito codice, non puoi fare chiamate." Hwang
Pyong-won si ricordò che alla riunione altri abitanti del Nord avevano chiesto denaro, e così ne offrì al
fratello, il quale però rispose: "Se torno con del denaro il governo dirà "dallo a noi", per cui tienilo
pure". Hwang Pyong-won si accorse che il cappotto del fratello era vecchio e rovinato: "Toglitelo e
lascialo qui, e quando torni indietro prendi quest'altro" suggerì. "Non è possibile" rispose il fratello
"quello che indosso mi è stato prestato dal governo solo per venire qui." Hwang Pyong-won ricorda
che quando si separarono, suo fratello era imbarazzato e nervoso, come se qualcuno li stesse
ascoltando. Era più povero di quanto avesse immaginato. Dichiarava di vivere bene, ma Hwang
Pyong-won pensò che avesse un aspetto terribile e lo trovò magro come un chiodo.
Gli abitanti della Corea del Sud hanno standard di vita simili a quelli del Portogallo o della
Spagna. Più a nord, nella cosiddetta Repubblica Democratica Popolare di Corea, o Corea del Nord, gli
standard sono paragonabili a quelli di un paese dell'Africa subsahariana, circa un decimo di quelli del
Sud. Quanto a salute i nordcoreani stanno ancora peggio: in media, un abitante del Nord ha
un'aspettativa di vita di dieci anni inferiore a quella di un suo cugino residente a sud del trentottesimo
parallelo.
Cartina 7. Luci in Corea del Sud e oscurità nel Nord.
La cartina 7 illustra in modo emblematico il divario economico tra le due Coree, mostrando i
dati sull'intensità delle luci artificiali ricavati dalle immagini satellitari notturne. La Corea del Nord è
quasi del tutto buia per la mancanza di elettricità; la Corea del Sud è scintillante di luci.
Queste impressionanti differenze non sono di lunga data. Prima della fine della Seconda guerra
mondiale non esistevano. Dopo il 1945, però, i governi del Nord e del Sud scelsero strade molto
diverse per l'organizzazione delle loro economie. Nella definizione delle sue istituzioni politiche ed
economiche la Corea del Sud fu guidata, con il significativo sostegno degli Stati Uniti, da un
inflessibile anticomunista che aveva studiato a Harvard e Princeton: Syngman Rhee, che fu eletto
presidente nel 1948. Fondata nel bel mezzo della guerra di Corea per porre un argine all'espansione
comunista a sud del trentottesimo parallelo, la Corea del Sud non era certamente una democrazia. Sia
Rhee che il suo altrettanto celebre successore, il generale Park Chung-hee, passarono alla storia come
capi di governo autoritari. Entrambi, tuttavia, si trovarono a governare un'economia di mercato, dove la
proprietà privata era riconosciuta. E, dopo il 1961, Park usò la macchina dello stato per promuovere
una rapida crescita economica, incanalando credito e sussidi verso le imprese di maggior successo.
La situazione a nord del trentottesimo parallelo era diversa. Kim Il-sung, tra i capi dei partigiani
comunisti antigiapponesi durante la Seconda guerra mondiale, si instaurò come dittatore nel 1947 e,
con l'aiuto dell'Unione Sovietica, introdusse un rigido sistema di economia pianificata e centralizzata,
nell'ambito della cosiddetta ideologia del Juche. La proprietà privata fu vietata e i mercati aboliti. Le
libertà non furono soppresse solo nell'ambito economico, ma in tutte le sfere della vita dei nordcoreani,
con l'eccezione di chi apparteneva alla ristrettissima élite dominante creatasi attorno a Kim Il-sung e,
più tardi, a suo figlio e successore Kim Jong-il.
Non dovrebbe sorprenderci che i destini economici delle due Coree siano stati opposti.
L'economia pianificata di Kim Il-sung e la dottrina del Juche si dimostrarono ben presto un disastro.
Non sono disponibili dati precisi per la Corea del Nord, che, per usare un eufemismo, è uno stato molto
riservato a riguardo. Ciononostante, i dati che abbiamo provano ciò che già possiamo intuire dai fin
troppo frequenti episodi di carestie: non solo la produzione industriale non è mai decollata, ma la Corea
del Nord ha nei fatti sperimentato un collasso della propria produttività agricola. L'assenza di diritti di
proprietà significa che poche persone hanno incentivi a investire o a fare sforzi per aumentare, o
addirittura mantenere stabile, la produttività. Il regime, soffocante e oppressivo, si è mostrato avverso
all'innovazione e all'adozione di nuove tecnologie. Kim Il-sung, Kim Jong-il e la loro cricca, tuttavia,
non hanno mai avuto intenzione di riformare il sistema, di introdurre diritti di proprietà, un'economia
di mercato, un sistema di contratti privati, o di trasformare le istituzioni politiche ed economiche. La
Corea del Nord continua la sua fase di stagnazione economica.
Nello stesso periodo, al Sud, le istituzioni economiche incoraggiarono investimenti e commerci.
I politici della Corea del Sud puntarono sull'istruzione, raggiungendo alti tassi di alfabetizzazione e
scolarizzazione. Le imprese sudcoreane furono rapide ad approfittare del livello relativamente alto
d'istruzione della popolazione, delle politiche di incentivi agli investimenti e all'industrializzazione,
della possibilità di esportare e trasferire tecnologie. La Corea del Sud divenne presto uno dei "miracoli
economici" dell'Asia orientale e tra i paesi che crescevano più rapidamente al mondo.
Alla fine degli anni novanta, nell'arco di appena mezzo secolo, la crescita della Corea del Sud e
la stagnazione della Corea del Nord avevano creato fra le due metà di quello che era prima un unico
paese un divario di reddito di dieci volte favorevole alla Corea del Sud. Immaginate di quanto il gap
potrebbe dilatarsi in un paio di secoli. Il disastro economico della Corea del Nord, che ha portato
milioni di persone alla fame, è impressionante soprattutto in confronto al successo economico del Sud:
né la cultura, né la geografia, né l'ignoranza hanno a che vedere con i diversi percorsi delle due Coree.
Per avere una spiegazione dobbiamo guardare al ruolo delle istituzioni.
Istituzioni economiche estrattive e inclusive
I paesi del mondo hanno una diversa capacità di sviluppo economico per via delle loro
differenti istituzioni, delle regole che influenzano il funzionamento dell'economia e degli incentivi che
motivano i singoli individui. Proviamo a immaginare la situazione degli adolescenti in Corea del Nord
e Corea del Sud, che cosa si aspettano dalla vita. Quelli del Nord crescono in un ambiente povero, dove
lo spirito imprenditoriale e la creatività sono assenti, senza adeguate opportunità di studiare e prepararsi
per un lavoro qualificato. Gran parte della loro istruzione scolastica consiste in pura propaganda, volta
a proteggere la legittimità del regime; i libri sono pochi, per non parlare dei computer. Al termine della
scuola, tutti sono obbligati a prestare servizio nelle forze armate per dieci anni. Questi adolescenti
sanno che non sarà permesso loro di avere proprietà, di avviare un'impresa o diventare più ricchi,
anche se molte persone si dedicano ad attività private illegali per sbarcare il lunario. Sanno anche che
non avranno alcun tipo di accesso legale a un mercato in cui possano sfruttare le loro abilità o i loro
risparmi per comprare i beni che sono loro necessari o che desiderano. Sono incerti persino su quanto i
loro diritti umani saranno protetti.
Gli adolescenti del Sud ricevono una buona istruzione e hanno incentivi che li incoraggiano a
sforzarsi e a eccellere nel campo che sceglieranno. La Corea del Sud è un'economia di mercato,
costruita sulla proprietà privata. I giovani sanno che, se avranno successo come imprenditori o
lavoratori, un giorno potranno godersi i frutti dei loro investimenti e dei loro sforzi; possono migliorare
il proprio standard di vita e usare il proprio denaro per comprare automobili e case o garantirsi
l'assistenza sanitaria.
In Corea del Sud, lo stato sostiene l'attività economica. Per gli imprenditori è dunque possibile
finanziarsi attraverso le banche e i mercati, e per le imprese straniere entrare in società con quelle
coreane; gli individui possono a loro volta contrarre mutui per comprare una casa. Nel Sud si è più o
meno liberi di avviare qualunque attività si desideri. Nel Nord non è così. Nel Sud si possono assumere
lavoratori, vendere prodotti e servizi e spendere i propri soldi come si vuole. Nel Nord c'è solo il
mercato nero. Queste diverse regole rappresentano le istituzioni in cui operano nordcoreani e
sudcoreani.
Le istituzioni economiche inclusive, che per esempio troviamo in Corea del Sud o negli Stati
Uniti, sono quelle che permettono e incoraggiano la partecipazione della maggioranza delle persone ad
attività economiche che sfruttino nel modo migliore i loro talenti e le loro abilità, permettendo agli
individui di fare le scelte che desiderano. Per essere inclusive, le istituzioni economiche devono
garantire il rispetto della proprietà privata, un sistema giuridico imparziale e una quantità di servizi che
offra a tutti uguali opportunità di accesso al sistema di scambi e contrattazioni; deve inoltre essere
assicurata la possibilità di aprire nuove attività, e, per le persone, di scegliere liberamente
un'occupazione.
Il contrasto fra Corea del Sud e Corea del Nord, come quello tra Stati Uniti e America Latina,
descrive un principio generale. Le istituzioni economiche inclusive promuovono l'attività economica,
la crescita della produttività e la prosperità materiale. La sicurezza dei diritti di proprietà è un elemento
centrale in questo senso, dato che solo chi vedrà protetti tali diritti sarà disposto a investire e
incrementare la produttività. Se un uomo d'affari si aspetta che il suo guadagno sarà rubato, espropriato
o azzerato dalla tassazione avrà scarsi incentivi a lavorare, e tantomeno a investire o innovare. Ma
questi diritti devono esistere per la maggioranza degli individui.
Nel 1680, il governo inglese condusse un censimento della popolazione di Barbados, colonia
delle Indie occidentali. Ne emerse che, dei circa 60000 individui che abitavano l'isola, quasi 39000
erano schiavi africani, proprietà del rimanente terzo della popolazione. E, in effetti, la massima parte di
questi schiavi era posseduta, come molti dei terreni, dai 175 maggiori proprietari di piantagioni di
canna da zucchero. I diritti di proprietà di questi latifondisti, sulle loro terre ma anche sui loro schiavi,
erano sicuri e garantiti dalla legge. Se un proprietario voleva vendere uno schiavo a un altro, poteva
farlo con la certezza che i giudici avrebbero fatto rispettare il contratto di vendita o qualsiasi altro
accordo scritto. Perché? Dei quaranta magistrati e giudici di pace dell'isola, ventinove erano grandi
proprietari terrieri, e le otto più importanti cariche nell'amministrazione militare erano occupate da
latifondisti. Nonostante l'élite dell'isola beneficiasse di diritti di proprietà e di un sistema di contratti
ben definiti, sicuri e applicabili, Barbados non aveva istituzioni economiche inclusive, dato che due
terzi degli individui erano schiavi, privi di accesso all'istruzione, di opportunità economiche, e di ogni
possibilità o incentivo a utilizzare i loro talenti e le loro capacità. Le istituzioni economiche, per essere
inclusive, devono fondarsi sul godimento di diritti di proprietà sicuri e opportunità economiche da parte
di un'ampia e trasversale porzione della società, e non solamente dell'élite.
Garanzia dei diritti di proprietà, legislazione, servizi pubblici, libertà negli scambi e nella
stipula dei contratti sono tutte condizioni che dipendono dallo stato, l'istituzione che detiene il potere
coercitivo necessario a imporre l'ordine, prevenire furti e truffe e far rispettare gli accordi firmati dai
privati. Per funzionare bene, la società ha bisogno anche di altri servizi pubblici: strade e reti di
trasporti, perché le merci possano essere movimentate; infrastrutture pubbliche perché le attività
economiche fioriscano; una serie di provvedimenti legislativi basilari per evitare frodi e raggiri.
Sebbene molti di questi servizi possano essere forniti anche dal mercato o da privati cittadini, il grado
di coordinamento necessario per assicurarli su larga scala spesso è al di sopra della possibilità di
qualsiasi attore che non sia un'unica autorità centrale. L'attività dello stato - in quanto garante della
legge e dell'ordine pubblico, del rispetto della proprietà privata e dei contratti, nonché, spesso, cruciale
fornitore di servizi pubblici - è dunque intimamente legata a quella delle istituzioni economiche. Le
istituzioni economiche inclusive hanno bisogno e si servono dello stato.
Le istituzioni economiche della Corea del Nord o dell'America Latina coloniale - la mita,
l'encomienda o il repartimiento descritti in precedenza - non hanno queste caratteristiche. La proprietà
privata è inesistente in Corea del Nord. In America Latina i diritti di proprietà degli spagnoli erano
garantiti, ma quelli della popolazione indigena restavano decisamente precari. In nessuna delle due
società la maggioranza della popolazione poteva prendere decisioni autonome in campo economico, ed
era soggetta a un sistema di oppressione di massa. In Corea del Nord, lo stato ha allestito un sistema di
istruzione per inculcare la propaganda, ma si è rivelato incapace di prevenire le carestie. In nessuno dei
due modelli di società le opportunità erano distribuite in modo equo né vigeva un sistema giuridico
imparziale. In Corea del Nord, il sistema legale è uno strumento del regime comunista al governo,
mentre in America Latina era il mezzo che consentiva la discriminazione di gran parte della
popolazione. Queste istituzioni, che hanno caratteristiche opposte rispetto a quelle inclusive, possono
essere definite estrattive, dal momento che vengono usate da determinati gruppi sociali per appropriarsi
del reddito e della ricchezza prodotti da altri.
I motori della prosperità
Le istituzioni economiche inclusive creano mercati inclusivi, che non solo riconoscono agli
individui la libertà di seguire le aspirazioni più adatte alle loro abilità, ma garantiscono anche la
possibilità concreta di farlo, creando un'arena in cui le opportunità sono distribuite in modo equo. Chi
ha idee valide sarà dunque in grado di avviare un'attività imprenditoriale, i lavoratori tenderanno a
scegliere i settori dove la produttività è più alta e le imprese meno efficienti saranno sostituite da altre
che lo sono di più. Confrontiamo il modo in cui gli individui scelgono la loro occupazione nei mercati
inclusivi con il sistema operante nel Perù e nella Bolivia coloniali, dove, all'interno del regime della
mita, molti erano costretti a lavorare nelle miniere di argento e mercurio, quali che fossero le loro
capacità o i loro desideri. Un mercato inclusivo non è semplicemente un libero mercato. Nella
Barbados del XVII secolo erano presenti mercati. Ma, proprio come non esistevano diritti di proprietà
se non per una ristretta élite di proprietari terrieri, anche i mercati erano ben lontani dall'essere
inclusivi; il mercato degli schiavi era invece una delle principali istituzioni economiche che operavano
per sottomettere la maggioranza della popolazione e privarla della possibilità di scegliere
un'occupazione o il modo di impiegare i propri talenti.
Le istituzioni economiche aprono la strada ad altri due fondamentali fattori di prosperità
economica: la tecnologia e l'istruzione. Una forte e prolungata crescita economica è quasi sempre
accompagnata da innovazioni tecnologiche che permettono agli individui (il fattore lavoro), alla terra e
ai beni capitali fisici (edifici, macchinari e così via) di diventare più produttivi. Pensiamo ai nostri
trisnonni, che, appena un secolo fa, non avevano a disposizione aeroplani o automobili, né la gran parte
delle medicine e l'assistenza sanitaria che noi oggi diamo per scontate; per non parlare dell'acqua
corrente in casa, dell'aria condizionata, dei centri commerciali, della radio e dei cinema, o addirittura di
informatica, robotica e macchinari elettronici. Tornando indietro di qualche generazione, il livello di
conoscenze tecnologiche e gli standard di vita si fanno ancora più arretrati, al punto che oggi ci è
difficile immaginare come le persone potessero affrontare disagi e fatiche così grandi nel corso della
loro vita. Questi miglioramenti derivano dalle conoscenze scientifiche e dall'attività di imprenditori
come Thomas Edison, che utilizzò la scienza per avviare imprese di successo. Un processo di
innovazione reso a sua volta possibile da istituzioni economiche che incoraggiavano la proprietà
privata, garantivano i contratti, assicuravano pari opportunità per tutti e permettevano la nascita di
nuove attività in grado di applicare le scoperte tecnologiche. Non dovrebbe dunque stupire che sia stata
la società americana, e non quella messicana o peruviana, a far nascere un Thomas Edison, e che oggi
sia la Corea del Sud, e non quella del Nord, la patria di imprese tecnologicamente innovative come
Samsung e Hyundai.
Alla dimensione tecnologica sono intimamente legati l'istruzione, l'abilità e le competenze
professionali e il know-how della forza lavoro, acquisiti nelle scuole, in privato o attraverso il lavoro
stesso. Oggi siamo incredibilmente più produttivi di un secolo fa, non solo per via della tecnologia
incorporata nelle macchine, ma anche per il livello molto più alto di competenze possedute dalla forza
lavoro. Tutta la tecnologia del mondo sarebbe di scarsa utilità, senza lavoratori capaci di utilizzarla. Ma
competenze e istruzione rappresentano molto più che la possibilità di far funzionare le macchine. Sono
le conoscenze e le competenze dei lavoratori a generare il patrimonio scientifico sul quale si fonda il
nostro progresso, e a rendere possibile l'inserimento e l'uso delle tecnologie nei diversi settori
economici. Abbiamo osservato nel primo capitolo come parecchi innovatori dell'epoca della
rivoluzione industriale non fossero molto istruiti; le tecnologie del tempo erano però molto più semplici
di quelle moderne. Al giorno d'oggi, il progresso tecnologico ha reso indispensabile l'istruzione sia per
gli innovatori che per i lavoratori. Di qui l'importanza di istituzioni economiche che garantiscano
uguali condizioni di partenza. Gli Stati Uniti hanno generato, o attratto dal resto del mondo, persone
come Bill Gates, Steve Jobs, Sergey Brin, Larry Page e Jeff Bezos, e le centinaia di scienziati che
hanno fatto scoperte fondamentali in campi quali l'informatica, l'energia nucleare, le biotecnologie e
altri ancora. Si è potuto attingere a questo serbatoio di talenti perché negli Stati Uniti la maggior parte
degli adolescenti ha accesso a tutta l'istruzione che desidera, o che è capace di conseguire. Ora
immaginiamo una società diversa, per esempio il Congo o Haiti, dove un'ampia percentuale della
popolazione non possiede i mezzi per frequentare le scuole o, se c'è la possibilità, la qualità
dell'istruzione lascia a desiderare, dove gli insegnanti non si presentano in classe o, anche se lo fanno,
non ci sono libri.
La scarsa qualità dei sistemi scolastici nei paesi poveri è causata da istituzioni economiche che
non riescono a fornire ai genitori gli incentivi per dare un'istruzione ai figli, e da istituzioni politiche
che non riescono a fare in modo che il governo costruisca, finanzi e sostenga le scuole, assecondando i
desideri di genitori e ragazzi. Il prezzo pagato da questi paesi per il basso grado di istruzione dei propri
cittadini e la mancanza di mercati inclusivi è molto alto, e si traduce nello spreco di molti possibili
talenti. In questi paesi ci sono molti potenziali Bill Gates e forse uno o due Albert Einstein, che in
questo momento lavorano come contadini, poveri e senza istruzione, costretti a fare cose che non
desiderano o arruolati a forza nell'esercito, proprio perché non hanno mai avuto l'opportunità di
realizzare le proprie aspirazioni di vita.
La capacità delle istituzioni economiche di sfruttare il potenziale dei mercati inclusivi, stimolare
l'innovazione tecnologica, investire sulle persone e mettere a frutto il talento e le abilità di un gran
numero di individui è assolutamente decisiva per la crescita economica. Spiegare perché così tanti
sistemi economici falliscano nella realizzazione di questi semplici obiettivi è il tema centrale del libro.
Istituzioni politiche estrattive e inclusive
Tutte le istituzioni economiche hanno origine nella società. Quelle della Corea del Nord, per
esempio, furono imposte ai suoi abitanti dai comunisti che presero il potere negli anni quaranta, mentre
quelle dell'America Latina coloniale furono imposte dai conquistadores spagnoli. La Corea del Sud
sviluppò istituzioni economiche differenti dal Nord perché individui diversi, con interessi e obiettivi
diversi, presero le decisioni su come organizzare la società. In altre parole, la Corea del Sud aveva un
sistema politico diverso.
La politica è il processo attraverso cui la società sceglie le proprie regole di governo. La politica
pervade le istituzioni per la semplice ragione che, sebbene istituzioni di tipo inclusivo portino al
benessere economico di un paese, alcuni individui o gruppi - come l'élite del Partito comunista in
Corea del Nord o i piantatori di canna da zucchero nella Barbados coloniale - traggono molti più
vantaggi da istituzioni di tipo estrattivo. Quando si crea un conflitto sulla struttura istituzionale, l'esito
dipende da quali individui o gruppi escono vincitori dall'arena politica; dunque chi può contare su
maggiori sostegni ottiene più risorse e stringe alleanze politiche più efficaci. In sintesi, la vittoria
dipende dalla distribuzione del potere politico nella società.
Le istituzioni politiche di una società sono tra i fattori chiave nel condizionare il risultato di
questa partita. Si tratta delle regole che presiedono alla struttura degli incentivi nell'ambito politico.
Determinano come viene scelto il governo e la distribuzione di poteri e competenze all'interno dello
stato. Le istituzioni politiche stabiliscono chi detiene il potere nella società e per quali fini questo può
essere utilizzato. Se il potere è concentrato e privo di limiti, allora le istituzioni politiche sono di tipo
assolutista, sull'esempio delle monarchie assolute che hanno governato gran parte del mondo per tutta
la sua storia. In un contesto di istituzioni politiche assolutiste, come quelle della Corea del Nord e
dell'America Latina coloniale, chi governa ha la possibilità di costruire istituzioni economiche che lo
arricchiscano e aumentino il suo potere a spese della società. Nel caso opposto, le istituzioni politiche
che distribuiscono in modo più ampio il potere nella società e lo sottomettono a precise regole sono di
tipo pluralista. Invece di essere concentrato in un singolo individuo o in un gruppo ristretto, il potere
politico è gestito da un'ampia coalizione o da molteplici gruppi.
Ovviamente c'è una stretta connessione tra pluralismo e istituzioni economiche inclusive. Ma
per capire perché Corea del Sud e Stati Uniti abbiano questo tipo di istituzioni non è sufficiente
indicare il carattere pluralista dei loro sistemi politici; occorre considerare anche che si tratta di stati
sufficientemente forti e centralizzati. Un esempio eloquente in senso contrario è quello della Somalia,
in Africa orientale. Come vedremo in seguito, il potere politico in Somalia è da lungo tempo
ampiamente distribuito, in un modo che potremmo quasi definire pluralista. Non c'è nessuna autorità
reale che possa controllare o sanzionare alcun comportamento. Il potere di ciascun clan è limitato solo
dalle armi degli altri. Questa forma di distribuzione del potere non conduce a istituzioni inclusive ma al
caos, e la radice di tutto ciò è la mancanza di qualsivoglia centralizzazione politica e amministrativa
dello stato somalo, oltre alla sua incapacità di garantire un livello anche minimo di legalità e ordine in
difesa dell'attività economica, del commercio o perfino della sicurezza dei cittadini.
Max Weber, che abbiamo incontrato nel capitolo precedente, ha coniato la più celebre e
largamente condivisa definizione dello stato, identificandolo con il "monopolio dell'uso legittimo della
forza" in una determinata società. Senza un tale monopolio e il grado di centralizzazione che esso
implica, lo stato non può agire come garante del diritto e dell'ordine, né tantomeno fornire servizi
pubblici o regolamentare l'attività economica. Quando uno stato è incapace di mantenere un grado
minimo di centralizzazione politica, la società sprofonda presto o tardi nel caos, come è successo in
Somalia.
Definiremo inclusivi i sistemi istituzionali sufficientemente centralizzati e al contempo
pluralisti. Quando una di queste due condizioni viene meno, parleremo invece di sistemi istituzionali
estrattivi.
Esiste una grande sinergia tra istituzioni politiche ed economiche. I sistemi politici di tipo
estrattivo concentrano il potere nelle mani di una ristretta cerchia e pongono pochi limiti all'esercizio
del potere stesso. Spesso le istituzioni economiche sono concepite da questa élite per estrarre risorse dal
resto della società. Le istituzioni economiche estrattive sono dunque il naturale complemento di tali
sistemi politici, che affidano loro la propria sopravvivenza. Istituzioni politiche di tipo inclusivo,
distribuendo più ampiamente il potere, tenderebbero a sradicare le istituzioni economiche che
espropriano la maggioranza della popolazione delle sue risorse, pongono barriere all'ingresso nei
mercati e ne distorcono il funzionamento a beneficio di pochi.
A Barbados, per esempio, il sistema delle piantagioni basato sulla schiavitù non poteva
sopravvivere senza le istituzioni politiche che opprimevano gli schiavi, escludendoli completamente dal
processo politico. Allo stesso modo, il sistema economico che rende poveri milioni di nordcoreani a
beneficio della ristretta cerchia del Partito comunista sarebbe impensabile senza il totale dominio
politico esercitato dal partito stesso.
Questo doppio binario tra istituzioni economiche e politiche estrattive crea un grave circolo
vizioso: le istituzioni politiche consentono all'élite al potere di forgiare le istituzioni economiche con
pochi limiti e quasi senza opposizione, e allo stesso tempo di determinare l'evoluzione futura del
sistema politico-istituzionale. L'azione di istituzioni economiche estrattive arricchisce a sua volta
l'élite, che può consolidare il suo predominio politico proprio grazie all'uso del potere economico e
delle risorse di cui dispone. A Barbados e in America Latina, per esempio, i coloni furono in grado di
utilizzare il proprio potere politico per imporre un insieme di istituzioni economiche che consentì loro
di accumulare gigantesche fortune a spese di tutti gli altri individui. Le risorse economiche così
ottenute permisero alle élite di creare eserciti e apparati di sicurezza per difendere il loro monopolio
assoluto sul potere politico. Ciò che questi esempi esprimono è ovviamente che le istituzioni politiche
ed economiche di tipo estrattivo si sostengono le une con la altre e tendono a mantenersi nel tempo.
In merito a questo profondo legame, c'è poi da aggiungere che, quando in un sistema
istituzionale di tipo estrattivo le élite vengono sfidate e sconfitte da nuovi attori, questi possono godere
della stessa ampia libertà d'azione dei loro predecessori. Saranno così incentivati a mantenere le
medesime istituzioni politiche e a creare istituzioni economiche dello stesso tipo, come fecero Porfirio
Díaz e la sua cerchia nel Messico di fine XIX secolo.
Le istituzioni economiche inclusive, al contrario, prendono forma da istituzioni politiche
parimenti inclusive, che ripartiscono ampiamente il potere nella società e ne limitano l'uso arbitrario.
Inoltre, queste istituzioni politiche rendono più difficile per chiunque impadronirsi del potere e minare
le fondamenta del sistema inclusivo. Coloro che detengono il potere politico hanno minori possibilità di
abusarne per creare istituzioni economiche estrattive che li arricchiscano. Le istituzioni economiche
inclusive, a loro volta, danno luogo a una distribuzione più equa delle risorse, rendendo più stabili le
istituzioni politiche inclusive.
Non fu una coincidenza che, quando nel 1618 la Virginia Company - che in precedenza aveva
cercato di imporre un regime di lavoro forzato - distribuì la terra ai coloni e li liberò dai loro contratti
capestro, nel giro di un anno si giunse alla concessione, da parte dell'Assemblea generale, di diritti di
autogoverno ai coloni stessi. Senza diritti politici, i diritti economici non avrebbero rappresentato una
garanzia sufficiente per i coloni, che avevano assistito ai continui sforzi della Virginia Company per
imporsi su di loro. Né la concessione di questi diritti sarebbe stata stabile e duratura, dal momento che
la coesistenza di istituzioni inclusive ed estrattive è tendenzialmente precaria. Come suggerisce il caso
di Barbados, le istituzioni economiche estrattive faticano a sopravvivere a lungo, in presenza di
istituzioni politiche inclusive.
Allo stesso modo, istituzioni economiche di tipo inclusivo non rappresentano la condizione
adatta a sostenere un regime politico estrattivo - e viceversa. O saranno piegate agli interessi ristretti
dell'élite al potere, o, in alternativa, il dinamismo economico che promuovono potrà destabilizzare le
istituzioni politiche estrattive, inducendo una loro trasformazione in senso più inclusivo. Le istituzioni
economiche inclusive tendono anche a ridurre i privilegi di cui godono le élite grazie al controllo del
regime politico estrattivo, poiché le obbligano a confrontarsi con l'esistenza di mercati competitivi e ad
agire entro i limiti di un sistema di contratti e diritti di proprietà diffuso nella società.
Perché non scegliere la prosperità?
Le istituzioni politiche ed economiche, che sono in ultima analisi il prodotto delle scelte di una
società, possono essere di tipo inclusivo e assecondare la crescita economica, o viceversa di tipo
estrattivo e ostacolarla. Le nazioni falliscono quando hanno istituzioni economiche estrattive sostenute
da istituzioni politiche dello stesso genere, che ne intralciano la crescita economica o la impediscono
del tutto. Pertanto, la scelta delle istituzioni - che concerne la politica - è un elemento cruciale nel
nostro sforzo di comprendere le cause dei successi e dei fallimenti dei paesi. Dobbiamo chiarire perché
in alcune società i processi politici generano istituzioni inclusive che incoraggiano la crescita
economica, mentre nella grande maggioranza dei casi - oggi come in passato - favoriscono lo sviluppo
di istituzioni estrattive che le sono avverse.
Potrebbe sembrare logico che tutti abbiano interesse alla creazione di istituzioni economiche
che portano benessere. Non è forse nell'interesse di ciascun cittadino, di ciascun politico o addirittura
di un rapace dittatore, rendere il proprio paese il più ricco possibile?
Torniamo al regno del Congo, del cui caso abbiamo discusso in precedenza. Nonostante fosse
scomparso nel XVII secolo, il regno diede il nome al paese sottrattosi al dominio coloniale belga nel
1960. Come stato indipendente, sotto il regime di Joseph Mobutu il Congo, poi ribattezzato Zaire,
sperimentò, tra il 1965 e il 1997, una fase di declino economico quasi ininterrotto e di crescente
povertà. Questa decadenza continuò anche dopo che il presidente fu spodestato da Laurent Kabila.
Mobutu creò un sistema di istituzioni altamente estrattive. I cittadini si impoverivano, ma Mobutu e i
membri dell'élite che lo circondava, conosciuti come Les Grosses Légumes (I Verduroni), divennero
incredibilmente ricchi. Nella sua città natale, Gbadolite, nel Nord del paese, Mobutu si fece costruire
un palazzo dotato di un aeroporto così grande da permettere l'atterraggio di un jet Concorde, un tipo di
aeroplano che affittava spesso da Air France per i viaggi in Europa. Qui comprò dei castelli e divenne
proprietario di interi quartieri di Bruxelles.
Non sarebbe stato meglio, per Mobutu, creare istituzioni economiche che arricchissero gli
abitanti del Congo invece di aumentarne la povertà? Se Mobutu avesse favorito il benessere del suo
paese, non sarebbe forse riuscito ad appropriarsi di una quantità ancora maggiore di denaro, a comprare
un Concorde invece di affittarlo, ad accumulare più castelli e palazzi, a mantenere un esercito più
grande e potente? Sfortunatamente per i cittadini di molti paesi del mondo, la risposta è no. Le
istituzioni economiche che incentivano lo sviluppo possono infatti redistribuire sia il reddito che il
potere, al punto che gli interessi di dittatori rapaci e altri potenti ne possono uscire danneggiati.
Il problema fondamentale è che divergenze e conflitti sulle istituzioni economiche sono
inevitabili. Istituzioni diverse producono effetti diversi sulla prosperità di una nazione, sulla sua
distribuzione e sulle modalità di accesso al potere. La crescita economica crea vincitori e vinti. Lo si
può chiaramente osservare nella rivoluzione industriale in Inghilterra, l'evento che pose le basi del
benessere che oggi caratterizza i paesi più ricchi del mondo. La rivoluzione industriale scaturì da una
serie di tecnologie innovative nel campo dei motori a vapore, dei trasporti e della produzione tessile.
Anche se la meccanizzazione portò un'incredibile crescita del reddito complessivo, e costituì, di fatto,
la base della moderna società industriale, molti vi si opposero duramente. Non tanto per ignoranza o
miopia, ma piuttosto il contrario. Questa contrapposizione alla crescita economica ha purtroppo una sua
coerenza logica. La crescita e il cambiamento tecnologico sono accompagnati da ciò che il grande
economista Joseph Schumpeter definì "distruzione creatrice". Una nuova realtà si impone sulla
vecchia; nuovi settori attraggono risorse che prima erano impiegate in altre attività, nuove imprese
sottraggono quote di mercato a quelle già esistenti; nuove tecnologie rendono obsoleti i macchinari e le
competenze già disponibili. Il processo di crescita economica e le istituzioni economiche inclusive sulle
quali si fonda selezionano, assieme ai vincitori, anche i vinti, nell'arena politica come sul mercato. La
paura degli effetti della distruzione creatrice è spesso alla radice dell'opposizione a istituzioni politiche
ed economiche di tipo inclusivo.
La storia europea ci offre un nitido esempio delle conseguenze della distruzione creatrice. Nel
XVIII secolo, alla vigilia della rivoluzione industriale, i governi di quasi tutti i paesi europei erano
controllati dalla nobiltà e dalle élite tradizionali, la cui maggior fonte di reddito era rappresentata dalla
proprietà terriera o da privilegi commerciali, di cui godevano grazie ai monopoli e alle tutele dalla
concorrenza garantiti loro dai sovrani. Seguendo il modello della distruzione creatrice, la diffusione di
industrie, fabbriche e centri urbani sottrasse risorse al settore agricolo, ridusse la rendita fondiaria e
aumentò i salari che i proprietari terrieri dovevano pagare ai propri lavoratori. L'emergere di nuovi
uomini d'affari e commercianti erodeva i monopoli dell'aristocrazia. Nel complesso, le vecchie élite
furono chiaramente gli sconfitti dell'industrializzazione. L'urbanizzazione e ascesa della classe media e
di quella operaia, consapevoli del loro nuovo ruolo sociale, misero in discussione il monopolio
dell'aristocrazia terriera sulla politica. Con lo scoppio della rivoluzione industriale, dunque, la nobiltà
fu sconfitta in campo economico, ma rischiava anche la fine del controllo esercitato sul potere politico.
Davanti alla minaccia portata al proprio status, le vecchie élite spesso diedero vita a un'agguerrita
opposizione al processo di industrializzazione.
L'aristocrazia non fu l'unica vittima dell'industrializzazione. Anche gli artigiani, la cui abilità
manuale veniva progressivamente sostituita dalla meccanizzazione, contrastarono la diffusione
dell'industria. Molti lo fecero in modo organizzato, provocando rivolte e distruggendo le macchine che
consideravano responsabili del peggioramento delle loro condizioni. Si tratta dei "luddisti", termine
che è oggi divenuto sinonimo di opposizione al progresso tecnologico. Nel 1753, i luddisti bruciarono
la casa di John Kay, l'inglese che nel 1733 aveva inventato la "spoletta volante", un congegno per la
tessitura automatica. James Hargreaves, ideatore della "giannetta", una rivoluzionaria macchina
filatrice, complementare all'invenzione di Kay, ricevette un trattamento simile.
Tuttavia, gli artigiani furono molto meno efficaci dei proprietari terrieri e dell'élite
nell'ostacolare l'industrializzazione. I luddisti non avevano il potere politico - cioè la possibilità di
imporre scelte politiche contro la volontà di altri gruppi - di cui disponeva invece l'aristocrazia terriera.
In Inghilterra, l'industrializzazione avanzò a ritmo sostenuto, nonostante l'azione di contrasto dei
luddisti, perché l'opposizione della nobiltà, che pure esisteva, fu piuttosto tenue. Nell'Impero
austro-ungarico e in quello russo, dove i sovrani assoluti e le aristocrazie avevano molto più da perdere,
l'industrializzazione fu efficacemente ostacolata. L'economia dei due imperi, di conseguenza,
attraversò una lunga fase di stallo, restando indietro rispetto a quella di altri paesi europei, dove la
crescita decollò per tutto il XIX secolo.
Al di là dei successi e dei fallimenti di particolari categorie sociali, la lezione è chiara: i gruppi
più influenti spesso si oppongono al progresso economico e alle istituzioni che rappresentano i motori
della prosperità. La crescita economica non nasce semplicemente dall'introduzione di macchinari
migliori e più numerosi o dall'aumento del livello di istruzione dei lavoratori; si tratta di un processo
destabilizzante, che porta cambiamenti radicali e si associa a fenomeni di distruzione creatrice. La
crescita dunque si realizza quando non è arrestata dagli economic losers (sconfitti economici), coloro
che temono di perdere i loro privilegi economici, e dai political losers (sconfitti politici), coloro
temono di perdere la loro influenza sul sistema politico.
Il conflitto per risorse scarse, come ricchezza e potere, si traduce in conflitto sulle regole del
gioco, sulle istituzioni che condizioneranno l'attività economica e ne selezioneranno i vincitori. Si ha
un conflitto quando i desideri delle parti in causa non possono essere contemporaneamente realizzati.
Alcuni risulteranno sconfitti, e le loro speranze deluse; altri riusciranno a ottenere l'esito sperato.
L'identità dei vincitori di questa contrapposizione ha implicazioni decisive per la parabola economica
di un paese. Se a prevalere saranno i gruppi che si oppongono alla crescita, essi riusciranno a fermare lo
sviluppo e l'economia resterà stagnante.
Nella scelta del sistema politico, le classi dominanti seguono la stessa logica che spesso le
spinge a contrastare l'introduzione di istituzioni economiche favorevoli alla crescita. In un regime
assolutista, le élite hanno il potere di modellare le istituzioni economiche come preferiscono. Saranno
dunque interessate a cambiare le istituzioni politiche per farle diventare più pluraliste? La risposta è in
genere negativa, per il semplice fatto che questo ne indebolirebbe il potere politico, rendendo loro più
difficile, se non impossibile, intervenire sulle istituzioni economiche per favorire i propri interessi.
Ancora una volta siamo di fronte a una fonte di conflitti. Chi è danneggiato dall'esistenza di istituzioni
economiche estrattive non può sperare che dei governanti assolutisti avviino volontariamente una
riforma delle istituzioni politiche, redistribuendo il potere nella società. L'unico modo di trasformarle è
costringere l'élite a creare istituzioni più pluraliste.
Così come non c'è ragione per cui le istituzioni politiche debbano automaticamente diventare
più pluraliste, allo stesso modo non esiste una tendenza naturale alla centralizzazione politica.
Certamente si possono individuare incentivi all'affermazione di istituzioni statali più centralizzate in
ogni società, e in particolare in quelle in cui il grado di centralizzazione è pressoché inesistente. Se in
Somalia, per esempio, un particolare clan creasse uno stato centralizzato in grado di imporre l'ordine
nel paese, ciò potrebbe portare benefici economici e rendere lo stesso clan più ricco. Che cosa lo
impedisce? La principale barriera al processo di centralizzazione politica è rappresentata, ancora una
volta, da una forma di paura del cambiamento: qualsiasi clan, gruppo o uomo politico che tentasse di
costituire un'autorità statale centralizzata concentrerebbe il potere nelle proprie mani, il che
probabilmente scatenerebbe la reazione di altri clan, gruppi e individui, i political losers di questo
processo. La mancanza di centralizzazione politica non solo equivale all'assenza di leggi e tutele
dell'ordine in gran parte del territorio; determina anche le condizioni per l'esistenza di numerosi attori
dotati di potere sufficiente a esercitare un diritto di veto. Il timore di una loro opposizione o reazione
violenta spesso basterà a scoraggiare chi vorrebbe promuovere un processo di concentrazione politica e
amministrativa. Una simile dinamica potrebbe innescarsi solo nel momento in cui un gruppo acquisisca
una posizione di forza relativa rispetto agli altri, tale da rendere possibile la costruzione di uno stato. In
Somalia, il potere di ogni clan è bilanciato da quello degli altri, e nessuno di loro può imporre la sua
volontà sugli altri. Pertanto, l'assenza di centralizzazione politica si fa cronica.
La lunga agonia del Congo
Pochi casi storici esemplificano i fattori che rendono la prosperità economica così rara in
presenza di sistemi istituzionali estrattivi - e lo stretto rapporto che lega istituzioni economiche e
politiche di questo tipo - meglio delle drammatiche vicende del Congo. I viaggiatori portoghesi e
olandesi che visitarono il regno del Congo nel XV e XVI secolo sottolineavano la "grandissima
miseria" diffusa nel paese. Il livello tecnologico era antiquato per gli standard europei: mancavano la
scrittura, la ruota e l'aratro. La ragione di questa povertà e della riluttanza dei contadini congolesi a
adottare tecnologie migliori, anche quando diventarono disponibili, risulta chiaramente dai documenti
storici pervenuti, ed è rintracciabile nella natura estrattiva delle istituzioni economiche del paese.
Come abbiamo visto, il regno del Congo era governato da un re residente a Mbanza, in seguito
ribattezzata São Salvador. Le aree più lontane dalla capitale erano amministrate da una élite, i cui
membri rivestivano la funzione di governatori nelle varie regioni del regno. La classe dominante
doveva la sua ricchezza alle piantagioni coltivate da schiavi nella regione di São Salvador e alle tasse
raccolte nel resto del paese. La schiavitù era un elemento fondamentale per l'economia, a cui
ricorrevano sia le classi dominanti per rifornire le proprie piantagioni, sia gli europei lungo la fascia
costiera. La tassazione era arbitraria; esisteva addirittura uno speciale tributo che veniva raccolto ogni
volta che il copricapo del re cadeva a terra. Per diventare più ricchi, i congolesi avrebbero dovuto
risparmiare e investire, per esempio comprando un aratro. Ma ciò sarebbe stato inutile, dato che
qualsiasi surplus ottenuto attraverso una tecnologia più avanzata sarebbe stato espropriato dal re e
dall'élite. Invece di investire per aumentare la produttività e vendere i loro prodotti, gli abitanti del
Congo tendevano a stabilire i loro villaggi lontano dai mercati, allo scopo di allontanarsi quanto più
possibile dalle strade, per evitare l'imposizione di tasse arbitrarie e sfuggire le rotte dei mercanti di
schiavi.
La povertà del Congo era quindi il frutto di istituzioni economiche estrattive, che impedivano
l'azione dei motori della prosperità e li indirizzavano sulla strada opposta. Il regno del Congo forniva
pochissimi servizi pubblici ai propri cittadini - e in realtà neanche quelli più basilari, come diritti di
proprietà certi o la garanzia dell'ordine pubblico. Al contrario, era lo stesso governo la minaccia più
grave per le proprietà e i diritti umani dei cittadini. L'istituzione della schiavitù faceva sì che il mercato
più importante, ovvero un mercato del lavoro inclusivo, dove gli individui possono scegliere la loro
occupazione attraverso dinamiche che sono assolutamente cruciali per la prosperità di un'economia,
fosse inesistente. Il commercio a lunga distanza e le attività mercantili erano per di più controllate dal
sovrano, che ne restringeva l'accesso alle persone a lui più vicine. Nonostante l'élite si fosse istruita
rapidamente, dopo l'introduzione della scrittura da parte dei portoghesi, il re non fece nessuno sforzo
per estendere l'alfabetizzazione al resto della popolazione.
Tuttavia, sebbene la "grandissima miseria" fosse diffusa ovunque, le istituzioni estrattive del
Congo avevano una loro logica ferrea nel rendere estremamente ricco il ristretto numero di persone che
deteneva il potere politico. Nel XVI secolo, il sovrano del Congo e la sua aristocrazia importavano beni
di lusso dall'Europa e vivevano circondati da servitori e schiavi.
Le basi delle istituzioni economiche congolesi poggiavano sulla struttura della distribuzione del
potere nella società, e in ultima analisi sulla natura delle istituzioni politiche. Non c'era niente che
impedisse al re di appropriarsi dei beni delle persone, o dei loro stessi corpi, se non la minaccia di una
rivolta. E nonostante la minaccia fosse reale, non lo era al punto da costituire una protezione per gli
individui e le loro proprietà. Le istituzioni politiche del regno del Congo erano decisamente assolutiste:
non ponevano limiti al potere del sovrano e dell'élite, e non permettevano ai cittadini di avere voce in
capitolo sul modo in cui la società era organizzata.
Naturalmente, non è difficile concludere che le istituzioni politiche del regno erano ben diverse
rispetto a quelle inclusive, che prevedono la limitazione e la diffusa distribuzione del potere. Le
istituzioni assolutiste del Congo erano tenute in vita dalla presenza delle forze armate. Verso la metà
del XVII secolo, il sovrano aveva a disposizione un esercito permanente di cinquemila soldati, con al
centro un contingente di cinquecento moschettieri: per i tempi, una temibile forza militare. Le ragioni
della pronta adozione delle armi da fuoco europee da parte del re e dell'aristocrazia sono dunque
piuttosto chiare.
All'interno di questa struttura di istituzioni economiche non c'era alcuna possibilità che si
avviasse una fase di prolungato sviluppo economico, e persino gli incentivi per una crescita
estemporanea erano fortemente limitati. Una riforma delle istituzioni economiche che tutelasse meglio i
diritti individuali di proprietà avrebbe reso più ricca la società congolese nel suo complesso, ma
difficilmente l'élite avrebbe potuto approfittare di questa maggiore prosperità. In primo luogo, tali
riforme avrebbero trasformato l'élite in un economic loser, minando le basi del benessere di cui godeva
grazie al commercio degli schiavi e al loro utilizzo nelle piantagioni. In secondo luogo, tali riforme si
sarebbero potute realizzare solo limitando il potere del sovrano e dell'élite. Se per esempio il re avesse
continuato ad avere cinquecento moschettieri alle sue strette dipendenze, chi poteva credere
all'annuncio dell'abolizione della schiavitù? Che cosa avrebbe impedito al sovrano di cambiare idea in
seguito? L'unica vera garanzia sarebbe stata una riforma delle istituzioni politiche che consegnasse ai
cittadini un potere autonomo, permettendo loro di esprimere la propria opinione sul sistema fiscale o
sul comportamento dei moschettieri. Ma in tal caso, si può dubitare che i cittadini avrebbero posto in
cima alle loro priorità la salvaguardia dello stile di vita del sovrano o il mantenimento dei suoi livelli di
spesa. In questo scenario, riforme volte a introdurre migliori istituzioni economiche nella società
avrebbero costituito per il sovrano e l'élite una sconfitta politica, oltre che economica.
Osservare la relazione reciproca fra istituzioni politiche ed economiche nel Congo di
cinquecento anni fa contribuisce a spiegare come mai il Congo sia tuttora un paese incredibilmente
povero. All'epoca della spasmodica "corsa all'Africa", l'imposizione del dominio europeo su
quest'area e sulla regione interna del bacino del fiume omonimo riuscì addirittura a peggiorare la
situazione di precarietà dei diritti umani e di proprietà che caratterizzava il regno del Congo prima della
colonizzazione. Inoltre, il nuovo sistema ricalcò quello precedente, con istituzioni estrattive e
assolutismo per garantire l'egemonia economica e politica di pochi, anche se ora i pochi erano i
colonizzatori belgi, in particolare re Leopoldo II.
Quando il Congo raggiunse l'indipendenza, nel 1960, la stessa struttura di istituzioni, incentivi e
performance economiche si riprodusse nuovamente. Le istituzioni economiche estrattive del Congo si
appoggiavano ancora una volta su un simile complesso di istituzioni politiche. Come se non bastasse, il
colonialismo europeo aveva creato un paese, il Congo, a partire da un gran numero di stati e società
precoloniali diversi, sui quali il nuovo stato, il cui governo risiedeva a Kinshasa, aveva un controllo
limitato. Malgrado il presidente Mobutu lo usasse per arricchire sé stesso e la sua cerchia - per esempio
attraverso il programma per la cosiddetta "zairizzazione" del 1973, che includeva l'esproprio di massa
delle attività economiche di proprietà straniera -, lo stato congolese era scarsamente centralizzato, ed
esercitava un'autorità ridotta su gran parte del territorio. Mobutu dovette chiedere assistenza militare
all'estero, per impedire la secessione delle province del Katanga e del Kasai negli anni sessanta. La
mancanza di centralizzazione politica, a un livello tale da configurare a volte il totale collasso dello
stato, è una caratteristica che accomuna il Congo a gran parte dell'Africa subsahariana.
La Repubblica Democratica del Congo è un paese povero perché ancora oggi i suoi cittadini
non godono dell'esistenza di istituzioni economiche che creino il benché minimo incentivo allo
sviluppo economico. Non sono la geografia, la cultura o l'ignoranza degli abitanti che mantengono il
Congo povero, ma le sue istituzioni economiche estrattive. Queste si sono riprodotte nei secoli, perché
il potere politico ha continuato a essere concentrato nelle mani di una ristretta élite, che ha scarsi
incentivi a tutelare i diritti di proprietà degli individui, a fornire i servizi pubblici basilari per migliorare
la qualità della loro vita o a incoraggiare lo sviluppo economico. Al contrario, è suo interesse
appropriarsi dei redditi prodotti e mantenere il potere. Un potere che non è indirizzato a costruire uno
stato centralizzato, perché farlo accenderebbe le stesse opposizioni e resistenze politiche che
nascerebbero da provvedimenti in favore della crescita economica. E, come in molti altri paesi
dell'Africa subsahariana, le lotte tra i vari gruppi determinati ad assicurarsi il controllo delle istituzioni
estrattive hanno distrutto ogni possibile tendenza alla centralizzazione del potere statale.
La storia del regno del Congo e dei suoi attuali eredi ci dà un'immagine nitida di come le
istituzioni politiche siano all'origine di quelle economiche e, attraverso queste ultime, della struttura
degli incentivi economici e delle opportunità di crescita. È inoltre una rappresentazione emblematica
del rapporto simbiotico tra l'assolutismo politico e le istituzioni economiche che arricchiscono e
concentrano il potere nelle mani di una minoranza a spese del resto della società.
La crescita economica con istituzioni politiche estrattive
Il Congo odierno, uno stato senza legge e con diritti di proprietà fortemente precari, è un
esempio estremo. Nella maggior parte dei casi, comunque, una tale situazione è disfunzionale anche
per gli interessi dell'élite, dato che azzera completamente il sistema degli incentivi economici e genera
poche risorse di cui impossessarsi. La tesi centrale di questo libro è che la crescita economica e il
benessere siano associati all'esistenza di istituzioni politiche ed economiche di tipo inclusivo, mentre
quelle di tipo estrattivo normalmente producono povertà e un sistema economico stagnante. Ciò non
implica, tuttavia, che le istituzioni estrattive non possano mai promuovere la crescita economica, o che
siano sempre uguali le une alle altre.
Ci sono due modi distinti, anche se complementari, in cui la crescita può avviarsi in un
ambiente caratterizzato da istituzioni politiche estrattive. Il primo può verificarsi quando l'élite
controlla settori economici ad alta produttività verso i quali è in grado di incanalare direttamente delle
risorse. Un esempio importante in tal senso sono i Caraibi tra il XVI e il XVIII secolo. La maggior
parte della popolazione era composta da schiavi, che lavoravano in condizioni spaventose e vivevano a
un livello appena superiore alla sussistenza; molti di loro morivano di malnutrizione e sfinimento. Nel
XVII e XVIII secolo, a Barbados, Cuba, Haiti e in Giamaica c'era una piccola minoranza, formata da
un'élite di proprietari di piantagioni, che controllava completamente il sistema politico e possedeva
tutti i beni disponibili, inclusi gli schiavi. Mentre la maggioranza della popolazione non aveva diritti, i
beni e le proprietà dei padroni delle piantagioni erano ben protetti. Nonostante le istituzioni
economiche estrattive sfruttassero in modo barbaro gran parte degli abitanti, queste isole erano tra i
posti più ricchi del mondo, poiché potevano produrre zucchero e venderlo sui mercati mondiali.
L'economia dei Caraibi iniziò a ristagnare solo quando si manifestò la necessità di passare a nuovi
settori produttivi, cosa che avrebbe minacciato sia le entrate che il potere politico dell'élite dei
proprietari di piantagioni.
Un altro esempio è espresso dalla crescita economica e dall'industrializzazione che si
verificarono in Unione Sovietica nell'arco di tempo che va dal primo piano quinquennale del 1928 fino
agli anni settanta. Le istituzioni politiche ed economiche erano altamente estrattive e i mercati
sottoposti a forti limitazioni. Ciononostante, l'Unione Sovietica fu in grado di realizzare un rapido
sviluppo economico perché l'apparato statale riuscì a utilizzare il proprio potere per spostare risorse
dall'agricoltura, dove erano usate in modo molto inefficiente, all'industria.
Il secondo tipo di crescita economica in presenza di istituzioni politiche estrattive avviene
quando queste permettono uno sviluppo almeno parziale di istituzioni economiche inclusive. Come
abbiamo visto, molte società caratterizzate da un regime politico estrattivo tenderanno a rifuggire
istituzioni economiche inclusive, per timore di avviare processi di distruzione creatrice. Ma il grado in
cui l'élite riesce a monopolizzare il potere varia di società in società. In alcuni contesti, la classe
dominante può sentirsi in una posizione sufficientemente solida da permettere una transizione verso
istituzioni economiche inclusive, che si ritiene non mettano in discussione il suo potere politico. In
alternativa, un regime politico estrattivo può aver ereditato dal passato istituzioni economiche inclusive
e decidere di mantenerle.
Il rapido processo di industrializzazione della Corea del Sud sotto il regime del generale Park è
esemplare, in questo senso. Park salì al potere con un colpo di stato nel 1961, ma ciò avvenne in una
società in cui il sostegno degli Stati Uniti era basilare, e in cui vigevano istituzioni economiche
sostanzialmente inclusive. Il regime di Park era autoritario, ma anche abbastanza stabile da potersi
impegnare sul fronte della crescita economica, obiettivo che in effetti fu perseguito in modo molto
attivo, forse grazie anche al fatto che il regime non era sorretto da un sistema di istituzioni economiche
estrattive. Diversamente dall'Unione Sovietica, e dagli altri casi in cui la crescita economica si è
coniugata con istituzioni estrattive, negli anni ottanta la Corea del Sud attuò una transizione da un
regime politico estrattivo a uno di tipo inclusivo. Un passaggio coronato da successo, realizzatosi
grazie alla convergenza di diversi fattori.
Negli anni settanta le istituzioni economiche della Corea del Sud erano ormai abbastanza
inclusive da far venir meno una delle principali motivazioni per il mantenimento di istituzioni politiche
estrattive: l'élite economica aveva poco da guadagnare dal proprio controllo diretto sul sistema politico,
o da un dominio dei militari. La distribuzione relativa del reddito in Corea del Sud indicava inoltre che
l'élite non doveva temere l'introduzione di un sistema pluralista e democratico. La decisiva influenza
degli Stati Uniti sul paese, in particolare se si considera la minaccia proveniente dalla Corea del Nord,
implicava infine che il forte movimento democratico contro la dittatura militare non avrebbe potuto
essere represso per molto tempo ancora. Nonostante l'assassinio del generale Park, nel 1979, fosse
stato seguito da un altro colpo di stato militare guidato dal suo successore Chun Doo-hwan, a partire
dal 1992 Roh Tae-woo intraprese un processo di riforme politiche che portò al consolidamento di una
democrazia pluralista. Di certo simili transizioni non si avviarono in Unione Sovietica. Di conseguenza,
quando la crescita industriale del paese perse di slancio, negli anni ottanta, l'economia iniziò a
collassare, per poi sgretolarsi nel decennio successivo.
Anche l'attuale crescita economica cinese ha diversi punti in comune con l'esperienza di Corea
del Sud e Unione Sovietica. Mentre le fasi iniziali della crescita furono trainate da radicali riforme di
mercato nel settore agricolo, quelle in campo industriale sono state molto più contenute. Ancora oggi lo
stato e il Partito comunista giocano un ruolo centrale nella scelta di quali settori e quali imprese
debbano svilupparsi e ricevere risorse finanziarie aggiuntive, determinandone successi e fallimenti.
Come l'Unione Sovietica nei suoi anni migliori, la Cina sta crescendo rapidamente, ma questo sviluppo
economico si realizza sotto l'egida dello stato e delle sue istituzioni estrattive, e i segnali di un
passaggio verso un regime politico inclusivo sono scarsi. Il fatto che le istituzioni economiche cinesi
siano ancora lontane da un modello pienamente inclusivo suggerisce inoltre che una transizione sulla
falsariga di quella avvenuta in Corea del Sud sia meno probabile, anche se certamente non impossibile.
È interessante notare come la centralizzazione sia l'elemento chiave per entrambi i paradigmi di
crescita con istituzioni politiche estrattive. Senza un certo grado di centralizzazione politica l'élite dei
proprietari di piantagioni a Barbados, Cuba, Haiti e in Giamaica non avrebbe potuto mantenere l'ordine
pubblico e difendere i suoi beni e le sue proprietà. Senza un ordinamento fortemente centralizzato e un
sicuro controllo sul potere politico, né l'élite militare della Corea del Sud né il Partito comunista cinese
avrebbero goduto della sicurezza necessaria per avviare importanti riforme economiche e nello stesso
tempo conservare la propria posizione dominante. Inoltre, lo stato sovietico e quello cinese non
avrebbero potuto controllare le attività economiche in modo da immettere risorse verso settori ad alta
produttività. Lo spartiacque tra vari tipi di istituzioni politiche estrattive è dunque rappresentato dal
loro grado di centralizzazione. Per i sistemi che ne sono privi, come quelli di molti paesi dell'Africa
subsahariana, sarà pressoché impossibile raggiungere una crescita anche modesta.
Benché le istituzioni estrattive possano generare una certa crescita, non sono di solito in grado
di avviare uno sviluppo economico duraturo, e certamente non una crescita che si accompagni a un
processo di distruzione creatrice. Quando sia le istituzioni politiche che quelle economiche sono
estrattive, non ci saranno incentivi sufficienti a stimolare il progresso tecnologico e un processo di
distruzione creatrice. Per un certo periodo lo stato può essere in grado di promuovere una rapida
crescita economica allocando risorse umane e materiali dall'alto, ma questo processo ha dei limiti
strutturali. Quando questi limiti vengono raggiunti, come accadde in Unione Sovietica negli anni
settanta, lo sviluppo economico si ferma. Anche se i russi riuscirono a realizzare una crescita veloce, in
gran parte dei settori produttivi il progresso tecnologico fu scarso, nonostante la concentrazione di
ingenti risorse nel comparto militare avesse consentito di sviluppare grandi innovazioni e, per un breve
periodo, addirittura di superare gli Stati Uniti nella corsa allo spazio e al nucleare. Ma questa crescita,
senza un processo di distruzione creatrice e una diffusione ampia delle innovazioni tecnologiche, non
era sostenibile e cessò bruscamente.
Oltretutto, gli equilibri alla base della crescita economica con istituzioni politiche estrattive
sono intrinsecamente fragili: possono venir meno o essere facilmente distrutti dalle lotte interne che
questo tipo di regime genera. Le istituzioni economiche e politiche estrattive determinano infatti una
tendenza generale al conflitto, dal momento che concentrano il potere e la ricchezza nelle mani di una
ristretta élite. Se un altro gruppo riesce a imporsi su questa élite, tramite la violenza o l'utilizzo di
un'accorta strategia, potrà godere i frutti economici e politici della nuova posizione dominante. Di
conseguenza, come dimostreremo nel quinto e nel sesto capitolo analizzando il crollo del tardo Impero
romano e delle città-stato maya, c'è sempre un conflitto latente per il controllo di uno stato onnipotente,
conflitto che periodicamente si intensifica portando alla crisi di tali regimi, alla guerra civile e, a volte,
al dissolvimento e al collasso dello stato stesso. Una delle implicazioni è che anche quando una società
governata da istituzioni estrattive realizza inizialmente una certa centralizzazione
politico-amministrativa, questa non durerà a lungo. Le lotte intestine per assumere il controllo delle
istituzioni estrattive portano spesso a guerre civili e al caos diffuso, aprendo la strada a una persistente
frammentazione del potere statale, come avvenuto in molti paesi dell'Africa subsahariana e in parte in
America Latina e Asia meridionale.
Infine, quando la crescita si realizza in paesi governati da istituzioni politiche estrattive, che
però ammettono l'esistenza di istituzioni economiche inclusive, come nel caso della Corea del Sud, c'è
sempre il pericolo che queste diventino più estrattive, frenando così la crescita. Con il tempo, coloro
che controllano il potere politico potrebbero trovare più conveniente usarlo per limitare la concorrenza,
per assicurarsi una fetta più grande della torta o addirittura per darsi al saccheggio dei beni altrui,
invece di sostenere lo sviluppo economico. Prima o poi la scarsa distribuzione del potere e della
possibilità di esercitarlo pregiudicherà le condizioni stesse della prosperità economica, a meno che le
istituzioni politiche non si trasformino, diventando inclusive.
4. Piccole differenze e congiunture critiche: il peso della storia
Il mondo creato dalla peste
Nel 1346, la peste bubbonica, la Peste nera o Morte nera, raggiunse la città portuale di Tana,
affacciata sul Mar Nero in corrispondenza della foce del fiume Don. Trasmessa dalle pulci dei ratti, la
peste era stata portata dalla Cina dai mercanti che percorrevano la Via della seta, la grande arteria
commerciale che attraversava l'Asia. Grazie ai mercanti genovesi, ben presto i ratti e le loro pulci
diffusero l'epidemia da Tana all'intero Mediterraneo. All'inizio del 1347 era giunta a Costantinopoli.
Nella primavera del 1348 si propagò attraverso la Francia e il Nordafrica, per raggiungere l'Italia.
L'epidemia cancellò metà della popolazione in ogni area colpita. Del suo arrivo nella città di Firenze ci
resta la testimonianza diretta dello scrittore Giovanni Boccaccio, che più tardi ricordò:
E in quella [contro l'epidemia] non valendo alcuno senno né umano provedimento (...)
orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare. E non come in
Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso era manifesto segno di inevitabile morte:
ma nascevano nel cominciamento d'essa a' maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto le
ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo (...)
e da questo appresso s'incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o
livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti (...). A
cura delle quali infermità né consiglio di medico né virtù di medicina alcuna pareva che valesse o
facesse profitto: (...) non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra 'l terzo giorno dalla
apparizione de' sopra detti segni (...) morivano.
Tutti in Inghilterra sapevano che l'epidemia stava arrivando, ed erano consapevoli della
tragedia incombente. A metà del mese di agosto del 1349, re Edoardo II chiese all'arcivescovo di
Canterbury di organizzare preghiere, e molti vescovi spedirono delle lettere ai parroci, perché le
leggessero nelle chiese con lo scopo di aiutare le persone ad affrontare la disgrazia che stava per
abbattersi su di loro. Ralph di Shrewsbury, vescovo di Bath, scrisse ai suoi parroci:
Dio onnipotente adopera il tuono, e il lampo, e altri colpi infligge dall'alto del suo trono per
castigare i figli che desidera redimere. Per questa ragione, essendo una catastrofica pestilenza giunta
dall'Oriente fino a un vicino regno, fortemente temiamo che, se non preghiamo incessantemente e in
modo devoto, una piaga simile allungherà il suo braccio mortifero su questo reame, abbattendo e
divorando i suoi abitanti. Dobbiamo dunque tutti accostarci alla presenza del Signore nella confessione,
e recitare salmi.
A nulla valsero queste raccomandazioni. Le peste colpì rapidamente, causando la morte di metà
della popolazione inglese. Catastrofi del genere possono avere un effetto enorme sulle istituzioni
sociali. Com'è forse comprensibile, diverse persone impazzirono. Boccaccio notò come molti
affermavano il bere assai e il godere e l'andar cantando a torno e sollazzando e il sodisfare
d'ogni cosa all'appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima
a tanto male (...); il che, in quelle [donne] che ne guerirono, fu forse di minore onestà, nel tempo che
succedette, cagione.
Eppure la peste ebbe un profondo impatto economico e politico sulle società del Medioevo
europeo.
Alla fine del XIV secolo la società europea era caratterizzata dall'ordinamento feudale emerso
per la prima volta dopo la caduta dell'Impero romano. Questo modello di organizzazione poggiava
sulla relazione gerarchica tra il sovrano e i nobili, che occupavano il secondo gradino di una piramide
sociale alla cui base c'erano i contadini. Il sovrano possedeva la terra, che distribuiva alla nobiltà per i
suoi servigi militari. I nobili a loro volta distribuivano la terra ai contadini, che in cambio dovevano
fornire loro lavoro gratuito ed erano soggetti a un gran numero di tasse e gabelle. I contadini, definiti
servi della gleba per via del loro status "servile", erano vincolati alla terra e impossibilitati a trasferirsi
altrove senza il permesso del loro signore, il quale non era solo il proprietario delle terre che
coltivavano, ma agiva anche da giudice, giuria e polizia. Si trattava di un sistema fortemente estrattivo,
in cui la ricchezza era trasferita verso l'alto dalla massa dei contadini alla minoranza dei nobili.
La grave scarsità di risorse umane creata dall'epidemia scosse le fondamenta del sistema
feudale, incoraggiando i contadini a chiedere cambiamenti. All'abbazia di Eynsham nell'Oxfordshire,
per esempio, i contadini rivendicarono una riduzione delle tasse e del lavoro gratuito. Ottennero ciò che
volevano in un nuovo contratto che cominciava affermando che: "Nel momento della pestilenza
mortifera, nell'anno 1349, restavano nei confini manoriali* solo due affittuari, che espressero
l'intenzione di trasferirsi altrove a meno che l'abate Nicholas di Upton, allora signore del territorio, non
concludesse un accordo con loro". Cosa che l'abate fece. Quanto accaduto a Eynsham si ripeté
dappertutto. I contadini iniziarono a liberarsi dall'obbligo di lavorare gratuitamente per il loro signore e
da molti altri ancora. I salari iniziarono a crescere. Il governo cercò di porre freno a questa tendenza e,
nel 1351, promulgò lo Statuto dei lavoratori, la cui introduzione recitava:
Giacché una grande parte del popolo e specialmente dei lavoratori e dei servi sono ora morti a
causa della pestilenza, alcuni fra questi, vedendo le difficoltà dei signori e la scarsità di servi, non sono
più disposti a lavorare se non in cambio di compensi eccessivi (...). Considerando i gravi disagi che
potrebbero derivare dalla mancanza di contadini e altri lavoratori, abbiamo (...) ritenuto di decretare:
che ogni uomo o donna nel Nostro Regno di Inghilterra (...) dovrà servire colui che ha ritenuto di
impiegare i suoi servigi; e gli sarà dovuto il solo salario o compenso che era costume pagare in ciascun
luogo nel ventesimo anno del Nostro Regno in Inghilterra [re Edoardo III salì al trono il 25 gennaio
1327, quindi l'anno di riferimento è il 1347] o nei cinque o sei anni precedenti questa data.
Attraverso lo Statuto si cercava di mantenere i salari al livello precedente la Peste nera.
Particolarmente preoccupante per l'élite inglese era il fenomeno dell'enticement (istigazione), ovvero il
tentativo da parte di un nobile di assicurarsi i servigi dei contadini sottoposti all'autorità di un altro
signore. La soluzione individuata fu la pena del carcere per coloro che lasciavano l'impiego senza
permesso:
E qualora contadino o bracciante, o altro manovale o servo di qualsiasi condizione impiegato a
servizio, abbandonasse la sua occupazione prima del tempo stabilito senza permesso o ragionevole
motivazione, egli sarà soggetto alla pena dell'imprigionamento, né sarà possibile per alcuno (...)
pagare o permettere che si paghi ad alcuno un salario maggiore di quanto previsto dai costumi cui si è
già fatto riferimento.
Il tentativo dello stato inglese di fermare la trasformazione delle istituzioni e la crescita dai
salari che si erano realizzate sulla scia della Peste nera non andò a buon fine. Nel 1381 scoppiò la
"rivolta dei contadini", e gli insorti, guidati da Wat Tyler, si impadronirono perfino di gran parte della
città di Londra. Benché poi fossero stati sconfitti, e Tyler condannato a morte, non vi furono altri
tentativi di imporre lo Statuto dei lavoratori. I rapporti di lavoro feudali sparirono gradualmente, e in
Inghilterra iniziò a emergere un mercato del lavoro di tipo inclusivo, con il conseguente aumento dei
salari.
Sembra che la peste abbia colpito la maggior parte del mondo di allora, uccidendo ovunque una
frazione simile della popolazione. Il suo impatto demografico fu quindi analogo tanto in Inghilterra e in
Europa occidentale, quanto in Europa orientale. Anche i fenomeni sociali ed economici che ne
derivarono erano gli stessi: una generale scarsità di forza lavoro e la richiesta di maggiori libertà da
parte degli individui. In Europa orientale, tuttavia, operava un fattore ancora più incisivo, di segno
opposto. La minore disponibilità di forza lavoro tendeva a tradursi in salari più alti e in un mercato del
lavoro più inclusivo. Ma questa tendenza incentivava ancor di più i nobili a conservare il carattere
estrattivo di tale mercato e la condizione servile dei contadini. Anche in Inghilterra c'erano stati
tentativi simili, ben riflessi nella promulgazione dello Statuto, ma i lavoratori avevano dimostrato un
potere sufficiente a rintuzzarli. Non fu così in Europa orientale. Dopo l'epidemia, i feudatari dell'Est
iniziarono ad acquisire ampie estensioni di terreni allargando le loro proprietà, già più vaste di quelle
della nobiltà dell'Europa occidentale. Le città erano più deboli e meno popolose e, invece di diventare
più liberi, i contadini al contrario videro erodersi ulteriormente i diritti di cui godevano.
Gli effetti di questo fenomeno presero a manifestarsi soprattutto dopo il 1500, quando in Europa
occidentale iniziò a crescere la domanda di prodotti agricoli, come grano e segale, e di bestiame
provenienti dall'Est. L'80 per cento della segale importata ad Amsterdam proveniva dalle valli fluviali
dell'Elba, della Vistola e dell'Oder. Ben presto il commercio con l'Europa orientale rappresentò la
metà degli scambi commerciali olandesi, allora in forte espansione. Di pari passo con l'espansione
dalla domanda delle regioni occidentali, i nobili dell'Est europeo consolidarono progressivamente il
loro controllo sulla forza lavoro per aumentare l'offerta. Un processo che è stato poi definito la
"seconda servitù della gleba", distinta e più drastica di quella sviluppatasi in origine nell'Alto
Medioevo. I feudatari aumentarono le tasse sui terreni dei loro affittuari, appropriandosi di metà della
produzione lorda. A Korczyn, in Polonia, nel 1533 tutto il lavoro svolto per il signore locale era pagato.
Nel 1600, più della metà del lavoro era forzato e gratuito. Nel 1500, i contadini del Meclemburgo erano
tenuti a lavorare gratuitamente solo per pochi giorni all'anno, ma nel 1550 si passò a un giorno alla
settimana, e nel 1600 a tre giorni. I figli dei servi dovevano lavorare senza retribuzione per il loro
signore per diversi anni. In Ungheria, i nobili affermarono il loro totale controllo sulla terra a partire dal
1514, imponendo per legge un giorno settimanale di lavoro gratuito; nel 1550 si giunse a due giorni ed
entro la fine del secolo a tre. I servi della gleba soggetti a questo regime rappresentavano allora il 90
per cento della popolazione rurale.
Sebbene nel 1346 ci fossero poche differenze tra Europa occidentale e orientale, in termini di
istituzioni politiche ed economiche, nel 1600 le due regioni erano diventate due mondi a parte. A
Ovest, i lavoratori erano liberi da doveri, tasse e leggi di natura feudale, e diventavano un elemento
chiave di un'economia di mercato in fase di forte sviluppo. Anche i lavoratori dell'Est facevano parte
dello stesso sistema economico, ma in veste di servi della gleba, produttori di cibo e altri beni agricoli
per soddisfare la domanda dell'Europa occidentale. Si trattava sempre di un'economia di mercato, ma
non di tipo inclusivo. Questa divergenza istituzionale nasceva da una situazione in cui il divario tra
regioni sembrava inizialmente molto ridotto: a Est, i feudatari erano leggermente meglio strutturati;
godevano di alcuni diritti in più e le loro proprietà terriere erano più grandi e coese. Le città erano più
fragili e i contadini meno organizzati. Erano differenze di poco conto, nel grande affresco della storia;
eppure, quando il sistema feudale fu scosso dalla Morte nera, questa piccola divergenza tra Est e Ovest
divenne cruciale per la vita delle popolazioni e per il successivo percorso di sviluppo istituzionale.
La Peste nera è un esempio significativo di congiuntura critica, ossia un evento o un complesso
di fattori che altera in modo radicale gli equilibri economici e politici di una società. Ogni congiuntura
critica è un'arma a doppio taglio, che può determinare drastici cambiamenti nella traiettoria di un
paese. Da un lato, come avvenuto in Inghilterra, può avviare un processo di rottura rispetto al ciclo di
istituzioni estrattive, che a sua volta permetterà a un sistema più inclusivo di emergere. Dall'altro, come
nel caso della seconda servitù della gleba nell'Europa orientale, può sfociare nel consolidamento di
istituzioni estrattive.
La comprensione di come la storia e le congiunture critiche diano forma alle istituzioni politiche
ci fornisce una teoria più completa sull'origine di povertà e prosperità. Inoltre, ci consente di spiegare
l'odierna geografia della disuguaglianza, e perché alcuni paesi, a differenza di altri, riescano a operare
una transizione verso istituzioni economiche e politiche di tipo inclusivo.
La nascita delle istituzioni inclusive
L'Inghilterra rappresentava un caso unico tra i paesi del mondo quando nel XVII secolo svoltò
verso un processo di duratura crescita economica. Queste grandi trasformazioni furono precedute da
una rivoluzione politica, che introdusse una serie di nuove istituzioni politiche ed economiche molto
più inclusive rispetto a qualsiasi società del passato; istituzioni che avrebbero avuto profonde
implicazioni non solo in termini di incentivi economici e di ricchezza, ma anche per il modo in cui i
benefici della prosperità sarebbero stati ripartiti. Questo sistema inclusivo non si fondava sul consenso,
ma era piuttosto il prodotto di un acuto conflitto tra gruppi che si contendevano il potere, contestando
l'autorità altrui e cercando di modellare la struttura istituzionale a proprio vantaggio. Il culmine di
questo conflitto istituzionale fu rappresentato, tra il XVI e il XVII secolo, da due eventi cruciali: la
guerra civile inglese tra il 1642 e il 1651 e soprattutto la Glorious Revolution.
La Glorious Revolution limitò le prerogative del sovrano e del potere esecutivo, e trasferì al
Parlamento la facoltà di modellare le istituzioni economiche. Nello stesso tempo aprì il sistema politico
alla partecipazione di un'ampia porzione della società, che da quel momento fu in grado di esercitare
un'influenza considerevole sul funzionamento dello stato. La Glorious Revolution, dando il via e
accelerando un processo di centralizzazione politica, costituì la base su cui costruire una società
pluralista. Per la prima volta nella storia, creò un sistema di istituzioni politiche inclusive.
Di conseguenza, le istituzioni economiche iniziarono a loro volta a diventare più inclusive.
Nell'Inghilterra dell'inizio del XVII secolo non esistevano né la schiavitù né le severe restrizioni
economiche del Medioevo feudale, tra cui la servitù della gleba. Tuttavia, c'erano ancora molti ostacoli
alla libertà di ciascuno di scegliere la propria occupazione. L'attività economica, a livello sia nazionale
che internazionale, era soffocata dai monopoli. Lo stato imponeva tasse in modo arbitrario e
manipolava il sistema giuridico. La maggior parte della terra sottostava a diritti di proprietà arcaici, che
rendevano impossibile venderla e rischioso investirvi.
Questa realtà cambiò con la Glorious Revolution. Il governo introdusse una serie di istituzioni
economiche che incentivavano l'investimento, il commercio e l'innovazione. Iniziò a proteggere in
modo convinto e risoluto i diritti di proprietà, inclusi i brevetti che garantivano tali diritti sulle
invenzioni, stimolando fortemente l'innovazione. Il governo si fece garante del diritto e dell'ordine.
Storicamente inedita fu inoltre l'applicazione delle leggi a tutti i cittadini. La tassazione arbitraria cessò
e i monopoli furono quasi del tutto aboliti. Lo stato inglese iniziò a promuovere aggressivamente le
attività mercantili e l'espansione dell'industria nazionale, attraverso la rimozione delle barriere
all'attività produttiva, ma anche dispiegando appieno il potere della marina per difendere gli interessi
commerciali. La razionalizzazione dei diritti di proprietà facilitò la costruzione di infrastrutture, in
particolare strade, canali e più tardi ferrovie, che si sarebbero dimostrate cruciali per lo sviluppo
industriale.
Queste misure fondamentali cambiarono in modo decisivo la struttura degli incentivi per le
persone e avviarono i motori della prosperità, aprendo la strada alla rivoluzione industriale. La prima e
più importante premessa fu la realizzazione di grandi progressi tecnologici, frutto del patrimonio di
saperi accumulatosi in Europa nei secoli precedenti. Si trattò di una svolta radicale rispetto al passato,
resa possibile dal metodo scientifico e dal talento di un certo numero di individui eccezionali. La forza
di questa rivoluzione derivò dall'esistenza di un mercato in grado di offrire opportunità di profitto per
lo sviluppo e l'applicazione della tecnologia. Fu il carattere inclusivo dei mercati a permettere agli
individui di utilizzare le loro capacità nelle occupazioni più appropriate. La rivoluzione poggiava
inoltre su conoscenze e competenze, dato che fu il grado di istruzione relativamente alto, almeno per gli
standard dell'epoca, a consentire l'emergere di imprenditori lungimiranti, capaci di impiegare le nuove
tecnologie nelle loro attività e di reclutare lavoratori con le abilità necessarie per utilizzarle.
Non è quindi una coincidenza che la rivoluzione industriale si sia avviata in Inghilterra qualche
decennio dopo la Glorious Revolution. Grandi inventori come James Watt (che perfezionò il motore a
vapore), Richard Trevithick (costruttore della prima locomotiva a vapore), Richard Arkwright (che
concepì il primo telaio meccanico automatico) e Isambard Kingdon Brunel (creatore di molti modelli
rivoluzionari di navi a vapore) riuscirono a cogliere le opportunità economiche generate dalle loro idee,
e poterono contare sul fatto che i loro diritti di proprietà sarebbero stati rispettati; avevano infine
accesso a mercati sui quali le loro innovazioni potevano essere vendute e utilizzate con profitto. Nel
1775, subito dopo aver ottenuto il rinnovo del brevetto sul suo motore a vapore, che aveva chiamato
"motore a fiamma", James Watt scrisse al padre:
Caro Padre,
dopo una serie di numerosi e tenaci ostacoli, ho infine ottenuto un atto del Parlamento che
assegna a me la proprietà e i diritti del motore a fiamma in tutta la Gran Bretagna e nelle piantagioni
per i prossimi venticinque anni, cosa che spero mi porterà grandi benefici, poiché già esiste una
considerevole domanda per questo macchinario.
La lettera rivela due aspetti. Per prima cosa, Watt era incoraggiato dalle opportunità di mercato
che poteva scorgere, e dalla "considerevole domanda" in Gran Bretagna e nelle piantagioni delle
colonie inglesi oltremare. Inoltre, la lettera dimostra come egli fosse in grado di esercitare un'influenza
sul Parlamento, che era attento alle richieste di individui e inventori, per ottenere ciò che voleva.
Il progresso tecnologico, gli stimoli alle imprese per l'espansione e gli investimenti e l'uso
efficiente di competenze e talenti erano resi possibili dalle istituzioni economiche inclusive che
l'Inghilterra aveva fatto proprie. Queste, a loro volta, si reggevano sulle istituzioni politiche inclusive
del paese.
L'Inghilterra sviluppò istituzioni inclusive per due motivi. Il primo era l'esistenza di particolari
istituzioni politiche, tra cui uno stato centralizzato, che consentirono al paese di compiere il successivo,
radicale passaggio - mai verificatosi prima - verso un sistema inclusivo con l'avvio della Glorious
Revolution. Questo elemento rendeva l'Inghilterra diversa da gran parte del mondo, ma non la
distingueva in modo significativo da altre nazioni dell'Europa occidentale, come Francia e Spagna.
Ancora più importante si rivelò il secondo motivo. Gli eventi che portarono alla Glorious Revolution
formarono un'ampia e potente coalizione capace di porre limiti permanenti al potere della monarchia e
del governo, i quali furono costretti ad accoglierne le richieste. Ciò pose le fondamenta delle istituzioni
politiche pluraliste che poi, a loro volta, permisero di sviluppare le istituzioni economiche decisive per
la rivoluzione industriale.
Piccole ma importanti differenze
La disuguaglianza globale aumentò in modo drammatico con la rivoluzione industriale inglese
(o britannica), perché solo alcune aree del mondo adottarono le innovazioni e le tecnologie sviluppate
da uomini come Arkwright, Watt e dai molti altri che li seguirono. La risposta di ciascun paese a questa
ondata di progresso tecnologico, che avrebbe determinato il loro destino economico lasciandoli nella
povertà o attivando una crescita duratura, dipese dalla traiettoria storica delle sue istituzioni. Alla metà
del XVIII secolo esistevano già notevoli differenze fra i sistemi politici ed economici dei vari paesi. Ma
da dove venivano queste differenze?
Le istituzioni politiche inglesi, a partire dal 1688, si erano incamminate verso un maggior
pluralismo, rispetto a quelle francesi o spagnole, ma se torniamo indietro di cent'anni, al 1588, le
differenze si riducono fin quasi a sparire. I tre paesi erano governati da monarchie assolute, con
Elisabetta I in Inghilterra, Filippo II in Spagna ed Enrico II in Francia. I sovrani si scontravano con
assemblee di cittadini - il Parlamento inglese, le Cortes in Spagna e gli Stati generali in Francia - che
domandavano più diritti e più limiti al potere monarchico. Queste assemblee avevano un raggio
d'azione e dei poteri abbastanza differenti. Al Parlamento inglese e alle Cortes, per esempio,
spettavano competenze in materia di tassazione, al contrario degli Stati generali. In Spagna ciò non
aveva grandi effetti, dato che dopo il 1492 la corona poteva beneficiare massicciamente dell'oro e
dell'argento del suo vasto impero americano. In Inghilterra la situazione era diversa. Elisabetta I era
molto meno indipendente dal punto di vista finanziario, perciò per imporre nuove tasse doveva
rivolgersi al Parlamento, che in cambio esigeva nuove concessioni, in particolare restrizioni al potere
del sovrano di creare monopoli. Gradualmente, questo conflitto fu vinto dal Parlamento, mentre in
Spagna le Cortes non riuscirono a fare lo stesso. Il commercio non era semplicemente monopolizzato;
era un monopolio diretto della corona spagnola.
Queste differenze, che all'inizio apparivano insignificanti, divennero molto importanti nel XVII
secolo. Sebbene le Americhe fossero state scoperte nel 1492 e Vasco da Gama avesse raggiunto l'India,
doppiando il Capo di Buona Speranza all'estremità meridionale dell'Africa, già nel 1498, fu solo dopo
il 1600 che si verificò un'enorme espansione del commercio mondiale, in particolare nell'area
atlantica. Nel 1585, fu fondata a Roanoke, nell'attuale Carolina del Nord, la prima colonia inglese in
Nordamerica. Nel 1600 fu creata la Compagnia inglese delle Indie orientali, seguita nel 1602 dalla sua
equivalente olandese. Nel 1607 la Virginia Company fondò la colonia inglese di Jamestown, ed entro
gli anni venti del secolo si concluse la colonizzazione dei Caraibi (Barbados fu occupata nel 1627).
Anche la Francia si stava espandendo nell'Atlantico: nel 1608 venne fondata la capitale della
Nouvelle-France, la Ville du Québec, l'odierna città di Québec, in Canada. Le conseguenze di questa
espansione economica sulle istituzioni francesi, spagnole e inglesi furono molto diverse, in virtù di
alcune piccole differenze iniziali.
Elisabetta I e i suoi successori non erano in grado di imporre monopoli sul commercio con le
Americhe, a differenza degli altri sovrani europei. Mentre in Inghilterra i commerci atlantici e la
colonizzazione iniziarono a creare un folto gruppo di ricchi mercanti, sostanzialmente indipendenti
dalla corona, in Francia e Spagna questo non avvenne. I commercianti inglesi, che mal sopportavano il
controllo monarchico, pretendevano riforme delle istituzioni politiche e una limitazione delle
prerogative reali. Essi giocarono un ruolo chiave nella guerra civile inglese e nella Glorious
Revolution. Conflitti simili si verificarono anche altrove; i re francesi, per esempio, dovettero
fronteggiare la ribellione della Fronda tra il 1648 e il 1652. La differenza risiedeva nel fatto che in
Inghilterra gli oppositori dell'assolutismo avevano più possibilità di vincere, perché erano più ricchi e
più numerosi che in Francia o Spagna.
I percorsi divergenti delle società inglese, francese e spagnola nel XVII secolo mostrano
l'importanza giocata da differenze relativamente piccole in presenza di una congiuntura critica.
Momenti nei quali un evento straordinario o il confluire di fattori diversi sgretola gli equilibri politici o
economici di un paese. Gli effetti possono limitarsi a un unico stato, come nel caso della morte del
presidente Mao Zedong nel 1976, che rappresentò una congiuntura critica, almeno inizialmente, per la
sola Cina. Spesso, tuttavia, le congiunture critiche condizionano un numero più ampio di società:
processi quali colonizzazione e decolonizzazione, per esempio, hanno coinvolto la maggior parte del
pianeta.
Sono punti di svolta importanti, perché i cambiamenti graduali si trovano ad affrontare ostacoli
formidabili, creati dall'intreccio tra istituzioni politiche ed economiche estrattive, e dal sostegno che le
une garantiscono alle altre. La ripetizione di questa dinamica retroattiva innesca un circolo vizioso:
coloro che si avvantaggiano dello status quo sono abbienti e ben organizzati, e possono combattere in
modo efficace contro le trasformazioni che mettono in discussione i loro privilegi economici e il loro
potere politico.
Quando si arriva a una congiuntura critica, sono le piccole ma importanti differenze a
contraddistinguere il sistema istituzionale. È la ragione per cui lievi discrepanze nell'architettura
istituzionale in Inghilterra, Francia e Spagna portarono a diverse traiettorie di sviluppo. Questi scenari
si aprirono grazie alla congiuntura critica generata dalle opportunità economiche che il commercio
atlantico offrì agli europei.
Sebbene durante le congiunture critiche le differenze più lievi contino parecchio, naturalmente
non tutte le differenze istituzionali sono piccole, e quelle più grandi hanno effetti ancora maggiori,
originando traiettorie ancora più divergenti. Mentre le differenze tra Inghilterra e Francia erano poche,
nel 1588, quelle tra Europa occidentale e orientale erano molto più pronunciate. A Ovest, forti stati
centralizzati come Inghilterra, Francia e Spagna conoscevano forme embrionali di istituzioni
costituzionali (rispettivamente il Parlamento, gli Stati generali e le Cortes). Anche le istituzioni
economiche condividevano alcuni tratti fondamentali, come l'assenza della servitù della gleba.
In Europa orientale le cose andavano in modo completamente diverso. La Confederazione
polacco-lituana, per esempio, era governata da una élite di nobili chiamata szlachta, così potente da
riuscire a introdurre un sistema elettivo per la scelta dei sovrani. La monarchia del paese non era
assoluta come quella francese sotto Luigi XIV, il Re Sole, ma c'erano una élite assolutista e istituzioni
politiche altrettanto estrattive. La szlachta governava una società prevalentemente rurale, composta
perlopiù da servi della gleba, che non avevano libertà di circolazione né altre opportunità economiche.
Ancora più a est, l'imperatore russo Pietro il Grande stava instaurando un sistema assolutista ben più
ferreo ed estrattivo di quello che Luigi XIV era riuscito a creare.
Cartina 8. Servitù della gleba nell'Europa del 1800.
La cartina 8 ci dà un'immagine immediata della misura delle divergenze tra Europa occidentale
e orientale all'inizio del XIX secolo, illustrando in quali paesi, nel 1800, la servitù della gleba fosse
ancora presente (in grigio scuro) e in quali no (grigio chiaro). L'Europa orientale è scura, l'Europa
occidentale chiara.
Le istituzioni dell'Europa occidentale non erano sempre state così diverse rispetto alla parte
orientale del continente. Come abbiamo già visto, iniziarono a divergere quando nel XIV secolo la
Morte nera colpì l'Europa. Prima di allora, c'erano solo differenze minime tra le rispettive istituzioni
politiche ed economiche. L'Inghilterra e l'Ungheria erano perfino governate da membri della stessa
famiglia, gli Angioini. Le maggiori divergenze istituzionali emerse dopo l'epidemia di peste crearono il
contesto entro cui Est e Ovest avrebbero preso strade diverse nel XVII, XVIII e XIX secolo.
Ma dove nacquero le lievi differenze istituzionali che stimolarono questo processo di
divergenza? Perché nel XIV secolo l'Europa orientale aveva istituzioni politiche ed economiche
diverse da quella occidentale? Perché l'equilibrio dei poteri fra monarchia e Parlamento in Inghilterra
era diverso rispetto a Francia e Spagna? Come vedremo nel prossimo capitolo, anche società molto
meno complesse di quelle moderne danno luogo a istituzioni politiche ed economiche capaci di
condizionare pesantemente la vita dei loro membri. Ciò è vero anche per i gruppi di
cacciatori-raccoglitori, come possiamo rilevare nelle società in cui questo modello è sopravvissuto fino
a oggi, come le popolazioni san nel Botswana, che non praticano l'agricoltura e non vivono in
insediamenti stabili.
Nessuna società ha istituzioni uguali alle altre; in ciascuna esistono diversi costumi, diritti di
proprietà e modi di dividere i frutti della caccia o il bottino sottratto ad altri gruppi. Alcune
attribuiscono un'autorità particolare agli anziani, altre no; alcune raggiungono presto un certo grado di
centralizzazione politica, a differenza di altre. Ogni società è costantemente attraversata da conflitti
economici e politici determinati dalla sua specificità storica, dall'azione degli individui o da fattori
contingenti.
Spesso queste differenze sono piccole all'inizio, ma poi tendono ad accumularsi, creando un
processo di divergenza istituzionale. Proprio come due gruppi di organismi isolati l'uno dall'altro
affrontano un lento processo di "deriva" (o divergenza) genetica, grazie all'accumularsi di mutazioni
casuali, così due società altrimenti simili differenzieranno lentamente le loro traiettorie istituzionali.
Come nella genetica, però, anche il processo di divergenza istituzionale non seguirà alcun percorso
predeterminato, e non sarà necessariamente cumulativo; nell'arco dei secoli potrà generare differenze
visibili e talvolta rilevanti. Queste differenze assumono una particolare importanza perché influenzano
il modo in cui la società reagisce ai cambiamenti economici o politici nelle congiunture critiche.
Il variegato quadro dei modelli di sviluppo economico nei paesi del mondo si fonda
sull'interazione reciproca fra congiunture critiche e divergenza istituzionale. Le istituzioni politiche ed
economiche esistenti - a volte plasmate da lunghi processi di differenziazione istituzionale e altre volte
dalle diverse reazioni a congiunture critiche precedenti - sono l'incudine su cui si forgeranno i
cambiamenti futuri. La Peste nera e l'espansione del commercio mondiale dopo il 1600 furono due
congiunture critiche per le potenze europee, che interagirono con i sistemi istituzionali allora esistenti
creando alcune fondamentali divergenze. Dato che nel 1346 i contadini dell'Europa occidentale
avevano più potere e autonomia di quelli dell'Europa orientale, la peste portò al crollo del sistema
feudale da una parte e alla seconda servitù della gleba dall'altra. Poiché Europa occidentale e orientale
iniziarono a differenziarsi nel XIV secolo, il sorgere di nuove opportunità economiche nel XVII, XVIII
e XIX secolo ebbe implicazioni diverse per le varie regioni del Vecchio continente. In Inghilterra, dove
nel 1600 l'autorità della monarchia era più debole che in Francia e Spagna, il commercio atlantico
spianò la strada alla nascita di nuove istituzioni maggiormente pluraliste; in Francia e Spagna lo stesso
fenomeno rafforzò i poteri del sovrano.
La natura contingente dei processi storici
L'effetto degli eventi di una congiuntura critica è dato dal peso della storia, dal momento che
sono le istituzioni politiche ed economiche esistenti a delineare l'equilibrio tra poteri e dunque
l'orizzonte delle possibilità politiche. Tale risultato, tuttavia, non è storicamente predeterminato, ma ha
invece una natura contingente. In questi periodi, la specifica traiettoria dello sviluppo istituzionale
dipende da quale fra le tante forze sarà in grado di imporsi, da quali gruppi riusciranno a formare
coalizioni efficaci, da quali leader si dimostreranno capaci di volgere gli eventi a proprio vantaggio.
Il ruolo della contingenza nella storia può essere esemplificato dalla nascita delle istituzioni
politiche inclusive in Inghilterra. Non solo non c'era niente di predeterminato nella vittoria dei gruppi
che, durante la Glorious Revolution del 1688, intendevano limitare il potere della corona e introdurre
istituzioni più pluraliste, ma tutte le tappe che portarono a questa rivoluzione politica erano state
fortemente influenzate da eventi contingenti. La vittoria dei gruppi che alla fine si imposero era
inesorabilmente legata alla congiuntura critica creata dall'espansione dei commerci atlantici, che aveva
arricchito e rinvigorito i commercianti oppositori della monarchia. Ma un secolo prima non era per
niente scontato che l'Inghilterra potesse in seguito dominare i mari, colonizzare vaste aree dei Caraibi e
del Nordamerica o giungere a controllare una parte così ampia del redditizio commercio con le
Americhe e l'Oriente. Fino ad allora, né Elisabetta I, né gli altri sovrani Tudor prima di lei avevano
promosso la creazione di una potente flotta sotto il loro esclusivo controllo. La marina inglese era
formata da navi corsare e mercantili indipendenti, ed era molto meno potente di quella spagnola. I
profitti derivanti dalle rotte atlantiche attrassero tuttavia questi vascelli corsari, che iniziarono a mettere
in discussione il monopolio spagnolo sull'oceano. Nel 1588, la Spagna decise di porre fine a questa
sfida, oltre che all'interferenza inglese nei Paesi Bassi spagnoli, che allora combattevano per
l'indipendenza dalla monarchia.
Re Filippo II inviò una potente flotta, l'"Armada", comandata dal duca di Medina Sidonia. A
molti l'esito sembrava scontato: gli spagnoli avrebbero sconfitto gli inglesi una volta per tutte,
consolidando il loro monopolio sull'Atlantico, e probabilmente sarebbero giunti a spodestare Elisabetta
I acquisendo il controllo sulle isole britanniche. Ma il risultato finale fu molto diverso. Le cattive
condizioni atmosferiche e alcuni errori strategici di Sidonia, cui era stato affidato il comando all'ultimo
momento, a causa della morte di un ammiraglio più esperto, annullarono il vantaggio di cui godeva
l'Armada spagnola. Contro ogni probabilità, gli inglesi distrussero gran parte della flotta dei loro più
potenti avversari. L'accesso alle acque dell'Atlantico fu da allora più facile per i britannici. Senza
l'improbabile vittoria, non si sarebbero mai realizzate le premesse per la successiva congiuntura critica
e per la nascita delle istituzioni decisamente pluraliste avvenuta in Inghilterra dopo il 1688.
Cartina 9. La rotta dell'Armada spagnola attorno alle isole britanniche.
La cartina 9 mostra il susseguirsi dei naufragi spagnoli verificatisi mentre l'Armada veniva
spinta attorno alle isole britanniche.
Certamente nessuno, nel 1588, poteva prevedere le conseguenze della fortunata vittoria inglese.
Probabilmente, pochi all'epoca compresero che un secolo dopo essa avrebbe creato una congiuntura
critica alla base di una importantissima rivoluzione politica.
Non ci si deve attendere che ogni congiuntura critica porti poi a una compiuta rivoluzione
politica o a cambiamenti positivi. La storia è piena di esempi di rivoluzioni e movimenti radicali che
hanno sostituito una tirannia con un'altra, una dinamica che il sociologo tedesco Robert Michels definì
"legge ferrea dell'oligarchia", e che costituisce una forma di circolo vizioso particolarmente pericolosa.
La fine del colonialismo nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale creò una congiuntura
critica per molte delle ex colonie. In gran parte dell'Africa subsahariana e in alcune aree dell'Asia,
tuttavia, i governi postcoloniali seguirono pagina per pagina il modello delineato dalle opere di
Michels, ripetendo e aggravando gli abusi dei loro predecessori; spesso restrinsero in modo drastico la
distribuzione del potere politico, smantellando i già scarsi limiti posti al governo e i pochi incentivi che
le istituzioni economiche offrivano all'investimento e allo sviluppo. Solo in pochi casi, come per
esempio in Botswana (si veda l'inizio del quattordicesimo capitolo), si approfittò della congiuntura
critica per innescare un processo di riforma politica ed economica che aprisse la strada alla crescita
economica.
Le congiunture critiche possono anche determinare un'evoluzione in senso estrattivo delle
istituzioni. Sebbene anche le istituzioni inclusive tendano a rinforzarsi progressivamente in un circolo
virtuoso, nulla toglie che questa dinamica possa invertirsi e che diventino gradualmente più estrattive
proprio per effetto di una congiuntura critica; e se ciò accade, dipende ancora una volta da ragioni
contingenti. La Serenissima Repubblica di Venezia, come vedremo nel sesto capitolo, compì durante il
Medioevo importanti passi avanti verso la creazione di istituzioni politiche ed economiche inclusive.
Tuttavia, mentre in Inghilterra le istituzioni inclusive si rafforzarono gradualmente dopo la Glorious
Revolution del 1688, a Venezia finirono per trasformarsi in istituzioni estrattive sotto il controllo di una
ristretta élite, che esercitava un monopolio sia sull'accesso al sistema economico, sia sul potere
politico.
Comprendere la geografia della disuguaglianza
L'emergere, nell'Inghilterra del XVIII secolo, di un'economia di mercato basata su istituzioni
inclusive e su una costante crescita economica si fece sentire in tutto il mondo, non da ultimo perché
consentì alla stessa Inghilterra di colonizzarne una buona parte. Ma se certamente l'influsso della
crescita inglese agì a livello globale, non fu così per quanto riguarda le istituzioni politiche ed
economiche che l'avevano promossa. La diffusione della rivoluzione industriale produsse esiti
differenti nel mondo, proprio come avevano avuto effetti diversi la Peste nera sull'Europa occidentale e
orientale, e l'espansione dei commerci atlantici su Inghilterra e Spagna. Furono le istituzioni in vigore
nelle diverse aree del mondo a determinarne l'impatto, e ciò che distingueva queste istituzioni derivava
a sua volta da differenze in origine trascurabili, ma diventate via via più significative per l'azione di
congiunture critiche precedenti. Questi divari istituzionali e le loro implicazioni si sono protratti
tendenzialmente fino a oggi, in parte a causa di circoli virtuosi e viziosi. Sono queste le chiavi per
capire come la sperequazione della ricchezza globale sia emersa e spiegare la geografia della
disuguaglianza.
Alcune aree del mondo svilupparono, anche se attraverso strade diverse, istituzioni molto simili
all'Inghilterra. Fu il caso, in particolare, di alcune colonie abitate da popolazioni di origine europea,
come Australia, Canada e Stati Uniti, nonostante le loro istituzioni fossero ancora in fase di formazione
all'avvio della rivoluzione industriale. Come abbiamo visto nel primo capitolo, il processo che iniziò
con la fondazione di Jamestown nel 1607 e culminò con la guerra di indipendenza e la promulgazione
della Costituzione americana è per molti versi analogo alla lunga lotta del Parlamento inglese contro la
monarchia, se si considera che questa portò alla creazione di uno stato centralizzato che adottò
istituzioni pluraliste. Dunque la rivoluzione industriale si diffuse in modo molto rapido a questi paesi.
L'Europa occidentale, che aveva attraversato molti dei medesimi processi storici, aveva
istituzioni simili a quelle britanniche al tempo della rivoluzione industriale. Esistevano piccole ma
importanti differenze tra l'Inghilterra e il continente, che spiegano perché la rivoluzione industriale
nacque in quel paese e non in Francia. L'industrializzazione creò una situazione radicalmente nuova,
ponendo un insieme di sfide inedite ai regimi europei; tutto ciò diede vita a una serie di conflitti, che
culminarono con la Rivoluzione francese. Tale evento rappresentò un'altra congiuntura critica, che
sancì la convergenza fra le istituzioni dell'Europa occidentale e dell'Inghilterra. Nel frattempo, le
differenze con l'Europa orientale si acuirono ulteriormente.
Il resto del mondo seguì altre traiettorie istituzionali. La colonizzazione europea creò le
premesse per la differenziazione tra le istituzioni dei vari stati del continente americano: in contrasto
con Stati Uniti e Canada, in America Latina si affermarono istituzioni estrattive, cosa che spiega la
struttura delle disuguaglianze nelle Americhe. Le istituzioni politiche ed economiche estrattive che
ebbero origine con i conquistadores spagnoli si sono dimostrate durature, condannando gran parte della
regione alla povertà. La performance di Argentina e Cile, tuttavia, è stata migliore rispetto a quasi tutti
gli altri paesi del continente. Scarsamente popolate di indigeni e dotate di esigue risorse minerarie,
queste aree furono ignorate dagli spagnoli, che si concentrarono invece sui territori in cui sorgevano le
civiltà azteca, maya e inca. Non è una coincidenza che la zona più povera dell'Argentina sia il Nordest,
l'unica regione a essere stata integrata nel sistema economico coloniale spagnolo, la cui lunga storia di
povertà - un lascito delle istituzioni estrattive - è simile a quella creata dalla mita di Potosí (ne
abbiamo parlato nel primo capitolo).
Tra le aree del mondo, l'Africa fu quella che presentava le istituzioni meno adatte ad
approfittare delle opportunità create dalla rivoluzione industriale. Per un periodo di almeno mille anni,
con l'eccezione di regioni limitate e per brevi periodi, l'Africa è rimasta alle spalle del resto del mondo
nel campo della tecnologia, della politica e della prosperità. Si tratta del continente in cui gli stati
centralizzati si sono formati più tardi, e in modo precario. Quando nascevano, di solito erano totalmente
assolutisti, come il regno del Congo, e spesso avevano vita breve. L'Africa condivide questa cronica
assenza di centralizzazione politica con paesi come Afghanistan, Haiti e Nepal, che sono stati
altrettanto incapaci di imporre l'autorità dello stato sul proprio territorio, e di creare qualcosa che
avesse almeno una parvenza di stabilità e raggiungesse un livello minimo di sviluppo economico.
Nonostante si trovino in aree completamente diverse del mondo, dal punto di vista istituzionale
Afghanistan, Haiti e Nepal hanno molto in comune con la maggior parte dei paesi dell'Africa
subsahariana, e sono oggi tra le nazioni più povere al mondo.
Le modalità con cui le istituzioni dei paesi africani hanno assunto la loro forma odierna,
altamente estrattiva, ci indica ancora una volta un processo di differenziazione istituzionale
caratterizzato da congiunture critiche. Ma in questo caso, i risultati furono spesso perversi, e in
particolare durante la fase di espansione del commercio degli schiavi nell'Atlantico. Quando i mercanti
europei arrivarono, si crearono nuove opportunità economiche per il regno del Congo. Il commercio a
lunga distanza, che cambiò l'Europa, trasformò anche il regno del Congo, ma, ancora una volta, le
differenze istituzionali di partenza furono decisive. L'assolutismo congolese mutò forma: mentre
prima, dominando completamente la società, il regime si era accontentato di utilizzare le proprie
istituzioni estrattive per appropriarsi della produzione agricola degli abitanti, in seguito si dedicò allo
schiavismo su larga scala, vendendo esseri umani ai portoghesi in cambio di armi da fuoco e prodotti di
lusso per l'élite locale.
Date le differenze iniziali tra i due paesi, in Inghilterra le nuove opportunità del commercio a
lunga distanza posero le condizioni per una congiuntura critica e per l'affermazione di istituzioni
politiche pluraliste, mentre nel regno del Congo spensero qualsiasi speranza di riforma del regime
assolutista. In gran parte dell'Africa gli alti profitti derivanti dalla tratta degli schiavi sfociarono non
solo nel rafforzamento dell'assolutismo e in un ulteriore indebolimento dei diritti di proprietà degli
individui, ma anche in una stagione di intensi conflitti militari e nella distruzione di molte istituzioni
allora esistenti. Entro alcuni secoli, qualsiasi processo di centralizzazione si era completamente
capovolto, e molti stati africani giunsero al collasso. Benché alcuni nuovi stati, talvolta potenti, fossero
nati proprio per sfruttare il traffico di schiavi, essi si fondavano sulla guerra e sul saccheggio. La
congiuntura critica costituita dalla scoperta delle Americhe avrà anche aiutato l'Inghilterra a sviluppare
istituzioni inclusive, ma rese quelle africane ancora più estrattive.
Nonostante la tratta degli schiavi fosse perlopiù cessata dopo il 1807, la fase successiva del
colonialismo europeo non solo invertì le tendenze di modernizzazione in atto nell'Africa meridionale e
occidentale, ma eliminò persino ogni possibilità di riforma istituzionale a livello locale. Questo implicò
che anche al di fuori di aree come Congo, Madagascar, Namibia e Tanzania, dove i saccheggi, le
devastazioni e perfino le stragi erano moneta corrente, per i paesi africani ci furono scarsissime
opportunità di cambiare la propria traiettoria istituzionale.
E, ancora peggio, la struttura del dominio coloniale lasciò all'Africa degli anni sessanta
un'eredità istituzionale più complessa e pericolosa che all'inizio dell'era coloniale. In molte colonie
africane l'evoluzione delle istituzioni politiche ed economiche significò una situazione in cui
l'indipendenza, invece di creare una congiuntura critica per il miglioramento delle istituzioni, gettava le
basi per l'ascesa al potere di leader senza scrupoli, che intensificarono il saccheggio delle risorse
avviato dai colonizzatori europei. Gli incentivi dati da questi assetti istituzionali originarono un sistema
politico che riproduceva il modello storico fondato su diritti di proprietà incerti e uno stato con spiccate
tendenze assolutiste, ma senza una forte autorità centrale che esercitasse la sovranità sul territorio.
La rivoluzione industriale non si è ancora estesa all'Africa, perché il continente nero ha vissuto
all'interno di un lungo circolo vizioso, in cui istituzioni politiche ed economiche di tipo estrattivo si
mantenevano e rigeneravano continuamente. Il Botswana è l'unica eccezione. Come vedremo nel
quattordicesimo capitolo, nel XIX secolo re Khama, nonno di Seretse Khama, leader del primo governo
del Botswana dopo l'indipendenza, avviò una serie di riforme istituzionali con lo scopo di
modernizzare le istituzioni politiche ed economiche della sua tribù. Caso più unico che raro, queste
riforme non furono azzerate durante il periodo coloniale, in parte grazie all'abilità di Khama e altri
leader tribali nell'opporsi all'autorità inglese. L'interazione tra questa eredità e la congiuntura critica
determinata dall'indipendenza dal dominio coloniale fu la premessa per il successo politico ed
economico del Botswana. Un'ulteriore dimostrazione di quanto le piccole differenze storiche siano
decisive.
Esiste una certa tendenza a leggere gli eventi storici come conseguenze inevitabili di dinamiche
profonde e di lungo periodo. Questo libro pone una grande enfasi sul ruolo della storia delle istituzioni
politiche ed economiche nel creare circoli viziosi o virtuosi, ma assegna anche un peso determinante
agli eventi contingenti, come nel caso dello sviluppo istituzionale inglese. Seretse Khama, durante i
suoi studi in Inghilterra negli anni quaranta, si innamorò di Ruth Willians, una donna bianca. Il risultato
fu che il regime razzista dell'apartheid in Sudafrica convinse il governo inglese a bandire Khama dal
Botswana - l'allora protettorato del Bechuanaland, sotto l'autorità dell'alto commissario (il
governatore imperiale britannico) sudafricano. Khama rinunciò al trono. Quando ritornò per guidare la
lotta anticoloniale, la sua intenzione non era di rafforzare le istituzioni tradizionali, bensì adattarle al
mondo moderno. Khama fu un personaggio straordinario, per niente interessato all'arricchimento
personale e votato invece allo sviluppo della sua nazione. La maggior parte dei paesi africani non è
stata così fortunata. Entrambi i fattori furono cruciali: da un lato, lo sviluppo storico delle istituzioni in
Botswana, dall'altro, le variabili contingenti che permisero di fare di questa eredità un punto di
partenza, invece di distruggerla o distorcerla come in altri paesi africani.
Nel XIX secolo, un genere di assolutismo, non molto diverso da quello presente in Africa o
Europa orientale, frenò lo sviluppo dell'industrializzazione in gran parte dell'Asia. In Cina, lo stato era
oltremodo dispotico e città, commercianti e industriali indipendenti quasi non esistevano o erano
politicamente molto deboli. Già secoli prima degli europei, la Cina era stata una grande potenza navale,
attiva nel commercio a lunga distanza. Ma abbandonò gli oceani proprio nel momento sbagliato,
quando, tra la fine del XIV secolo e l'inizio del XV, gli imperatori Ming decisero che l'espansione del
commercio e i processi di distruzione creatrice che ne sarebbero derivati fossero una minaccia al loro
potere.
In India, lo sviluppo istituzionale avvenne in modo diverso, portando a un rigido sistema
ereditario di caste, che ostacolava il funzionamento dei mercati e un impiego efficiente della forza
lavoro in modo ancora più drastico di quanto non avesse fatto il sistema feudale nell'Europa del
Medioevo. Tale sistema rappresentava uno dei principali supporti al rigido assolutismo della dinastia
regnante dei Moghul. La maggior parte dei paesi europei aveva ordinamenti simili nel Medioevo.
Alcuni moderni cognomi inglesi, come Baker, Cooper o Smith, derivano direttamente da mestieri e
occupazioni che si trasmettevano nelle famiglie: i bakers erano fornai, gli smiths fabbri e i coopers
costruivano botti. Queste categorie, tuttavia, non furono mai rigide come le caste in India, e
gradualmente persero il loro significato nel segnalare la professione delle persone. Nonostante il raggio
d'azione dei mercanti indiani si estendesse all'intero Oceano Indiano e nel paese ci fosse un'importante
industria tessile, il sistema castale e l'assolutismo Moghul furono un serio ostacolo allo sviluppo di
istituzioni economiche inclusive. Nel XIX secolo la situazione si fece ancor meno favorevole
all'industrializzazione, e l'India divenne per gli inglesi una colonia da sfruttare. La Cina non fu mai
formalmente una colonia europea, ma dopo la sconfitta contro gli inglesi nelle due guerre dell'oppio -
tra 1839 e il 1842 e poi ancora tra il 1856 e il 1860 - i cinesi furono costretti a firmare una serie di
trattati umilianti e ad aprire i propri mercati alle esportazioni europee. Dato che Cina, India e altri paesi
non riuscirono a trarre benefici dalle opportunità commerciali e industriali, l'Asia, con l'eccezione del
Giappone, restò indietro proprio mentre l'Europa compiva importanti progressi.
Il percorso dello sviluppo istituzionale giapponese nel XIX secolo illustra ancora una volta
l'interazione tra le congiunture critiche e le piccole differenze originate dai processi di divergenza
istituzionale. Il Giappone, come la Cina, era sotto il dominio di un regime assolutista. La famiglia
Tokugawa, che aveva preso il potere nel XVII secolo, regnava su un sistema feudale in cui il
commercio internazionale era proibito. Anche il Giappone si trovò a fronteggiare una congiuntura
critica generata dall'intervento occidentale, quando nel luglio 1853 quattro navi da guerra americane,
comandate da Matthew C. Perry, entrarono nella baia di Edo, chiedendo concessioni commerciali
analoghe a quelle che l'Inghilterra aveva ottenuto dai cinesi dopo le guerre dell'oppio. Ma questa
congiuntura critica ebbe effetti molto diversi in Giappone. Malgrado la vicinanza geografica e la storia
di frequenti relazioni tra i due paesi, già prima del XIX secolo il Giappone e la Cina avevano iniziato a
differenziare i propri percorsi.
In Giappone, il regime dei Tokugawa era di tipo assolutista ed estrattivo, ma esercitava solo un
debole controllo sui principali feudatari del paese, e il suo potere non era incontrastato. L'assolutismo
cinese, nonostante il ripetersi di ribellioni contadine e altre forme di protesta, era più forte, e
l'opposizione meno organizzata e autonoma. Non c'era, in Cina, un equivalente dei feudatari
giapponesi, un potere che potesse sfidare l'autorità assoluta dell'imperatore e delineare percorsi
alternativi. Questa differenza sul piano delle istituzioni, piuttosto modesta se paragonata a quelle che
separavano Cina e Giappone dall'Europa occidentale, ebbe conseguenze cruciali durante la fase di
congiuntura critica aperta dal dirompente arrivo di inglesi e americani. Il regime cinese restò assolutista
anche dopo le guerre dell'oppio, mentre in Giappone, come vedremo nel decimo capitolo, la minaccia
americana consolidò l'opposizione interna alla dinastia Tokugawa, innescando una rivoluzione politica,
la cosiddetta restaurazione Meiji. Questa rivoluzione permise la nascita di istituzioni politiche più
inclusive e gettò le basi per la successiva crescita economica giapponese; nel frattempo la Cina era
paralizzata dall'assolutismo.
Il modo in cui il Giappone reagì al pericolo posto dalle navi da guerra americane, e cioè
avviando un processo di radicale trasformazione istituzionale, ci aiuta a cogliere un altro aspetto della
geografia della disuguaglianza, relativo alle situazioni in cui a una rapida crescita economica fa seguito
una fase di stagnazione. A partire dalla Seconda guerra mondiale, Corea del Sud, Taiwan e infine Cina
hanno sperimentato incredibili tassi di crescita economica, seguendo una strada simile al Giappone. In
ciascuno di questi casi, la crescita è stata preceduta da una metamorfosi delle istituzioni economiche,
benché, come la Cina dimostra, non sempre di quelle politiche.
Anche le ragioni per cui a volte le fasi di rapida crescita si interrompono, per poi invertirsi, sono
legate a queste dinamiche. Allo stesso modo in cui un progresso decisivo verso istituzioni economiche
inclusive può dare il via a una rapida crescita economica, un collasso di tali istituzioni può portare alla
stagnazione. Ma ancora più spesso il brusco arresto della crescita, come in Argentina o nell'Unione
Sovietica, consegue all'esaurimento di un processo di sviluppo economico realizzato nel contesto di
istituzioni estrattive. Come abbiamo visto, ciò può avvenire quando lotte interne al regime per la
spartizione delle ricchezze estratte portano al collasso del sistema, oppure per via della strutturale
mancanza di innovazione e di distruzione creatrice, che impedisce a un alto tasso di crescita di durare
nel tempo. Nel prossimo capitolo osserveremo con maggior dettaglio il modo in cui l'Unione Sovietica
ha finito per scontrarsi bruscamente con questi limiti.
Se negli ultimi cinquecento anni le istituzioni politiche ed economiche dell'America Latina
sono state modellate dal colonialismo spagnolo, in Medio Oriente hanno subito l'influenza di quello
ottomano. Nel 1453, gli ottomani, sotto il sultano Maometto II, conquistarono Costantinopoli
facendone la loro capitale. Prima della fine del secolo avevano acquisito il dominio di un'ampia
porzione dei Balcani e quasi tutta l'Anatolia. Nella prima metà del XVI secolo, gli ottomani si
espansero in tutto il Medio Oriente e il Nordafrica. Nel 1566, alla morte del sultano Solimano I detto
"il Magnifico", l'Impero ottomano si estendeva dalla Tunisia fino alla Mecca nella penisola arabica,
passando per l'Egitto, e comprendeva anche l'odierno Iraq. Lo stato ottomano era assolutista; il sultano
era l'unico detentore del potere e doveva rendere conto delle sue azioni a poche persone. Le istituzioni
economiche imposte dagli ottomani erano altamente estrattive. Non esisteva la proprietà privata della
terra, che apparteneva interamente allo stato. La tassazione della rendita terriera e della produzione
agricola costituiva, assieme ai bottini di guerra, la maggior entrata del governo. Lo stato ottomano,
tuttavia, non estendeva la propria autorità sul Medio Oriente nello stesso modo in cui dominava il cuore
dei suoi possedimenti, l'attuale Turchia, e nemmeno nello stesso modo in cui lo stato spagnolo
governava le società dell'America Latina. L'autorità statale era continuamente messa in discussione dai
beduini e da altri centri di potere tribali della penisola arabica. In gran parte del Medio Oriente, agli
ottomani mancava non solo la capacità di far rispettare l'ordine in modo stabile, ma anche quella
amministrativa di imporre tasse. Lo stato, dunque, "esternalizzava" questa funzione ai privati, che
compravano il diritto di riscuotere le tasse nel modo che ritenevano più opportuno. Questi esattori
divennero estremamente potenti e autonomi dal potere centrale. La tassazione nelle regioni
mediorientali era molto elevata - una quota compresa tra la metà e i due terzi della produzione agricola
- e gran parte degli introiti restava agli esattori stessi. Poiché in queste aree lo stato ottomano non era in
grado di mantenere l'ordine, i diritti di proprietà erano lungi dall'essere garantiti, e la presenza di
gruppi armati locali in competizione per il controllo del territorio scatenava l'illegalità e il banditismo.
In Palestina, per esempio, la situazione era così drammatica che a partire dal tardo XVI secolo i
contadini iniziarono ad abbandonare le terre più fertili per spostarsi nelle regioni montuose, che
offrivano una maggiore protezione dai banditi.
Nelle aree urbane dell'impero, le istituzioni economiche estrattive non erano meno soffocanti. Il
commercio era sottoposto al controllo dello stato e l'esercizio delle professioni strettamente regolato da
corporazioni e monopoli. Di conseguenza, al momento della rivoluzione industriale le istituzioni
economiche del Medio Oriente erano estrattive e l'economia stagnante.
A partire dagli anni quaranta dell'Ottocento, gli ottomani cercarono di riformare queste
istituzioni, per esempio abbandonando l'esternalizzazione della raccolta delle imposte e cercando di
riportare sotto controllo i gruppi autonomi locali. Ma i tratti assolutisti del sistema perdurarono fino alla
Prima guerra mondiale, e le riforme furono ostacolate dalle tipiche paure e ansie delle élite, timorose
che i loro privilegi politici ed economici venissero meno. I riformatori ottomani parlavano di introdurre
l'istituto della proprietà privata della terra per aumentare la produttività agricola, ma lo status quo fu
preservato dal desiderio di controllo politico e fiscale. Dopo il 1918, la colonizzazione ottomana fu
sostituita da quella europea, e quando anche questo dominio finì prevalsero le stesse dinamiche che
abbiamo visto all'opera nell'Africa subsahariana, con le istituzioni estrattive di origine coloniale che
passarono sotto il controllo dell'élite locale. In alcuni casi, come nel regno di Giordania, questa élite
era stata creata direttamente dalle potenze coloniali - cosa che, come vedremo, accadde spesso anche in
Africa. I paesi del Medio Oriente privi di petrolio hanno oggi livelli di reddito simili ai paesi poveri
dell'America Latina. Non avendo subito le dure conseguenze economiche di fenomeni come la tratta
degli schiavi, essi hanno potuto beneficiare più a lungo del flusso di tecnologie proveniente
dall'Europa. Nel Medioevo, inoltre, il Medio Oriente era un'area del mondo relativamente avanzata dal
punto di vista economico. Oggi dunque non è povero come l'Africa, anche se la maggior parte della
popolazione vive ancora in condizioni disagiate.
Abbiamo visto come né l'ipotesi geografica, né quella culturale, né quella dell'ignoranza siano
d'aiuto per comprendere la distribuzione globale delle disuguaglianze. Nessuna ci dà una spiegazione
soddisfacente di come si siano configurate le disparità tra i paesi del mondo: del perché un processo di
divergenza economica si avviò con la rivoluzione industriale in Inghilterra nel XVIII e XIX secolo, per
poi estendersi all'Europa occidentale e alle colonie di popolazione europea; del persistente divario tra
le aree del continente americano e quello tra Europa occidentale e orientale; della povertà dell'Africa o
del Medio Oriente; delle transizioni dalla stagnazione al dinamismo economico, cui a volte segue una
brusca interruzione della crescita. La nostra teoria fondata sul ruolo delle istituzioni è invece in grado
di farlo.
Nei prossimi capitoli discuteremo in modo più dettagliato come questa teoria funzioni,
illustrando l'ampio raggio di fenomeni che può spiegare, fenomeni che vanno dalle origini della
rivoluzione neolitica al collasso di molte civiltà, dovuto ai limiti strutturali della crescita con istituzioni
estrattive, a un'inversione della rotta dopo timidi passi in direzione di istituzioni più inclusive.
Vedremo come e perché alcune tappe fondamentali verso la creazione di istituzioni politiche
inclusive furono intraprese in Inghilterra durante la Glorious Revolution. Più specificamente,
osserveremo quanto segue:
come le istituzioni inclusive siano emerse dall'interazione fra la congiuntura critica creata dai
commerci atlantici e le caratteristiche delle istituzioni già esistenti in Inghilterra;
come queste istituzioni si siano rivelate durevoli e si siano rafforzate, ponendo le basi per la
rivoluzione industriale, in parte grazie a un circolo virtuoso, in parte grazie a una serie di fortunati
eventi contingenti;
come molti regimi caratterizzati da istituzioni assolutiste ed estrattive abbiano resistito
caparbiamente alla diffusione di nuove tecnologie generate dalla rivoluzione industriale;
come gli stessi europei abbiano reso impossibile la crescita economica di molte aree del mondo
da loro colonizzate;
come l'azione di circoli viziosi e della legge ferrea dell'oligarchia abbiano determinato una
forte tendenza alla conservazione delle istituzioni estrattive, e dunque di come siano rimaste
relativamente povere le aree che in origine non erano state toccate dalla rivoluzione industriale;
perché la rivoluzione industriale e altre nuove tecnologie non si siano diffuse in passato, in aree
prive di un minimo grado di centralizzazione dell'autorità statale, e perché è improbabile che ciò
accada oggi.
Dal nostro ragionamento emergerà inoltre come alcuni paesi che sono riusciti a trasformare le
proprie istituzioni in modo più inclusivo (come Francia o Giappone) o che hanno da subito impedito il
consolidamento di istituzioni estrattive (Stati Uniti e Australia) siano stati più ricettivi nei confronti
della rivoluzione industriale, staccando tutti gli altri. Proprio come in Inghilterra, questo processo non è
sempre stato lineare, e lungo il suo percorso ha dovuto superare molti ostacoli, a volte grazie all'azione
di circoli virtuosi, altre grazie a eventi storici contingenti.
Infine, vedremo come oggi le nazioni falliscano anche per la pesante influenza delle proprie
storie istituzionali, e come buona parte dei consigli degli esperti siano basati su teorie sbagliate, e
quindi potenzialmente fuorvianti. Ma vedremo anche come per ciascun paese sia possibile approfittare
delle congiunture critiche per rompere gli schemi, riformare le proprie istituzioni e incamminarsi sulla
strada che porta a una maggiore prosperità.
* Il manor è un'unità amministrativa tipica del sistema feudale inglese, che identificava il
territorio sottoposto all'azione di un tribunale locale, la manorial court. [N.d.T.]
5. "Ho visto il futuro e so che funziona": la crescita economica sotto regimi
estrattivi
Ho visto il futuro
Le differenze istituzionali giocano un ruolo chiave nello spiegare le dinamiche della crescita
economica attraverso i secoli. Ma se è vero che nella storia la maggior parte delle società si è fondata
su istituzioni politiche ed economiche di tipo estrattivo, allora queste società non hanno mai conosciuto
la crescita economica? Ovviamente no. La logica intrinseca alle istituzioni estrattive prevede che si
debba creare della ricchezza per poterla estrarre. Un governante che eserciti un monopolio sul potere
politico controllando uno stato centralizzato potrà quindi mantenere l'ordine, introdurre un sistema di
regole e stimolare l'attività economica.
Ma la crescita che si verifica in contesti istituzionali di tipo estrattivo è di natura diversa rispetto
alla crescita prodotta da istituzioni inclusive. Una differenza cruciale è che non si fonderà sul progresso
tecnologico, ma piuttosto sulle tecnologie già esistenti. La traiettoria economica dell'Unione Sovietica
è un chiaro esempio di come l'autorità statale e gli incentivi che essa crea possano originare una fase di
rapida crescita economica all'interno di un sistema di istituzioni estrattive, ma anche di come questo
tipo di crescita tenda a esaurirsi, arrivando prima o poi a una brusca frenata.
La Prima guerra mondiale era appena finita, quando vincitori e vinti si incontrarono nella
grande reggia di Versailles per decidere le condizioni della pace. Tra i più illustri partecipanti c'era
Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti, mentre spiccava l'assenza di qualsiasi rappresentante
della Russia. Il vecchio regime zarista era stato rovesciato dai bolscevichi nell'ottobre del 1917, ed era
in corso la guerra civile tra i Rossi (i bolscevichi) e i Bianchi. Inglesi, francesi e americani inviarono
contingenti militari per combattere i bolscevichi. Una missione guidata dal giovane diplomatico
William Bullitt e dall'intellettuale e giornalista di lungo corso Lincoln Steffens fu inviata a Mosca per
incontrare Lenin e cercare di comprendere le intenzioni dei bolscevichi, e come fosse possibile
giungere a un accordo. Steffens si era fatto la fama di giornalista iconoclasta, progressista e radicale,
costantemente impegnato nella denuncia dei mali del capitalismo negli Stati Uniti; era anche già stato
in Russia durante la rivoluzione. La sua presenza era un tentativo di dare credibilità alla missione
diplomatica, facendola apparire non troppo ostile. La delegazione ritornò portando con sé le linee guida
di un'offerta di Lenin sulle condizioni per una pace con la neonata Unione Sovietica. Steffens fu
impressionato da quelle che, a suo giudizio, erano le grandi potenzialità del regime sovietico. Nella sua
autobiografia del 1931 ricordò:
La Russia sovietica era un regime rivoluzionario con un piano riformista. Il loro obiettivo non
era porre fine a mali come il divario tra ricchi e poveri, gli abusi, i privilegi, la tirannia e la guerra
attraverso un'azione diretta, ma piuttosto tramite la rimozione delle cause di questi stessi mali. Hanno
creato una dittatura, che si regge su una piccola minoranza di persone preparate, con lo scopo di creare
e mantenere per qualche generazione una nuova, scientifica struttura economica, che possa instaurare
dapprima una democrazia economica, e infine una democrazia politica.
Quando Steffens rimpatriò dalla missione diplomatica, andò a trovare un suo vecchio amico, lo
scultore Jo Davidson, trovandolo impegnato nella realizzazione di un busto del ricco finanziere Bernard
Baruch. "Lei dunque è stato in Russia" disse Baruch, e Steffens rispose: "Sono stato nel futuro e ho
visto che funziona", frase che più tardi rielaborò in una forma che passò alla storia: "Ho visto il futuro
e so che funziona" ("I've seen the future and it works").
Fino all'inizio degli anni ottanta, molti, in Occidente, avrebbero continuato a vedere il futuro
dell'Unione Sovietica e a credere che quel sistema funzionasse. In un certo senso, funzionava davvero,
o almeno per un certo periodo fu così. Lenin morì nel 1924, e nel 1927 Stalin aveva già consolidato la
propria autorità sul paese. Si sbarazzò degli oppositori e intraprese un rapido programma di
industrializzazione, rivitalizzando la Commissione statale per la pianificazione, il cosiddetto Gosplan,
istituito nel 1921. Il Gosplan concepì il primo piano quinquennale, applicato tra il 1928 e il 1933. Il
modello stalinista di crescita economica era semplice: sviluppo dell'industria su iniziativa diretta del
governo e reperimento delle risorse necessarie attraverso una forte tassazione del settore agricolo. Lo
stato comunista non disponeva di un sistema di tassazione efficace, per cui Stalin "collettivizzò"
l'agricoltura, abolendo la proprietà privata della terra e concentrando la popolazione delle campagne in
gigantesche fattorie amministrate dal Partito comunista. Questo rese molto più facile per Stalin
attingere dalla produzione agricola, e usarla per nutrire tutti coloro che stavano costruendo le nuove
fabbriche e vi lavoravano. Per la popolazione rurale, le conseguenze di questa scelta furono disastrose.
Nelle fattorie collettive gli individui non avevano alcun incentivo a lavorare sodo, cosa che fece
crollare la produzione agricola. La quantità di raccolto di cui lo stato si appropriava era così alta che
non c'era abbastanza da mangiare. Milioni di persone morirono di fame, mentre altre centinaia di
migliaia furono assassinate o deportate in Siberia durante il processo di collettivizzazione forzata.
Né la neonata industria, né le fattorie collettive erano economicamente efficienti; in altre parole,
non utilizzavano nel modo migliore le risorse di cui l'Unione Sovietica disponeva. Potrebbe sembrare
la premessa per una cattiva performance economica e per la stagnazione - se non addirittura per il
collasso del sistema -, ma al contrario l'Urss crebbe molto rapidamente. La ragione non è difficile da
comprendere. Permettere agli individui di prendere autonomamente le loro decisioni è per una società il
modo migliore di giungere a un uso efficiente delle proprie risorse; quando invece lo stato o una
ristretta élite controllano tutte le risorse, non si creano i giusti incentivi, e le competenze e i talenti degli
individui vengono impiegati in modo inefficiente. In alcuni casi, tuttavia, in un certo settore o attività -
come l'industria pesante sovietica - la produttività del lavoro e del capitale è così elevata che allocarvi
maggiori risorse può generare sviluppo economico, anche se imposta dall'alto in un contesto di
istituzioni estrattive. Come abbiamo visto nel terzo capitolo, le istituzioni estrattive delle isole
caraibiche di Barbados, Cuba, Haiti e Giamaica erano in grado di generare alti livelli di reddito in
quanto le risorse venivano incanalate nel settore dello zucchero, una merce ambita in tutto il mondo. La
lavorazione della canna da zucchero, che avveniva sfruttando bande di schiavi, non era certo
"efficiente", e in queste società non c'era progresso tecnologico né distruzione creatrice, ma tutto ciò
non impediva la crescita economica. Nell'Unione Sovietica la situazione era simile, con l'industria nel
ruolo che ai Caraibi era stato dello zucchero. Lo sviluppo industriale dell'Urss era ulteriormente
facilitato dal livello tecnologico del paese, molto più arretrato di quello europeo o americano, cosa che
permetteva di realizzare ampi guadagni investendo nel settore manifatturiero - anche se in modo
inefficiente e coercitivo.
Prima del 1928, la maggior parte dei russi viveva nelle campagne. Le tecnologie adottate dai
contadini erano primitive ed esistevano pochi incentivi alla produttività. Gli ultimi residui del
feudalesimo zarista, infatti, furono aboliti soltanto alla vigilia della Prima guerra mondiale. C'era
dunque un enorme potenziale economico inespresso, che poteva essere sfruttato spostando forza lavoro
dall'agricoltura all'industria. La politica di industrializzazione stalinista fu un modo brutale di
sbloccare questo potenziale. Stalin trasferì d'autorità le risorse sottoutilizzate nell'industria, dove
potevano essere impiegate in modo più produttivo, pur senza raggiungere la massima efficienza. Tra il
1928 e il 1960, il Prodotto interno lordo dell'Unione Sovietica aumentò ogni anno del 6 per cento:
probabilmente il più veloce tasso di crescita della storia fino a quel momento. Questo rapido sviluppo
economico non fu indotto dall'innovazione tecnologica, ma dalla ricollocazione della forza lavoro e
dall'aumento di capitale seguito alla creazione di nuovi macchinari e fabbriche.
Tale crescita fu così repentina da convincere, in Occidente, non solo Lincoln Steffens, ma intere
generazioni, e negli Stati Uniti la Cia. Finì per convincere perfino gli stessi leader dell'Unione
Sovietica, come Nikita Chrušc?v, che nel 1956, in un celebre discorso davanti ai diplomatici
occidentali, si pavoneggiò dichiarando: "Vi seppelliremo". Ancora nel 1977, uno dei più noti manuali
universitari, scritto da un economista inglese, sosteneva che il modello economico sovietico, che
garantiva pieno impiego e stabilità dei prezzi, fosse superiore a quello capitalista in termini di crescita e
tendesse a generare motivazioni altruistiche negli individui; il povero vecchio sistema capitalistico
occidentale era migliore solo nel campo delle libertà politiche. Addirittura, il più diffuso testo
universitario di economia, scritto dal premio Nobel Paul Samuelson, prevedeva in più parti il futuro
dominio economico dell'Unione Sovietica. Nell'edizione del 1961, Samuelson sosteneva che il Pil
sovietico avrebbe superato quello americano forse già nel 1987 e sicuramente entro il 1997;
nell'edizione del 1980 l'analisi cambiava di poco, ma le due date erano state spostate in avanti,
rispettivamente al 2002 e al 2012.
Sebbene le politiche di Stalin e dei leader sovietici che gli succedettero avessero prodotto una
rapida crescita economica, questa non avrebbe potuto durare ancora a lungo. A partire dagli anni
settanta, in effetti, la crescita si arrestò. Se ne può trarre una lezione importante. Le istituzioni estrattive
sono incapaci di generare una crescita duratura per due ragioni: la mancanza di incentivi economici e le
resistenze delle élite. Per di più, una volta che le risorse mal sfruttate vennero interamente convogliate
nel settore industriale, rimasero poche possibilità di generare guadagni in modo dirigistico. A quel
punto, l'Unione Sovietica andò a sbattere contro un muro, dal momento che la mancanza di
innovazione e la scarsità di incentivi economici impedirono qualsiasi ulteriore progresso. Gli unici
campi in cui i sovietici, a prezzo di grandi sforzi, riuscirono ad avanzare tecnologicamente furono
l'industria militare e aerospaziale. Come risultato, giunsero a inviare nello spazio il primo cane, Laika,
e il primo uomo, Yuri Gagarin. Inoltre, lasciarono in eredità al mondo il kalašnikov.
Il Gosplan era l'onnipotente (almeno in apparenza) agenzia per la pianificazione, cui spettava la
direzione centralizzata dell'economia sovietica. Uno dei pregi della serie di piani quinquennali
elaborati e implementati dal Gosplan avrebbe dovuto essere un orizzonte temporale abbastanza lungo
da consentire investimenti razionali e innovazione. In realtà, l'evoluzione reale delle attività sovietiche
aveva poco a che fare con i piani quinquennali, che di frequente erano rivisti, riscritti o semplicemente
ignorati. Le politiche industriali seguivano invece gli ordini di Stalin e del Politburo, i quali
cambiavano spesso idea e altrettanto spesso ribaltavano le decisioni già prese. Tutti i documenti di
pianificazione erano definiti "preliminari" o "bozze"; in tutta la storia sovietica fu pubblicato un solo
piano con la dicitura "finale": quello del 1939 per lo sviluppo dell'industria leggera. Lo stesso Stalin,
nel 1937, affermò: "Solo un burocrate può pensare che il lavoro di pianificazione finisca con la stesura
del piano. La sua definizione è soltanto l'inizio. La vera traiettoria di un piano si sviluppa solo dopo la
sua stesura". Stalin voleva ampliare al massimo il suo potere discrezionale di gratificare gli individui o
i gruppi che gli erano politicamente leali e di punire quelli che non lo erano. Riguardo al Gosplan, il
suo ruolo principale era fornire a Stalin informazioni che gli consentissero di controllare meglio amici e
nemici. Di fatto, questo organismo evitava di prendere decisioni. Una scelta sbagliata poteva costare la
fucilazione: meglio evitare di assumersi qualunque responsabilità.
Un esempio di ciò che poteva rischiare chi prendeva troppo seriamente il proprio lavoro, invece
di limitarsi a interpretare correttamente le intenzioni del Partito comunista, è quello del censimento
sovietico del 1937. Quando i dati furono raccolti, fu chiaro che essi avrebbero mostrato una
popolazione nazionale di circa 162 milioni di persone, decisamente minore rispetto ai 180 milioni che
Stalin si aspettava e addirittura inferiore alla cifra di 168 milioni annunciata dal dittatore nel 1934. Il
precedente censimento risaliva al 1926, dunque quello del 1937 era il primo a essere realizzato in
seguito alle carestie e alle purghe di massa dei primi anni trenta; i dati, frutto di un'indagine accurata,
riflettevano questi eventi. La risposta di Stalin fu l'arresto di tutti i responsabili del censimento, che
furono deportati in Siberia o fucilati. Ordinò quindi la ripetizione dei rilevamenti, che ebbe luogo nel
1939. Questa volta i responsabili svolsero bene il loro compito, e riscontrarono una popolazione di 171
milioni di unità.
Stalin comprendeva che l'economia sovietica dava agli individui scarsi incentivi per lavorare
duramente. La soluzione naturale sarebbe stata introdurre tali incentivi e premiare così i miglioramenti
economici, cosa che Stalin in parte fece, per esempio convogliando le forniture di cibo alle aree dove la
produttività era calata. Fin dal 1931, inoltre, abbandonò il progetto di formare "uomini e donne
socialisti", che avrebbero lavorato senza incentivi in denaro. In un famoso discorso Stalin criticò "il
livellamento nel campo dei bisogni e delle condizioni di vita", e da allora furono introdotti salari
diversi per mansioni diverse, e persino un sistema di bonus. Osservarne il funzionamento è piuttosto
istruttivo. Generalmente, nelle economie pianificate ogni impresa doveva raggiungere la quota di
produzione stabilita da un piano, pur con frequenti rinegoziazioni e modifiche. A partire dagli anni
trenta, i lavoratori iniziarono a ricevere bonus salariali ogni volta che questo obiettivo veniva raggiunto.
I premi di produzione potevano essere piuttosto alti: per esempio, fino al 37 per cento del salario base
per i manager o gli ingegneri con funzioni dirigenziali. Ma il loro pagamento creava numerosi
disincentivi al progresso tecnologico. In primo luogo, l'innovazione, sottraendo temporaneamente
risorse alla produzione, rischiava di compromettere il raggiungimento delle quote prestabilite, e dunque
l'accesso ai premi di produzione. In secondo luogo, questi obiettivi si basavano sui livelli di produzione
precedenti; l'espansione produttiva era dunque disincentivata, poiché far schizzare in alto gli obiettivi
successivi portava soltanto a un aumento degli sforzi richiesti in futuro. Una performance scarsa offriva
le migliori garanzie di raggiungere i risultati previsti e di conseguire i bonus. Dal momento che questi
erano pagati a scadenza mensile, tutti si concentravano sul presente, mentre l'innovazione si fonda
sull'idea che i sacrifici di oggi saranno ricompensati in futuro.
Anche quando premi e incentivi si dimostravano capaci di influire sui comportamenti, essi
creavano spesso altri problemi. Semplicemente, la pianificazione centralizzata non era in grado di
sostituire ciò che il grande economista inglese del XVIII secolo Adam Smith aveva definito la "mano
invisibile" del mercato. Quando il piano per la produzione di lastre d'acciaio indicava un obiettivo in
tonnellate, venivano fabbricate lastre troppo spesse; quando il risultato da raggiungere era espresso in
termini di superficie, le lastre risultavano troppo sottili. Quando il piano parlava di tonnellate prodotte,
venivano realizzati lampadari così pesanti che a malapena potevano essere appesi ai soffitti.
Negli anni quaranta, i leader dell'Unione Sovietica, a differenza dei loro ammiratori in
Occidente, si erano resi conto della perversione di un tale sistema di incentivi, ma agirono come se le
distorsioni derivassero da problemi tecnici di facile soluzione. Per esempio, abbandonarono il
meccanismo dei premi collegati alle quote di produzione, consentendo alle imprese di accantonare una
quota di profitti per pagare i bonus ai dipendenti. Ma uno stimolo "legato al profitto" non incoraggiava
l'innovazione più di uno fondato sugli obiettivi di produzione. Per stimare i profitti si ricorreva a un
sistema dei prezzi quasi completamente sganciato dal valore dell'innovazione e della tecnologia.
Contrariamente a quanto accade nelle economie di mercato, nell'Unione Sovietica i prezzi erano fissati
dal governo, e la loro relazione con il valore delle merci era quindi piuttosto debole. Nel 1946, per
creare incentivi più specifici al progresso tecnologico, l'Unione Sovietica introdusse bonus
direttamente legati all'innovazione. Fin dal 1918 era stato riconosciuto il principio per cui gli
innovatori dovessero ricevere un compenso in denaro per le loro idee, ma i premi stabiliti erano esigui e
slegati dal valore effettivo della nuova tecnologia introdotta. Nel 1956 ci furono dei cambiamenti: si
decise di erogare bonus proporzionati alla produttività garantita dall'innovazione. Tuttavia, dato che la
produttività era calcolata in termini economici utilizzando il sistema di prezzi esistente, neppure questo
fu un grande incentivo all'innovazione. Si potrebbero riempire molte pagine con i casi di incentivi
perversi originati da questo modello. Per esempio, siccome l'ammontare dei premi per l'innovazione
era calcolato in proporzione al monte salari dell'impresa, c'erano pochi incentivi a introdurre o adottare
tecnologie che implicavano un risparmio in termini di forza lavoro.
Riflettere sui vari regolamenti e meccanismi di bonus rischia di farci perdere di vista i problemi
strutturali connaturati al sistema sovietico. Fino a quando l'autorità e il potere politico restavano
appannaggio del Partito comunista, sarebbe stato impossibile cambiare a fondo la struttura degli
incentivi che gli individui si trovavano davanti, quali che fossero i premi di produzione. Fin dall'inizio,
per ottenere i suoi obiettivi, il Partito comunista aveva usato, oltre alla carota, anche il bastone: un
grosso bastone. Il tema della produttività economica non sfuggiva a questa logica. Svariate leggi
punivano penalmente le presunte negligenze dei lavoratori. Nel giugno 1940, per esempio, fu approvata
una norma che trasformava l'assenteismo - definito come un'assenza non autorizzata superiore ai venti
minuti o addirittura come ozio sul posto di lavoro - in un reato punibile con sei mesi di lavori forzati e
un taglio del 25 per cento dello stipendio. Furono introdotte, e applicate in modo incredibilmente
frequente, pene di ogni genere: tra il 1940 e il 1955, 36 milioni di persone, circa un terzo della
popolazione adulta, furono giudicate colpevoli di tali reati; di queste, 15 milioni furono imprigionate e
250000 fucilate. Ogni anno, pressappoco un milione di adulti si trovavano in carcere per aver infranto
le leggi sul lavoro - e tutto questo senza contare circa due milioni e mezzo di persone che Stalin
deportò nei gulag della Siberia. Tutto questo non funzionò. Nonostante sia possibile obbligare una
persona a lavorare in fabbrica, non la si può costringere a pensare e partorire idee geniali sotto la
minaccia della fucilazione. Questo tipo di coercizione avrà contribuito a produrre grandi quantità di
zucchero a Barbados o in Giamaica, ma non può compensare la mancanza di incentivi in una moderna
economia industriale.
Il fatto che l'economia pianificata non sia stata in grado di introdurre incentivi veramente
efficaci non fu dovuto a errori tecnici nell'organizzazione del sistema di bonus. Tale incapacità era
intrinsecamente legata alle modalità complessive con cui fu sostenuta una crescita di tipo estrattivo, e
cioè grazie all'intervento diretto del governo. Sebbene questo sistema avesse risolto alcuni basilari
problemi economici, l'avvio di una crescita duratura richiedeva che gli individui potessero esprimere i
loro talenti e le loro idee, cosa impossibile in un contesto economico come quello sovietico. I leader
dell'Urss avrebbero dovuto riformare le istituzioni economiche estrattive, ma una tale decisione
avrebbe messo a repentaglio il loro potere. In effetti, quando dopo il 1987 Michail Gorbacëv iniziò a
smantellare queste istituzioni, il potere del Partito comunista si sgretolò, e con esso l'Unione Sovietica.
L'Unione Sovietica riuscì a promuovere una forte crescita economica, malgrado un sistema di
istituzioni estrattive, perché i bolscevichi avevano costruito uno stato forte e centralizzato utilizzandolo
per incanalare risorse nel settore industriale. Come in tutti i casi di crescita nei sistemi estrattivi,
tuttavia, il modello che ne risultò non creava progresso tecnologico ed era insostenibile. La crescita
rallentò, per poi arrestarsi completamente. Nonostante la sua natura effimera, questo modello di
crescita mostra che le istituzioni estrattive possono stimolare efficacemente l'attività economica.
Nel corso della storia, la maggior parte delle società è stata governata da regimi estrattivi.
Quelli capaci di affermare legge e ordine su un territorio sono riusciti a mettere in moto un limitato
sviluppo economico, anche se mai una fase di crescita duratura. A tutti gli effetti, alcuni dei più
importanti punti di svolta della storia sono stati caratterizzati da episodi di consolidamento delle
istituzioni estrattive, in cui un determinato gruppo ha accresciuto la propria autorità fino a imporre
l'ordine e appropriarsi delle risorse economiche. Nel resto del capitolo cercheremo innanzitutto di
capire quali innovazioni istituzionali possano promuovere un certo livello di centralizzazione dello
stato e di crescita economica, pur rimanendo in un sistema estrattivo. Vedremo poi come questo
ragionamento ci aiuti a comprendere il fenomeno della rivoluzione neolitica, l'importantissima fase di
transizione all'agricoltura da cui discendono molte caratteristiche della nostra civiltà. Concluderemo il
capitolo dimostrando, attraverso l'esempio delle città-stato maya, come la crescita con istituzioni
estrattive sia limitata non solo dalla mancanza di progresso tecnologico, ma anche dalle lotte intestine
tra i gruppi rivali che si contendono il controllo dello stato e delle risorse che questo consente di
prelevare dalla società.
Sulle rive del Kasai
Il Kasai è uno dei maggiori affluenti del fiume Congo. Nasce in Angola e scorre verso nord,
confluendo nel Congo a nordest di Kinshasa, oggi capitale dell'omonima Repubblica Democratica.
Nonostante questa sia una nazione povera, se paragonata al resto del mondo, sono sempre esistite
grandi differenze di ricchezza tra i vari gruppi del paese. Il Kasai rappresenta il confine tra due di
questi gruppi. Appena entrati in Congo, lungo la riva occidentale si incontra la popolazione lele, mentre
sulla riva orientale si trovano i bushong (si veda la cartina 6 nel secondo capitolo). Sulle prime, si
potrebbe immaginare che le differenze di prosperità tra le due popolazioni siano scarse. Le due tribù
sono separate solo da un fiume, che entrambe possono attraversare con le barche; hanno un'origine
comune e parlano lingue imparentate tra loro. In più, numerose produzioni locali - case, abiti,
artigianato - hanno uno stile molto simile.
Eppure, quando negli anni cinquanta l'antropologa Mary Douglas e lo storico Jan Vansina
studiarono queste popolazioni, scoprirono alcune differenze sorprendenti. Come notava Douglas: "I
lele sono poveri, mentre i bushong sono ricchi (...). In tutto ciò che posseggono o sanno fare, i lele
sono superati dai bushong". È facile dare una spiegazione a queste disuguaglianze. Una prima
differenza ricorda quella presente in Perù tra le aree in cui era stato imposto o meno il sistema della
mita di Potosí: i lele lavoravano per l'autosussistenza, mentre la produzione dei bushong era scambiata
sul mercato. Douglas e Vansina notarono anche che la tecnologia impiegata dai lele era di livello
inferiore. Per esempio, non utilizzavano reti per la caccia, che pure avrebbero aumentato
considerevolmente la produttività. Douglas sostenne che "l'assenza dell'uso di reti è coerente con la
tendenza dei lele a non investire tempo e risorse nella creazione di strumenti durevoli".
Esistevano anche importanti disparità nelle tecnologie e nell'organizzazione delle attività
agricole. I bushong praticavano una sofisticata forma di rotazione delle colture, basata sull'alternanza
di cinque diversi raccolti nell'arco di due anni. Coltivavano ignami, patate dolci, manioca e fagioli, cui
si aggiungevano due o talvolta tre mietiture di mais. I lele non avevano adottato un sistema del genere e
riuscivano a ottenere un solo raccolto di mais all'anno.
C'erano impressionanti differenze anche in materia di sicurezza. I lele vivevano sparsi in
villaggi fortificati, in perenne conflitto tra loro; chiunque si trovasse a viaggiare tra due villaggi o si
avventurasse nella foresta alla ricerca di cibo si esponeva al pericolo di essere aggredito o rapito. Nelle
aree bushong ciò accadeva molto raramente.
Che cosa si nascondeva dietro queste differenze nei modi di produzione, nelle tecnologie
agricole e nella difesa della sicurezza? Non era evidentemente la geografia a indurre i lele a utilizzare
strumenti peggiori nelle attività agricole e venatorie. Né si trattava di ignoranza, dato che i lele
conoscevano bene gli utensili impiegati dai bushong. Una spiegazione alternativa potrebbe rifarsi
all'ipotesi culturale: non può darsi che la cultura lele non li incoraggiasse a investire risorse nella
costruzione di reti per la caccia o di case più solide e meglio edificate? Sembra tuttavia che nemmeno
questo sia plausibile. Come gli abitanti del regno del Congo, i lele erano decisamente interessati
all'acquisto di fucili, e Douglas notò perfino che "la smania nell'acquisto di armi da fuoco (...)
dimostra che la loro cultura non impedisce l'utilizzo di tecnologie superiori quando esse non richiedono
collaborazione e sforzi prolungati". Dunque né il rifiuto della tecnologia su basi culturali, né
l'ignoranza, né la geografia spiegano in modo soddisfacente la maggiore prosperità dei bushong
rispetto ai lele.
La ragione delle differenze tra bushong e lele va ricercata nelle diverse istituzioni politiche
emerse nei rispettivi territori. In precedenza abbiamo notato come i lele vivessero in villaggi fortificati,
che non facevano parte di una struttura politica unificata. Sull'altra riva del Kasai, le cose erano
diverse. Intorno al 1620 un uomo chiamato Shyaam guidò una rivoluzione politica che portò alla
fondazione del regno di Kuba - lo abbiamo incontrato nella cartina 6 -, con i bushong al centro e lui
come sovrano. Prima di questo periodo, probabilmente esistevano poche differenze tra bushong e lele.
Le disparità derivarono dal modo in cui Shyaam riorganizzò la società a est del fiume. Egli instaurò
uno stato e un sistema piramidale di istituzioni politiche, che non solo erano molto più centralizzate, ma
avevano una struttura molto complessa. Shyaam e i suoi successori crearono una burocrazia per
riscuotere le imposte, nonché un sistema legale e una forza di polizia per amministrare la giustizia. I
leader erano sotto il controllo di alcune assemblee, con l'obbligo di consultarle prima di prendere
decisioni. Fu persino introdotto l'istituto delle giurie nei processi, caso presumibilmente unico
nell'Africa subsahariana prima della colonizzazione europea. Tuttavia, lo stato centralizzato creato da
Shyaam era uno strumento di appropriazione delle risorse, con caratteristiche marcatamente assolutiste.
Nessuno aveva eletto Shyaam, e le politiche statali erano imposte dall'alto, non dalla partecipazione
popolare.
La rivoluzione politica che introdusse centralizzazione dello stato, legge e ordine sul territorio
di Kuba avviò a sua volta una rivoluzione in campo economico. Il settore agricolo fu riformato e
vennero adottate nuove tecnologie per incrementare la produttività. Quelle che prima erano le principali
produzioni agricole vennero sostituite da nuove colture ad alto rendimento, provenienti dalle Americhe
(in particolare mais, manioca e peperoncino). La rotazione intensiva delle coltivazioni fu introdotta in
questo periodo, raddoppiando la produzione di cibo pro capite. L'adozione di queste colture e la
riorganizzazione del ciclo agricolo resero necessaria una maggior quantità di lavoro nei campi. L'età
del matrimonio fu dunque abbassata a vent'anni, permettendo agli uomini di accedere prima al lavoro
agricolo. Il contrasto con i lele è netto: gli uomini tendevano a sposarsi intorno ai trentacinque anni, e
solo allora cominciavano a occuparsi di agricoltura, mentre prima si dedicavano al combattimento e
alle scorrerie.
Tra rivoluzione politica e rivoluzione economica il legame fu semplice. Re Shyaam e coloro
che lo sostenevano intendevano ricavare tasse e appropriarsi delle risorse della popolazione di Kuba,
che quindi doveva produrre un surplus rispetto ai livelli di sussistenza. Anche se Shyaam e i suoi non
crearono istituzioni inclusive al di là della riva orientale del Kasai, un certo grado di benessere
economico è essenziale per consentire alle istituzioni estrattive di centralizzare lo stato e imporre legge
e ordine. Incoraggiare l'attività economica era sicuramente nell'interesse di Shyaam e della sua cerchia,
dato che altrimenti non ci sarebbero state ricchezze di cui impossessarsi. Esattamente come Stalin,
Shyaam creò d'imperio un sistema di istituzioni che avrebbero generato quanto serviva a sostenere il
suo regime. Se paragonato alla completa mancanza di legalità e ordine che regnava sull'altra riva del
Kasai, il sistema era in grado di generare un livello significativo di ricchezza, anche se poi gran parte di
questa sarebbe finita nelle mani di Shyaam e dell'élite che lo circondava. Ma era per forza di cose una
prosperità limitata. Come nell'Unione Sovietica, dopo le riforme iniziali anche nel regno di Kuba non
si avviarono processi di distruzione creatrice o innovazione tecnologica. Quando i colonizzatori belgi
arrivarono per la prima volta nel regno alla fine del XIX secolo, la situazione era più o meno inalterata.
Le azioni di re Shyaam dimostrano che le istituzioni estrattive possono produrre un limitato
grado di sviluppo economico. Questo tipo di crescita richiede l'esistenza di uno stato centralizzato, per
dar forma al quale è spesso necessaria una rivoluzione politica. Una volta accentrato il potere in un
nuovo stato, Shyaam poté usarlo per riorganizzare il settore agricolo, aumentandone la produttività e
infine imponendo tasse sulla ricchezza prodotta.
Perché questa rivoluzione politica si verificò tra i bushong e non tra i lele? Non era possibile
che anche i lele trovassero il loro Shyaam? Quello che il re di Kuba realizzò fu un processo di
innovazione istituzionale del tutto privo di legami deterministici con la geografia, oppure con la cultura
o l'ignoranza della popolazione. I lele avrebbero potuto avviare una rivoluzione simile, e trasformare le
loro istituzioni in modo analogo, ma non lo fecero. Se ciò non accadde è forse per ragioni che oggi non
possiamo capire, a causa della nostra scarsa conoscenza della loro società. La spiegazione più probabile
è però la natura contingente della storia. La stessa casualità agì anche nel Medio Oriente di dodicimila
anni fa, dove alcune società rinnovarono le proprie istituzioni in modo radicale, giungendo
all'affermazione di civiltà stanziali e all'addomesticamento di piante e animali. È questo il tema che ci
apprestiamo a discutere.
La Lunga estate
Intorno al 15000 a.C., l'ultima era glaciale terminò, e la temperatura della terra cominciò a
innalzarsi. L'analisi dei campioni di ghiaccio estratti in Groenlandia suggerisce che la media delle
temperature salì di ben quindici gradi in un breve arco di tempo. Sembra che questo riscaldamento
globale sia all'origine del rapido incremento della popolazione umana, avendo generato l'aumento del
numero di animali e una maggior disponibilità di piante e cibo. Questo processo si invertì bruscamente
intorno al 14000 a.C., con l'inizio di un periodo più freddo chiamato Dryas recente; tuttavia, a partire
dal 9600 a.C., le temperature globali si innalzarono di altri sette gradi in meno di un decennio, e da
allora sono rimaste stabili. L'archeologo Brian Fagan definisce questo periodo Lunga estate.
L'aumento della temperatura globale rappresentò un'importantissima congiuntura critica, che creò le
condizioni per la rivoluzione neolitica. Le società umane adottarono uno stile di vita sedentario,
l'agricoltura e la pastorizia. Questi fenomeni, così come tutta la storia umana successiva, si sono svolti
sotto il sole caldo della Lunga estate.
Esiste una differenza fondamentale tra attività agricole da un lato e caccia e raccolta dall'altro.
Le prime si basano sull'addomesticamento di specie vegetali e animali, e comportano un intervento
attivo nel loro ciclo vitale per modificarne i tratti genetici e renderle più utili agli esseri umani.
L'addomesticamento è un progresso tecnologico, che permette all'uomo di produrre molto più cibo
utilizzando le piante e gli animali a sua disposizione. L'uso agricolo del mais, per esempio, si diffuse
quando l'uomo iniziò a raccogliere una pianta selvatica sua antenata, il teosinte. Le spighe di teosinte
sono molto piccole: misurano appena pochi centimetri e quasi scompaiono, davanti a una pannocchia di
mais. Tuttavia, selezionando le spighe più grandi e le piante i cui frutti tendevano a restare sul fusto
invece di aprirsi e cadere a terra - rendendo così più facile il raccolto -, l'uomo creò gradualmente
l'odierno mais, una coltura capace di produrre maggiori quantità di cibo a parità di estensione del
terreno.
Le più antiche tracce di agricoltura, allevamento e addomesticamento di piante e animali si
trovano in Medio Oriente, in particolare nella zona conosciuta come Mezzaluna Fertile, che si estende
dal sud dell'odierno Israele verso la Palestina e la sponda occidentale del Giordano, passando per la
Siria e muovendo verso oriente nella Turchia meridionale, fino a raggiungere l'Iran occidentale e il
Nord dell'Iraq. Intorno al 9500 a.C., le prime piante domestiche, il farro e l'orzo distico, si erano
diffuse a Gerico, sulla sponda ovest del fiume Giordano in Palestina; farro, lenticchie e piselli venivano
invece coltivati più a nord nel tell di Aswad,* in Siria. Entrambi i siti appartenevano alla cosiddetta
cultura natufiana ed erano costituiti da grandi villaggi; Gerico aveva allora una popolazione che forse
raggiungeva le cinquecento unità.
Perché i primi villaggi agricoli nacquero in quest'area e non altrove? Perché furono i natufiani e
non altri popoli a coltivare per primi piselli e lenticchie? Furono solo fortunati per il fatto di vivere in
un'area dove molte specie si prestavano all'addomesticamento? Sebbene questo sia indubbiamente
vero, molte altre popolazioni vivevano circondate dalle stesse piante, ma non furono loro ad
addomesticarle. Come abbiamo visto nella cartina 4 del secondo capitolo, le ricerche che genetisti e
archeologi hanno svolto per ricostruire la distribuzione degli antenati selvatici di piante e animali
domestici odierni ci dicono che molti di questi antenati erano diffusi su aree molto ampie, per milioni
di chilometri quadrati. I progenitori selvatici degli animali domestici erano presenti in tutta l'Eurasia, e
benché l'area della Mezzaluna Fertile fosse particolarmente ricca di specie vegetali spontanee adattabili
all'uso agricolo, non costituiva affatto un caso unico, in questo senso. Non è il fatto che i natufiani
vivessero in un territorio più fornito degli altri di una certa flora o fauna a renderli speciali, bensì lo
stile di vita sedentario che avevano adottato già prima di iniziare a addomesticare piante o animali. Ne
sono una prova i denti delle gazzelle, in cui si trova il "cemento", un tessuto osseo che cresce a strati.
In estate e in primavera, quando la crescita di questo tessuto è più rapida, gli strati hanno un colore
diverso da quelli formatisi in inverno. Sezionando uno di questi denti si può osservare il colore
dell'ultimo strato cresciuto prima della morte della gazzella; con questa tecnica si può dunque scoprire
se la gazzella è stata uccisa in estate o in inverno. Negli insediamenti natufiani si trovano resti di
gazzelle uccise in tutte le stagioni, il che suggerisce che i siti fossero abitati tutto l'anno. Abu Hureira,
sulle rive dell'Eufrate, è uno degli insediamenti natufiani più studiati. Per quasi quarant'anni gli
archeologi hanno esaminato gli strati archeologici del villaggio, che ci offre uno degli esempi meglio
documentati di vita sedentaria prima e dopo il passaggio all'agricoltura. Probabilmente l'insediamento
venne fondato intorno al 9500 a.C., e i suoi abitanti mantennero uno stile di vita da
cacciatori-raccoglitori per altri cinquecento anni, prima di dedicarsi l'agricoltura. Gli archeologi
stimano che prima di questo passaggio la popolazione fosse compresa tra le cento e le trecento unità.
Sono molteplici le ragioni per cui una società avrebbe potuto avvantaggiarsi di una vita
sedentaria. Muoversi in continuazione comporta un dispendio di energie; i bambini e i vecchi devono
essere trasportati e mentre ci si sposta è impossibile accumulare riserve di cibo per i tempi duri.
Strumenti come macine e falci, certamente utili alla lavorazione del cibo raccolto, sono pesanti da
trasportare. Ci sono prove che dimostrano come anche i cacciatori-raccoglitori accumulassero scorte di
cibo in luoghi preposti, per esempio le caverne. Uno dei vantaggi del mais è che può essere facilmente
immagazzinato, ed è questa una delle principali ragioni del suo successo come coltura in tutte le
Americhe. La possibilità di conservare meglio il cibo e di accumularne scorte deve essere stato tra i più
importanti incentivi all'adozione di uno stile di vita sedentario.
Il fatto che diventare sedentari possa essere conveniente non significa che ciò debba
necessariamente avvenire. Un gruppo di cacciatori-raccoglitori nomadi avrebbe dovuto scegliere di
farlo, o esservi costretto da qualcuno. Alcuni archeologi hanno ipotizzato che la crescita della densità
abitativa e l'abbassamento degli standard di vita siano stati fattori decisivi per il processo di
sedentarizzazione, avendo costretto le popolazioni nomadi a stabilirsi in modo permanente in un solo
luogo. La densità dei siti natufiani, tuttavia, non è maggiore di quella riscontrabile in altri gruppi di
epoche precedenti, perciò non ci sono prove a supporto di questa tesi. Inoltre, l'analisi di scheletri e
denti non sembra confermare una tendenza al deterioramento della salute. La mancanza di cibo, per
esempio, tende a creare sottili linee sullo smalto dei denti - una malattia nota come ipoplasia - ma tali
sintomi erano in realtà meno diffusi tra i natufiani che tra altre popolazioni di agricoltori.
Ancora più importante, la vita sedentaria ha sì i suoi lati positivi, ma anche le sue difficoltà. La
soluzione dei conflitti era probabilmente molto più complicata per i gruppi sedentari, poiché era più
difficile risolvere i dissidi attraverso il semplice spostamento di persone o gruppi. Una volta costruita
una casa e accumulati più beni di quanti fosse possibile trasportare, per le persone spostarsi era
un'alternativa assai meno attraente. La vita in un villaggio richiedeva dunque procedure più efficaci per
la soluzione dei conflitti e definizioni più elaborate dei diritti di proprietà. Si dovevano prendere
decisioni su chi potesse accedere agli appezzamenti di terra intorno al villaggio e a quali; su chi
autorizzare a raccogliere i frutti di un determinato gruppo di alberi o a pescare in uno specifico tratto di
fiume. Occorreva un insieme di regole e si dovevano creare istituzioni capaci di elaborarle e farle
rispettare.
Pertanto, sembra plausibile che, per far emergere uno stile di vita sedentario, si dovesse
costringere i cacciatori-raccoglitori a un tale passo; ciò presupponeva una fase di innovazione
istituzionale che concentrasse il potere nelle mani di un gruppo, destinato a diventare un'élite politica
in grado di garantire i diritti di proprietà, mantenere l'ordine e nello stesso tempo beneficiare del
proprio status impossessandosi di una parte delle risorse prodotte dalla società. È probabile che una
rivoluzione politica simile a quella avviata da re Shyaam, anche se su scala minore, sia stata l'evento
che determinò la transizione a uno stile di vita sedentario.
Come suggeriscono alcune scoperte archeologiche, i natufiani avevano sviluppato una società
complessa, caratterizzata da gerarchia, disciplina e disuguaglianze sociali - in cui potremmo
riconoscere il germe di istituzioni estrattive - molto tempo prima di adottare l'agricoltura. Una prova
irrefutabile della presenza di gerarchie e disuguaglianze viene dalle tombe natufiane. Alcuni individui
furono sepolti con grandi quantità di ossidiana e conchiglie provenienti dalla costa mediterranea vicina
al monte Carmelo. Tra gli altri tipi di ornamento, vi sono collane e vari bracciali realizzati con denti di
cane, ossa di daino e conchiglie. Altre tombe erano del tutto prive di questi oggetti. Le conchiglie e
l'ossidiana erano acquisite attraverso il commercio, ed è probabile che il controllo di questi scambi
costituisse una fonte di potere e disuguaglianza. Ulteriori prove delle disparità economiche e politiche
vengono dall'insediamento natufiano di Ain Mallaha, a nord del Lago di Tiberiade. Al centro di un
gruppo di circa cinquanta capanne rotonde e numerose buche, chiaramente usate come magazzini,
vicino a uno spiazzo sgombro c'è un grande edificio intonacato. Quasi sicuramente si tratta
dell'abitazione di un capo. Tra le tombe ritrovate nell'insediamento, alcune sono estremamente più
elaborate delle altre; ci sono anche tracce di rituali praticati con teschi umani, che forse indicano
l'esistenza di un culto degli antenati. Simili indizi di pratiche religiose sono molto comuni nei siti
natufiani, in particolare a Gerico. I reperti rinvenuti negli insediamenti natufiani comprovano senza
dubbio l'esistenza di società con istituzioni complesse in cui vigeva l'ereditarietà delle posizioni
d'élite, dedite al commercio a lunga distanza e contraddistinte da forme embrionali di religione e
gerarchie politiche.
Fu probabilmente l'affermazione di un'élite politica a determinare la transizione a una vita
sedentaria e all'agricoltura. Come gli insediamenti natufiani dimostrano, una vita stanziale non implica
necessariamente l'agricoltura e l'allevamento. Era possibile abbandonare il nomadismo continuando a
vivere di caccia e raccolta; dopotutto, la Lunga estate rese i raccolti ottenuti dalle piante selvatiche più
abbondanti, perciò è possibile che questo stile di vita fosse diventato più attraente. La maggior parte dei
gruppi poteva accontentarsi di una vita basata su un livello minimo di sussistenza garantito da caccia e
raccolta, che non richiedeva grandi fatiche. Per di più, l'innovazione tecnologica non porta sempre a un
aumento della produttività agricola. È noto, per esempio, il caso della popolazione aborigena
australiana degli yir yoront, presso la quale l'introduzione di un nuovo, fondamentale strumento -
l'ascia in acciaio - non si accompagnò a un aumento della produzione, ma piuttosto a quello delle ore
di sonno, dati gli scarsi incentivi a lavorare di più quando il livello minimo di sussistenza poteva essere
raggiunto più facilmente.
La tradizionale interpretazione geografica della rivoluzione neolitica - che costituisce il
nocciolo del modello di Jared Diamond, come abbiamo discusso nel secondo capitolo - ne individua le
cause nella casuale disponibilità di molti animali e piante addomesticabili. Questa avrebbe reso
convenienti l'agricoltura e l'allevamento, determinando un nuovo stile di vita sedentario. Una volta
divenute sedentarie e agricole, le società avrebbero iniziato a sviluppare gerarchie politiche, la religione
e istituzioni molto più complesse. Nonostante questa sia una teoria comunemente accettata, le prove
che ci offrono i natufiani segnalano che questa spiegazione tradizionale mette il carro davanti ai buoi.
Nelle società, i cambiamenti istituzionali avvennero ben prima che la transizione verso l'agricoltura
fosse compiuta; furono tali trasformazioni ad avviare il processo di sedentarizzazione - che a sua volta
consolidò questa trasformazione istituzionale - e poi la rivoluzione neolitica. Che i fatti abbiano
seguito questa sequenza è testimoniato non solo dalle scoperte archeologiche nella Mezzaluna Fertile,
che rimane l'area più studiata, ma anche da un gran numero di casi nelle Americhe, nell'Africa
subsahariana e nell'Asia orientale.
Il passaggio all'agricoltura si accompagnò a un grande incremento della produttività della terra,
che consentì una significativa crescita della popolazione. In siti come Gerico e Abu Hureira, per
esempio, si può osservare come i primi insediamenti agricoli fossero molto più grandi che nelle epoche
precedenti. In generale, le dimensioni dei villaggi aumentarono almeno del doppio, in alcuni casi fino a
sestuplicarsi, in seguito all'introduzione dell'agricoltura. Inoltre, è indubbio che molte della
conseguenze che sono sempre state associate a questa transizione si verificarono: una maggiore
specializzazione e divisione del lavoro, un progresso tecnologico più veloce e, forse, lo sviluppo di
istituzioni politiche più complesse e meno egualitarie. Ma il motivo per cui tutto ciò avvenne in un
luogo piuttosto che in un altro non fu la disponibilità di specie animali e vegetali. Questi fenomeni
scaturirono invece dallo sviluppo, all'interno di alcune società, di innovazioni istituzionali, sociali e
politiche favorevoli alla diffusione della sedentarietà e dell'agricoltura.
Sebbene la Lunga estate e la presenza di specie animali e vegetali idonee abbiano posto le
condizioni per la transizione, non determinarono esattamente né dove né quando, dopo il riscaldamento
del clima, questa sarebbe avvenuta. Fu invece decisiva l'interazione tra una congiuntura critica, la
Lunga estate, e piccole ma significative differenze istituzionali. Quando il clima si fece più caldo,
alcune società, come i natufiani, svilupparono un principio di istituzioni centralizzate e gerarchiche,
sebbene su una scala molto più ridotta rispetto ai moderni stati-nazione. Come i bushong sotto la guida
di Shyaam, queste società si riorganizzarono per sfruttare le opportunità offerte dall'abbondanza di
piante e animali selvatici, e senza dubbio fu l'élite politica ad avvantaggiarsi di tali opportunità e del
processo di centralizzazione politica. In altre società, con istituzioni anche solo leggermente diverse,
alle élite non fu consentito di trarre simili benefici dalla congiuntura critica; di conseguenza rimasero
indietro dal punto di vista della centralizzazione politica e della creazione di società stanziali, agricole e
più complesse. Da qui discesero i successivi processi di divergenza, esattamente nel modo che abbiamo
osservato nei capitoli precedenti. Una volta emerse, queste peculiarità si diffusero in alcune regioni ma
non in altre. L'agricoltura, per esempio, si espanse dal Medio Oriente all'Europa intorno al 6500 a.C.,
in particolare a seguito della migrazione di alcuni agricoltori. In Europa, le istituzioni iniziarono a
differenziarsi da quelle di altre parti del mondo, per esempio l'Africa, dove il sistema istituzionale era
diverso fin dall'origine e innovazioni simili a quelle scaturite in Medio Oriente dalla Lunga estate si
verificarono solo molto più tardi e in un'altra forma.
Le innovazioni istituzionali dei natufiani furono probabilmente alla base della rivoluzione
neolitica, ma non lasciarono un'eredità permanente nella storia umana, e nel lungo periodo non
generarono una condizione di stabile prosperità nelle loro terre, oggi appartenenti a Israele, Palestina e
Siria. Nel mondo contemporaneo, Siria e Palestina sono regioni relativamente povere; la ricchezza di
Israele è perlopiù dovuta all'insediamento di immigrati ebrei dopo la Seconda guerra mondiale, al loro
alto grado di istruzione e alla facilità di accesso alle tecnologie avanzate. Lo sviluppo economico dei
natufiani non durò nel tempo per le stesse ragioni che hanno causato la fine dell'economia sovietica.
Nonostante la sua grande importanza, certo rivoluzionaria per l'epoca, questa crescita avvenne in un
contesto di istituzioni estrattive. Probabilmente, nella società natufiana tale sviluppo creò profondi
conflitti su chi avrebbe dovuto controllare le istituzioni e le risorse che permettevano di prelevare dalla
società. Per ogni élite a capo di un regime estrattivo, c'è un gruppo escluso dal potere che non vede
l'ora di rimpiazzarla. A volte le lotte intestine sostituiscono semplicemente un'élite con l'altra, altre
distruggono del tutto le istituzioni estrattive, portando lo stato e la società al collasso, come sperimentò
la grandiosa civiltà creata dalle città-stato maya oltre mille anni fa.
L'instabilità delle istituzioni estrattive
L'agricoltura emerse autonomamente in molte regioni del mondo. Nell'odierno Messico, si
formarono delle società che fondarono stati e insediamenti, compiendo la transizione all'agricoltura.
Come nel caso dei natufiani, riuscirono a raggiungere una certa crescita economica. Nelle aree del
Messico meridionale e di Belize, Guatemala e Honduras occidentale, le città-stato maya diedero vita a
una civiltà piuttosto complessa, sottoposta a un peculiare sistema di istituzioni estrattive. La storia dei
maya dimostra non solo la possibilità di ottenere una crescita con istituzioni estrattive, ma anche un
altro limite fondamentale di tale percorso di sviluppo economico: l'instabilità politica che caratterizza
la società e lo stato, e che alla fine ne determina il crollo, a causa della lotta tra gruppi per accedere alle
posizioni di privilegio.
Le città maya iniziarono a svilupparsi intorno al 500 a.C., per poi entrare in crisi più o meno nel
I secolo d.C. In seguito, emerse un nuovo modello politico, che pose le basi per il cosiddetto Periodo
classico tra il 250 e il 900 d.C., un'epoca caratterizzata dalla piena fioritura della cultura e civiltà maya.
Ma nel corso dei seicento anni successivi anche questa più sofisticata realtà declinò. All'arrivo degli
spagnoli, nel primo XVI secolo, i grandi templi e palazzi di Tikal, Palenque e Calakmul erano stati
ricoperti dalla foresta, e non sarebbero stati rinvenuti fino al XIX secolo.
Le città maya non costituirono mai un unico impero, benché alcune avessero rapporti di
vassallaggio e altre cooperassero tra loro, specialmente durante le guerre. Il principale legame tra le
città-stato della regione - cinquanta delle quali sono identificabili dai caratteri del loro alfabeto - era
dato dai circa trentuno dialetti maya, diversi ma strettamente imparentati, parlati dalla popolazione
dell'area. I maya svilupparono un proprio sistema di scrittura e ci hanno lasciato circa quindicimila
iscrizioni, in cui sono descritti molti aspetti della vita, della religione e della cultura delle élite.
Avevano inoltre un sofisticato sistema per registrare le date, conosciuto come "Lungo computo":
utilizzato da tutte le città maya, era simile al nostro calendario, in quanto calcolava il passare degli anni
a partire da una data fissa. Il Lungo computo inizia dal 3114 a.C., data di molto antecedente la nascita
della società maya, ma non sappiamo quale particolare significato avesse quell'anno.
I maya erano abili costruttori, che inventarono autonomamente il cemento. Gli edifici che hanno
eretto e le iscrizioni che vi si trovano ci danno informazioni importanti sulla storia delle loro città,
poiché spesso registrano gli eventi storici datandoli in base al Lungo computo. Esaminando le città
maya gli archeologi hanno dunque potuto valutare il numero di edifici completati in un dato anno.
Pochi monumenti risalgono intorno all'anno 500 d.C.; solo dieci, per esempio, recano nel Lungo
computo la data corrispondente al nostro 514 d.C. In seguito, i numeri crescono a un ritmo sostenuto,
raggiungendo i venti nel 672 d.C. e una media di quaranta edifici alla metà dell'VIII secolo. Dopo
questo periodo i monumenti costruiti diminuirono drasticamente: all'inizio del IX secolo erano scesi a
dieci e all'inizio del X a zero. Il numero delle iscrizioni datate ci offre un quadro molto chiaro
dell'espansione delle città maya e della loro contrazione a partire dalla fine dell'VIII secolo.
All'analisi della datazione degli edifici si può aggiungere un esame delle liste che registrano la
successione dei re maya. Nella città di Copán, situata nell'attuale Honduras, c'è un famoso monumento
chiamato Altare Q. L'altare riporta i nomi di tutti i re, a partire dal fondatore della dinastia K'inich Yax
K'uk' Mo' - letteralmente Re Sole-Verde Primo Ara Quetzal - il cui nome deriva da quello del sole,
ma anche da due uccelli esotici del Centroamerica (il pappagallo ara e il quetzal), di cui i maya
apprezzavano moltissimo le piume. Sappiamo, grazie alle date del Lungo computo riportate sull'Altare
Q, che K'inich Yax K'uk' Mo' salì al trono a Copán nel 426 d.C., fondando una dinastia rimasta al
potere per quattrocento anni. Alcuni dei suoi successori avevano nomi altrettanto pittoreschi: il
geroglifico che indica il tredicesimo sovrano si traduce "Diciotto Coniglio", seguito da "Scimmia di
Fumo" e "Conchiglia di Fumo", che morì nel 763 d.C. L'ultimo nome sull'altare è quello del re Yax
Pasaj Chan Yoaat (Nuovo Dio del Cielo Lampeggiante) - sedicesimo regnante della dinastia, salito al
trono alla morte di Conchiglia di Fumo. Dopo di lui siamo a conoscenza, grazie al frammento di
un'iscrizione, dell'esistenza di un solo altro re, Ukit Took (Patrono della Selce). Dopo Yax Pasaj, la
serie di edifici e iscrizioni si interrompe; pare che di lì a poco la dinastia sia stata rovesciata.
Probabilmente lo stesso Ukit Took non era un sovrano ma solo un candidato al trono.
C'è un altro modo, infine, per ricavare informazioni dai resti di Copán, sviluppato dagli
archeologi Ann Corinne Freter, Nancy Gonlin e David Webster. Questi studiosi hanno ricostruito
l'ascesa e la caduta del sito esaminando la diffusione degli insediamenti nella valle di Copán lungo un
periodo di 850 anni, fra il 400 e il 1250 d.C., attraverso la tecnica dell'"idratazione dell'ossidiana".
Calcolata attraverso particolari procedimenti la quantità d'acqua presente in un minerale di ossidiana
nel momento in cui è stato estratto da un giacimento, ed essendo nota la velocità a cui, una volta
estratto, diminuisce il suo contenuto idrico, gli archeologi possono stabilire la data dell'estrazione. In
questo modo, Freter, Gonlin e Webster poterono tracciare una mappa in cui si indicava dove ciascun
frammento di ossidiana, così datato, era stato trovato, riuscendo così a mostrare come la città si fosse
espansa e contratta nel tempo. Se è possibile fare stime ragionevoli del numero di case e edifici in
ciascuna area, allora si può calcolare anche la popolazione della città. Tra il 400 e il 449 d.C., la
popolazione era esigua, con circa seicento individui. Da allora crebbe in modo regolare fino a toccare
un massimo di ventottomila unità tra il 750 e il 799. Nonostante queste cifre possano non sembrare
elevate, rispetto agli standard urbani contemporanei, per quel periodo erano enormi: al tempo, Copán
era più grande di Londra o Parigi. Altre città maya, come Tikal o Calakmul, erano senza dubbio molto
più grandi. Seguendo le informazioni che ci offrono le date del Lungo computo, il picco di popolazione
di Copán fu toccato intorno all'800 d.C. In seguito ci fu un calo, e circa nel 900 d.C. gli abitanti erano
scesi a quindicimila. Il declino continuò, e nel 1200 d.C. la popolazione era tornata ai numeri di
ottocento anni prima.
I capisaldi dello sviluppo economico nel Periodo classico dei maya furono gli stessi di quello
realizzato dai bushong e dai natufiani: la creazione di istituzioni estrattive e una certa centralizzazione
dello stato, contrassegnate da diversi elementi chiave. Intorno all'anno 100 d.C., nella città di Tikal in
Guatemala si affermò un nuovo tipo di regno dinastico. Emerse una nuova classe dominante formata
dagli ajaw (espressione che indica un "nobile" o "signore"), tra cui un re chiamato k'uhul ajaw
("divino sovrano") e, sotto di lui, un sistema gerarchico di aristocratici. Il divino sovrano regnava con
il sostegno di questa élite, rappresentando il tramite della società con gli dèi. Per quanto ne sappiamo, il
nuovo sistema di istituzioni politiche non permetteva nessun genere di partecipazione popolare, ma
portò un certo grado di stabilità. Il k'uhul ajaw riscuoteva imposte dai contadini e sovrintendeva alla
costruzione dei grandi monumenti. Nel complesso tali istituzioni aprirono la strada a un forte sviluppo
economico. L'economia dei maya si fondava su un'elevata specializzazione del lavoro, con abili vasai,
tessitori, intagliatori, gioiellieri e creatori di utensili. I maya scambiavano, tra loro e con altre
popolazioni, ossidiana, pelli di giaguaro, conchiglie marine, cacao, sale e piume; probabilmente
conoscevano l'uso del denaro e, come gli aztechi, utilizzavano i semi di cacao come moneta.
Il passaggio al Periodo classico maya, sotto il segno di istituzioni estrattive, ricorda da vicino la
situazione dei bushong, con il sovrano di Tikal Yax Ehb' Xook in un ruolo simile a quello di re
Shyaam. Le nuove istituzioni politiche favorirono un significativo aumento della ricchezza economica,
gran parte della quale finiva nelle mani dell'élite vicina al divino sovrano. Tuttavia, da quando, intorno
al 300 d.C., il sistema si stabilizzò pienamente, i progressi tecnologici si fecero molto scarsi.
Nonostante ci siano le prove di miglioramenti nel campo dell'irrigazione e della gestione delle acque,
la tecnologia agricola restò rudimentale e non sembra si sia modificata nel tempo. Le tecniche di
costruzione e le espressioni artistiche divennero con il passare del tempo molto più sofisticate, ma il
livello complessivo di innovazione fu carente.
Non ci fu distruzione creatrice. C'erano però altre forme di distruzione, poiché la ricchezza
accumulata dal k'uhul ajaw e dall'élite maya attraverso le istituzioni estrattive portò a continue guerre,
una situazione che peggiorò nel tempo. La successione di questi conflitti è registrata dalle iscrizioni
maya con particolari geroglifici, che indicano lo scoppio di una guerra in particolari date del Lungo
computo. Il pianeta Venere rappresentava il dio celeste della guerra, e i maya consideravano alcune fasi
della sua orbita assai propizie per intraprendere conflitti militari. Il geroglifico che indicava la guerra,
conosciuto dagli archeologi come "guerra delle stelle", mostra un corpo celeste che inonda la terra con
un liquido, forse acqua o sangue. Le iscrizioni ci rivelano anche una geografia di alleanze e rivalità; ci
furono lunghe lotte per il potere tra i maggiori stati - Tikal, Calakmul, Copán e Palenque -, i quali a
loro volta sottomisero i più piccoli rendendoli vassalli. La prova di questi avvenimenti viene dai segni
che annotano l'ascesa al trono dei sovrani: a un certo punto, gli stati più piccoli iniziano a essere
associati a governi stranieri.
Cartina 10. Le città-stato maya e i rapporti tra loro.
La cartina 10 mostra le principali città maya e la rete delle loro connessioni, ricostruita dagli
archeologi Nikolai Grube e Simon Martin. Questa rete indica che nonostante grandi città come
Calakmul, Dos Pilas, Piedras Negras e Yaxchilan intrattenessero frequenti relazioni diplomatiche,
spesso alcune erano dominate da altre o in conflitto fra loro.
Ciò che colpisce del collasso della civiltà maya è la concomitanza con il rovesciamento del
modello politico basato sul k'uhul ajaw. Abbiamo visto che a Copán non ci furono più re, dopo la
morte di Yax Pasaj nell'810 d.C. Nello stesso periodo i palazzi reali furono abbandonati. Circa trenta
chilometri a nord di Copán, nella città di Quiriguà, l'ultimo sovrano, chiamato Cielo di Giada, regnò tra
il 796 e l'800 d.C. Nel Lungo computo l'ultimo monumento è datato 810 d.C., lo stesso anno in cui
Yax Pasaj morì; la città fu abbandonata poco tempo dopo. In tutto il territorio maya la storia si ripeté: le
istituzioni politiche che avevano determinato il contesto per l'espansione del commercio e
dell'agricoltura e per la crescita della popolazione scomparvero. Le corti reali smisero di funzionare,
cessò la costruzione di monumenti e templi e i palazzi si svuotarono. La istituzioni politiche e sociali si
sgretolarono, e con il rovesciamento del processo di centralizzazione dello stato, l'economia si
contrasse e la popolazione diminuì.
Talvolta, alcune delle città più importanti declinarono a causa di conflitti violenti e ripetuti. La
regione del Petexbatún (nell'attuale Guatemala), dove i grandi templi furono smantellati e le pietre
utilizzate per costruire grandi mura difensive, è emblematica in tal senso. Come vedremo nel prossimo
capitolo, questo processo presenta alcune somiglianze con quanto accaduto nel tardo Impero romano.
In seguito, persino in luoghi come Copán, dove pure si osservano meno segni di violenza risalenti al
momento della crisi, molti monumenti vennero deturpati o distrutti. In alcune località, la classe
dominante rimase al suo posto anche dopo la fine del regno del k'uhul ajaw. A Copán ci sono prove di
come l'élite, prima di sparire a sua volta, abbia continuato a erigere nuovi edifici per almeno altri
duecento anni. Altrove, invece, sembra che si sia eclissata contemporaneamente al k'uhul ajaw.
Le testimonianze archeologiche esistenti non ci consentono di stabilire una volta per tutte
perché il k'uhul ajaw e la nobiltà che lo circondava furono rovesciati, e perché le istituzioni che
avevano dato vita al Periodo classico maya collassarono. Sappiamo che questo si verificò in un
contesto di crescenti conflitti armati tra città, e sembra plausibile che a determinare il collasso delle
istituzioni siano state le ribellioni e i contrasti - forse tra le diverse fazioni che componevano l'élite -
all'interno delle città stesse.
Sebbene le istituzioni estrattive fondate dai maya avessero prodotto un benessere sufficiente al
fiorire delle città, all'arricchimento dell'élite e alla creazione di raffinate opere d'arte e di monumentali
edifici, tale sistema non era stabile. Il regime estrattivo dominato da questa ristretta cerchia generò forti
disuguaglianze e, di conseguenza, il potenziale per l'esplosione di conflitti tra coloro che potevano
ottenere benefici dall'estrazione della ricchezza dalla società. Una lotta che portò infine al disfacimento
della civiltà maya.
Ciò che va storto
Le istituzioni estrattive sono così comuni nella storia perché seguono una potente logica interna:
possono dare origine a un limitato grado di prosperità, distribuendone allo stesso tempo i frutti ai
membri di una ristretta élite. Affinché questo accada, occorre innescare un processo di centralizzazione
politica, avviato il quale lo stato - o l'élite che lo controlla - è generalmente incentivato a promuovere
la crescita economica. La centralizzazione, inoltre, incoraggia gli altri a investire per appropriarsi della
ricchezza prodotta, e a volte persino a mettere in moto processi simili a quelli che di solito nascono in
un contesto di istituzioni economiche e mercati di tipo inclusivo. Nell'economia di piantagione che
caratterizzava i Caraibi, il sistema di istituzioni estrattive prese la forma di un'élite di proprietari che
usava la forza per costringere gli schiavi a produrre zucchero. Nell'Unione Sovietica, quella di un
Partito comunista che spostava risorse dall'agricoltura all'industria e forniva alcuni incentivi a manager
e lavoratori. Come abbiamo visto, l'azione di questi incentivi era compromessa dalla natura stessa del
sistema.
La possibilità di creare una crescita "estrattiva" stimola la centralizzazione politica, ed è questa
la ragione per cui Shyaam volle fondare il regno di Kuba e, in Medio Oriente, i natufiani istituirono
forme primitive di legge e ordine, gerarchie sociali e istituzioni estrattive che avrebbero infine portato
alla rivoluzione neolitica. Simili dinamiche permisero la sedentarizzazione delle società e l'adozione
dell'agricoltura nelle Americhe, per dispiegarsi nella sofisticata civiltà che i maya fondarono sulla base
di istituzioni altamente estrattive, che assoggettavano i più ai privilegi di una ristretta élite.
La crescita generata da istituzioni estrattive, tuttavia, è molto diversa da quella promossa da
istituzioni inclusive. Ancora più importante, essa non è sostenibile nel lungo periodo. Per loro natura, le
istituzioni estrattive non incentivano la distruzione creatrice e tutt'al più danno vita a un limitato
sviluppo tecnologico. Ragione per cui, la crescita che producono non dura a lungo. La storia
dell'Unione Sovietica ci fornisce un chiaro esempio di questo limite. La Russia sovietica avviò una fase
di rapida crescita grazie all'introduzione di tecnologie avanzate sviluppate altrove, incanalando le
risorse dell'inefficiente settore agricolo in quello industriale. Ma a lungo andare la struttura degli
incentivi, in ogni settore, dall'agricoltura all'industria, non fu in grado di stimolare il progresso
tecnologico che si realizzò solo nei limitati campi in cui venivano investite abbondanti risorse e
l'innovazione era fortemente incoraggiata in virtù del suo ruolo nella competizione con l'Occidente. La
crescita economica sovietica, per quanto rapida, era condannata a una vita breve, e cominciò a esaurirsi
a partire dagli anni settanta.
La mancanza di distruzione creatrice e innovazione non è l'unica spiegazione dei forti limiti che
condizionano la crescita economica con istituzioni estrattive. La storia delle città-stato maya ci mostra
un esito molto più negativo - e purtroppo più comune - di quello sovietico, ancora una volta
determinato dalla logica interna di un sistema estrattivo. Se le istituzioni creano significativi vantaggi
per una classe dominante, altri saranno fortemente incentivati a lottare per sostituirla. Lotte intestine e
instabilità sono dunque caratteristiche strutturali delle istituzioni di tipo estrattivo, il che non soltanto
origina ulteriori inefficienze, ma spesso anche il ribaltamento dei processi di centralizzazione politica, e
a volte il totale collasso di legalità e ordine e la discesa nel caos, come sperimentarono le città-stato
maya dopo l'ascesa del Periodo classico.
Nonostante sia strutturalmente limitata, quando è in moto la crescita con istituzioni estrattive
può apparire spettacolare. Molti nell'Unione Sovietica, e ancora di più nel mondo occidentale, erano
impressionati dallo sviluppo economico tra gli anni venti e sessanta, e persino negli anni settanta, allo
stesso modo in cui oggi sono ipnotizzati dalla rapidissima crescita della Cina. Ma, come vedremo in
maggior dettaglio nel capitolo quindicesimo, la Cina sotto il dominio del Partito comunista è un
ulteriore esempio di società che attraversa una fase di forte crescita grazie all'azione di istituzioni
estrattive; come per le altre società di questo tipo, è improbabile che tale crescita possa durare a lungo,
a meno che non si avvii una fase di transizione verso istituzioni politiche inclusive.
* Un sito archeologico vicino a Damasco. [N.d.T.]
...
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...
FINE Parte 1.